Sergio Romano, Corriere della Sera 2/9/2007, 2 settembre 2007
Ho recentemente letto un interessante libro di Peter W. Galbraith, che è stato membro della Commissione per le Relazioni estere del Senato americano e primo ambasciatore statunitense in Croazia, «La fine dell’Iraq», edito da Mondadori
Ho recentemente letto un interessante libro di Peter W. Galbraith, che è stato membro della Commissione per le Relazioni estere del Senato americano e primo ambasciatore statunitense in Croazia, «La fine dell’Iraq», edito da Mondadori. In esso, tra l’altro, si analizzano le rilevanti differenze storico-politiche delle principali etnie (sciiti, curdi e sunniti). Ci sono ampi riferimenti alla passata e attuale situazione del Kurdistan iracheno; so che è un aspetto molto complesso. Le vorrei chiedere informazioni e anche la sua opinione circa le prospettive della popolazione curda in Turchia. Bruna Croci bruna.croci@fastwebnet.it Cara signora Croci, Peter W. Galbraith non è stato soltanto ambasciatore degli Stati Uniti in Croazia durante una delle fasi più cruciali delle guerre balcaniche. stato anche, dopo il passaggio alla vita privata, consigliere costituzionale del governo regionale curdo. Disapprova la politica degli Stati Uniti in Iraq, non crede che esistano le condizioni per un Iraq unitario ed è profondamente convinto che i curdi non accetteranno mai di lasciarsi governare da Bagdad. In questa vicenda quindi Galbraith non è un semplice studioso o un osservatore neutrale. un appassionato avvocato difensore della causa curda. All’origine della questione vi è un problema geopolitico e demografico. I curdi sono più di 30 milioni, ma distribuiti principalmente su tre Paesi: circa 18 in Turchia, 8 in Iran, 6 in Iraq e nuclei minori in Siria, nel Caucaso, nel Kazakistan. Il trattato di pace stipulato con la Turchia dopo il crollo dell’Impero ottomano, prevedeva che i curdi potessero unirsi e creare uno Stato indipendente. Ma le clausole di quel trattato furono cancellate dalla trionfale insurrezione dell’uomo che sarebbe divenuto, con il nome di Kemal Atatürk, il fondatore della Turchia moderna. Da quel momento le singole comunità curde furono incoraggiate a battersi per l’indipendenza soltanto da chi aveva qualche motivo per infastidire il Paese in cui vivevano. Ma vennero abbandonate ogni qualvolta gli Stati della regione smettevano di farsi dispetti e preferivano andare d’accordo. Come ricorda Galbraith, i curdi iracheni furono usati e abbandonati, a seconda delle circostanze, da Teheran, da Bagdad e da Washington. Quelli della Turchia, dal canto loro, si sono scontrati per molti anni con il rigore nazionalista del governo di Ankara, deciso a impedire che anche le rivendicazioni meno radicali (l’uso della lingua, la creazione di partiti curdi, l’autonomia della regione) intaccassero lo Stato rigidamente giacobino creato dal fondatore. Il risultato fu una lunga catena di agitazioni terroristiche e operazioni di guerriglia. La situazione accennò a migliorare grazie alle pressioni dell’Unione europea e alla politica più conciliante del governo Erdogan. Ma in questi ultimi tempi i secessionisti del Pkk (il partito di Abdullah Ocalan, oggi incarcerato in Turchia) sono ritornati in campo con operazioni di guerriglia. Si servono della sostanziale indipendenza dei loro connazionali in Iraq per colpire gli obiettivi turchi e trovare riparo nel Kurdistan iracheno. I militari di Ankara vorrebbero, al modo degli israeliani, inseguirli e colpirli al di là della frontiera. Ma Erdogan, sinora, si è opposto alle loro richieste. E lo ha fatto, probabilmente anche per ridurre il loro potere nello Stato turco. Se la Turchia, dopo l’elezione del nuovo capo dello Stato, avrà una nuova Costituzione, meno ispirata ai principi di Atatürk, l’autonomia dei curdi potrebbe venire ufficialmente riconosciuta. Ma, attenzione: neppure Erdogan è disposto a permettere che il Kurdistan turco diventi un nuovo Kosovo. Gli americani lo sanno e cercano a loro volta di frenare le aspirazioni secessioniste dei curdi iracheni. Insomma i tempi e i protagonisti della politica internazionale cambiano, ma la situazione resta quella di sempre: nessuno, a parte i curdi, vuole un grande Kurdistan.