Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  settembre 03 Lunedì calendario

Alla fine degli anni Cinquanta conobbi due militanti dell’allora Partito comunista italiano che erano rientrati da poco da un lungo esilio in Unione Sovietica

Alla fine degli anni Cinquanta conobbi due militanti dell’allora Partito comunista italiano che erano rientrati da poco da un lungo esilio in Unione Sovietica. Mi raccontarono delle meraviglie delle avanguardie russe, in architettura, teatro, arti visive, letteratura. A quel tempo pensavo che nulla potesse essermi impedito e nulla io impedii alla mia curiosità. Nel 1959 partii quindi per un primo viaggio di esplorazione a Mosca dove ebbi modo di incontrare parecchie persone interessanti. Parlai molto, vidi poco, ma tornai in Italia con un’informazione preziosa. A Mosca avevo scoperto Filippo Tommaso Marinetti e il Futurismo, di cui poco si parlava nel dibattito culturale degli anni Cinquanta in Italia. Fu il futurista Cangiullo a realizzare il primo happening della storia invitando il pubblico in un teatro milanese dove a sipario chiuso, dopo pochi minuti, le luci si spegnevano del tutto. Dopo qualche minuto, come avviene oggi in simili circostanze, timidamente qualche spettatore chiese «Luce! », subito seguito da un coro analogo, cadenzato di «Luce!, Luce!, Luce!...»; solo a questo punto si aprì il sipario e comparve Cangiullo ringraziando il pubblico per aver eseguito una sua partitura intitolata, appunto, Luce! Sublime! Nel secondo dopoguerra si susseguono altre avanguardie: Lettrismo, Situazionismo, Happening e Fluxus. Scoprii allora Happening e Fluxus, unite fin dall’inizio da molti comuni intenti e da alcuni artisti che parteciparono attivamente ad entrambe come Allan Kaprow, Wolf Vostell, Dick Higgins, Jean-Jaques Lebel, Carolee Schneeman, Milan Knizak, ecc. Ad una cena organizzata, a Milano, verso la metà degli anni Sessanta dal mio fraterno amico Gianni Sassi – col quale ho condiviso gran parte delle mie esperienze ”, Gianni Emilio Simonetti e Daniela Palazzoli, appena conosciuti, divennero una fonte di informazione infinita su quanto era da poco accaduto e su quanto si stava in quel momento evolvendo sulla scena artistica internazionale. Fluxus è stato erede di un contesto storico che fa piazza pulita in un sol colpo di appartenenza geografica, eredità culturali, usi e costumi. Per la prima volta, insieme, in una grande avventura culturale, si incontrarono e collaborarono artisti provenienti da tutto il mondo: coreani, giapponesi, europei, nordamericani e sudamericani, scrittori, poeti, pittori, scultori, filosofi e soprattutto musicisti, eredi naturali anche se in parte inconsapevoli, del Futurismo, del Lettrismo e del Situazionismo. Molti di loro erano figli d’arte, anche se mai formalmente riconosciuti, di un grande e straordinario padre: John Cage, che li aveva avuti come studenti nel corso tenuto alla «New School for Social Research» di New York dal 1957 al 1959. Cage era un uomo culturalmente mite anche se molto determinato che continuamente citava la teoria indiana dell’arte, secondo cui la musica ha lo scopo di porre la mente in stato di calma e sobrietà, di renderla cioè disponibile alle cose divine, di condurre verso lo stato più alto, la tranquillità dello spirito. Lo conobbi agli inizi degli anni Settanta grazie a Walter Marchetti e Juan Hidalgo ed ebbi con lui una frequentazione saltuaria ma costante fino a qualche mese prima della sua morte. Il suo approccio nelle conversazioni era fondamentalmente zen, preoccupato non di comunicare con l’interlocutore, ma di saperlo ascoltare. Apparentemente non voleva insegnare niente, diceva di preferire una mente vuota. In realtà, è stato il più grande produttore e amabilissimo venditore ambulante di lubrificanti di altissima qualità per l’intelligenza del secolo scorso, in grado di trasmettere al gruppo Fluxus il senso del disincanto e dell’ironia. Forse è anche per questo che Fluxus fu un’esperienza anarchica nel senso che Cage ne aveva dato. Tutta la politica, dal comunismo a qualsiasi altro sistema, è un gioco che vede alcuni vincere ed altri perdere, mentre l’anarchia è una situazione nella quale tutti sono vincitori. Fluxus giocava senza regole ed era inaffidabile perché nulla era preordinato ma improvvisato, affidato alla logica aleatoria del caso; tutt’al più al caso controllato. Fluxus è filosofia di vita, attitudine a vivere più che a sopravvivere, è poesia. Ricordo molti e straordinari i protagonisti di questa stagione; a partire da George Maciunas, leader super-igienista che, a New York, mi ricevette nel suo studio seminterrato di Soho le cui pareti erano interamente tappezzate di vere bottiglie e cibi in scatola che costituivano la sua personale riserva alimentare. Catalogatore maniacale, spirito egualitario, produttore e distributore dei multipli realizzati dagli artisti (fra cui Robert Watts, George Brecht, Yoko Ono, Eric Andersen, Ben Vautier, ecc.), che non dovevano costare più di qualche cent, Maciunas era di origine lituana ed amico di altri lituani come Jonas Mekas, che fondò a New York l’archivio sul cinema d’avanguardia probabilmente più importante al mondo, e del musicista fluxus Vytautas Landsbergis che negli anni Ottanta costituì nel suo Paese un movimento politico chiamato Fluxus e divenne poi il primo presidente lituano dopo la caduta del muro di Berlino. Nam June Paik fu l’inventore con Wolf Vostell della videoarte, coreano di cultura mongola, musicista nomade, sciamano del video, ma anche adorabile, innocente fanciullo. Wolf Vostell condivise con Paik la passione espressiva per la videoarte, ma se ne servì in modo molto diverso. Fu cosmopolita per scelta, non nomade per necessità come era stato per Paik e venne segnato profondamente dai misfatti della guerra nazista. Negli anni Cinquanta a Berlino fu tra i primi a poter visionare gli archivi fotografici sulla guerra da poco conclusa e a utilizzare quelle immagini nel suo lavoro artistico e nelle riviste da lui fondate. George Maciunas, Nam June Paik, Wolf Vostell, Ben Vautier, Robert Filliou, Allan Kaprow, Josef Beuys: li ho tutti conosciuti e frequentati, sono stato, spero, un loro buon amico, certo li ho amati tutti, perché ho amato, e continuo a farlo, la loro attitudine.