Cristina Taglietti, Corriere della Sera 3/9/2007, 3 settembre 2007
Il prossimo appuntamento è il 23 febbraio, a Varese, per il premio Chiara. «Ci andrò di sicuro, lì non corro il pericolo di rimanere deluso
Il prossimo appuntamento è il 23 febbraio, a Varese, per il premio Chiara. «Ci andrò di sicuro, lì non corro il pericolo di rimanere deluso. Il premio alla carriera me l’hanno già assegnato. Devo soltanto ritirarlo ». Se è rimasto male per l’esito del Super Campiello che l’ha relegato in fondo alla classifica, Carlo Fruttero, decano della cinquina con i suoi 81 anni e decine di titoli alle spalle (quasi tutti in società con Franco Lucentini, scomparso cinque anni fa), la mattina dopo non lo dimostra. Anzi, la voce, che arriva al telefono da un autogrill dell’autostrada Torino-Venezia («sto aspettando che qualcuno mi porti un panino») è più squillante del solito, l’umore sembra comunque alto, anche se qualcuno, sabato sera, al momento del verdetto, ha visto sul suo volto una smorfia di disappunto. Rilassato e ironico, Fruttero si lascia sfuggire soltanto qualche bonaria frecciata. «Alla Fenice mi sono divertito moltissimo, ci tenevo ad esserci, anche per l’ambientazione. Poi sono stato un po’ dietro le quinte ad osservare il via vai, c’era quel cantante, Massimo Ranieri, e Bruno Vespa che è stato molto gentile, con le sue battute sulle mie espadrillas gialle. Insomma, è stata comunque una serata piacevolissima. E poi l’affetto di quella standing ovation del teatro, tutti in piedi ad applaudire, mi ha molto rallegrato». Per il resto tutto normale, come il più scontato dei conclave dove chi entra papa esce cardinale. Al suo romanzo, il primo scritto dopo la morte del suo compagno di lavoro Franco Lucentini, ( Donne informate sui fatti, Mondadori), sono andati soltanto ventotto voti sui trecento della giuria popolare, in netta controtendenza rispetto al verdetto della giuria tecnica che aveva scelto in prima battuta i tre romanzi dei maschi (oltre a Carlo Fruttero, Alessandro Zaccuri e Romolo Bugaro) e poi ripescato le due signore, Venezia e Agus. Eppure la storia di un delitto piemontese (una ex prostituta rumena, sposata con un ricco industriale, viene trovata morta in un fossato), raccontato dalle voci di otto donne di varia estrazione sociale, ognuna con il suo linguaggio, sembrava avere tutte le carte in regola per mettere d’accordo critici e pubblico. «Tutti dicevano che ero il superfavorito, non poteva che finire così. Se devo dire la verità, non ho mai creduto molto alla vittoria. Comunque il verdetto è sacro, la competizione esiste fin dai tempi delle Olimpiadi. Poi ci sono stati i poeti laureati, il Nobel, spesso vinto da scrittori che dopo qualche anno si dimenticano. E comunque è talmente significativo il fatto di essere arrivato ultimo che sono ancora più tranquillo. Insomma meglio quinto che secondo o terzo». Che cosa significa? «Significa che chiaramente la giuria popolare è orientata verso un certo tipo di narrativa, diversa dalla mia. Sono lettori medi, o medio bassi. Il pubblico popolare preferisce quello, non sto a tormentarmi molto. Non ho letto Mille anni che sto qui, ma quando ho saputo che la vincitrice scrive fiction per la televisione, credo di aver capito il genere». Carlo Fruttero non ha letto né il libro di Mariolina Venezia, né quelli degli altri colleghi finalisti. «Non credo che li leggerò neppure in futuro. Non per snobismo, proprio perché la narrativa italiana non mi appassiona molto». Da anni ormai lCarlo Fruttero rilegge soltanto i classici (la grande letteratura francese, in lingua originale possibilmente, Manzoni, Leopardi e poco altro), oppure i saggi storici, che sono «quasi sempre storie di massacri, di guerre, di stragi». Con i compagni di cinquina non ha avuto tempo e modo di intessere grandi rapporti, anche se uno di loro, ma Fruttero non ricorda se Romolo Bugaro o Alessandro Zaccuri, «è stato molto simpatico e mi ha detto che mi avrebbe volentieri devoluto i suoi voti».