Aldo Rizzo, La Stampa 1/9/2007, 1 settembre 2007
Non è detto che accada. Manca un anno abbondante a quel primo martedì di novembre del 2008, in cui, secondo tradizione, si voterà per eleggere il prossimo presidente degli Stati Uniti
Non è detto che accada. Manca un anno abbondante a quel primo martedì di novembre del 2008, in cui, secondo tradizione, si voterà per eleggere il prossimo presidente degli Stati Uniti. E prima ci saranno le conventions dei due grandi partiti, dalle quali usciranno ufficialmente le nominations per la Casa Bianca. Non è detto che sia Hillary Clinton, moglie di Bill, presidente per otto anni, la candidata ufficiale dei democratici. E che poi ce la faccia a battere il concorrente repubblicano. Ma è un’ipotesi più che possibile, visto il vantaggio di cui Hillary ancora gode nei confronti di Barack Obama, il candidato afroamericano, e la sua popolarità tenace tra gli elettori Usa. E, se l’ipotesi si realizzasse, non solo gli Stati Uniti avrebbero per la prima volta una donna a capo dell’esecutivo, ma due famiglie, i Bush e i Clinton, si troverebbero ad aver gestito e a gestire la superpotenza planetaria, per almeno un quarto di secolo. Bush padre fu eletto nel 1988, Clinton-marito quattro anni dopo, e poi riconfermato per un altro quadriennio, Bush figlio gli successe alla fine del 2000, anche lui riconfermato nel 2004, e ora sarebbe Clinton-moglie a prenderne il posto. Padre-figlio, marito-moglie. E meno male che Hillary abbia solo scherzato, giusto ieri, parlando del coniuge come suo possibile vice. Quanto ai due ex presidenti, il padre e il marito, benché appartenenti ai due opposti partiti, e nonostante la differenza di età, sono diventati ultimamente grandi amici e vanno spesso in giro per il mondo, per perorare buone cause. Insomma, il potere americano, della più grande democrazia sulla Terra, come un family business? Non è la prima volta, nella storia degli Stati Uniti, di presidenti della stessa famiglia. Tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento, ci furono già un padre e un figlio, John e John Quincy Adams, ma a 25 anni di distanza. E si sa che i Roosevelt, Theodore e Franklin Delano, erano parenti (la moglie di Franklin, Eleanor, era sua cugina, in quanto nipote di Theodore), ma anch’essi agirono in due ben distinte fasi storico-politiche. E naturalmente i Kennedy, una saga familiare finita in tragedia, anzi in una serie di tragedie, ma per dire le dinastie... Gli Stati Uniti, poi, restano il Paese in cui a nessuno è negata la più alta ambizione, e per esempio Richard Nixon, da giovane, lavorava a una pompa di benzina per pagarsi gli studi. Del resto, se i Bush appartengono all’aristocrazia politica ed economica della costa atlantica, poi «imparentatasi» col petrolio texano, i Clinton nascono alla politica come giovani professionisti nell’Arkansas (e Bill partendo da dure condizioni familiari). Quindi non è necessariamente determinante la potenza del clan, anche se certo aiuta. che poi il clan, se già non c’è, si forma, per effetto del successo, e la finanza, di cui diventa referente e beneficiario, preferisce scommettere su chi già conosce. Ma, probabilmente, c’è qualcosa di più, a livello popolare, la voglia, forse inconscia, di una qualche larvata forma di monarchia, di rappresentanza durevole, come alternativa o correttivo delle fuggevoli forme della democrazia repubblicana. Chissà. Certo, l’eventuale elezione di Hillary alla Casa Bianca, dopo il marito e dopo i due Bush, non sarebbe un dato negativo. Anzi. Ma vedo che il caso si ripropone in Argentina, dove Cristina, la moglie dell’uscente Nestor Kirchner, è data per superfavorita nelle elezioni del 28 ottobre. E anche lì ci sono noti precedenti. E se i parenti stretti di chi ha già detenuto il potere, in democrazia, fossero un po’ più restii a cimentarsi in proprio? Dopo tutto, le famiglie sono tante... Dico in democrazia, perché poi la Corea del Nord è, macroscopicamente, tutt’altra cosa. Stampa Articolo