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 2007  settembre 01 Sabato calendario

Il fenomeno è recente, le parole che lo indicano anche. Secondo il Vocabolario Zingarelli della lingua italiana il sostantivo «perdonismo» e l’aggettivo «perdonista» sono nati poco più di vent’anni fa, nel 1984

Il fenomeno è recente, le parole che lo indicano anche. Secondo il Vocabolario Zingarelli della lingua italiana il sostantivo «perdonismo» e l’aggettivo «perdonista» sono nati poco più di vent’anni fa, nel 1984. Sembra impossibile, ma prima di quella data l’Italia era un paese come tutti gli altri, dove i parenti delle vittime, ai processi, inveivano contro gli assassini e reclamavano di farsi giustizia da soli: con parole e sentimenti riprovevoli, ma umanamente comprensibili e tutto sommato normali. Dal 1984 la musica è cambiata. La prima perdonatrice ufficiale, negli annali della Repubblica, è stata Maria Fida Moro, figlia dello statista assassinato dalle Brigate Rosse, che offrì il suo perdono (non richiesto) agli assassini del padre. Li incontrò in carcere, pranzò con loro, andò a messa con loro e portò i loro fiori sulla tomba del padre, tanto che i giornali dell’epoca parlarono di «perdono spettacolo». Il suo sembrava essere un caso isolato, da mettere in conto all’educazione cattolica e alla particolare sensibilità della persona; era, invece, l’inizio di un fenomeno senza uguali nel mondo, quello del perdonismo; e di un’alluvione di perdonatori, che da allora continuano a popolare le cronache dei nostri giornali e telegiornali. In un paese di sessanta milioni di abitanti non passa giorno, o quasi, senza che si compia qualche delitto, o che qualcuno muoia in circostanze drammatiche; e non passa giorno, o quasi, senza che qualcun altro, parente stretto dei defunti, perdoni gli assassini o quantomeno si ponga il problema: «Devo perdonarli? Potrò mai perdonarli?». Un problema che in qualunque altra parte del mondo, di fronte al cadavere ancora caldo di un congiunto, verrebbe considerato irrilevante o comunque secondario, e che da noi sembra imprescindibile. In ventitré anni di perdonismo l’Italia ha avuto perdonatori memorabili. Particolarmente drammatico è stato il caso di Rosaria Schifani, moglie di un agente della scorta del giudice Falcone, che gridò agli assassini del marito durante i funerali: «Vi perdono, ma dovete inginocchiarvi!». Quel grido, che commosse l’Italia, ci appare però surreale e quasi assurdo se lo mettiamo in relazione con le persone che avevano ucciso l’agente Schifani, e con le loro fisionomie criminali. Altro che perdono! Altro che inginocchiarsi! Un altro perdonatore memorabile è stato il signor Castagna di Erba: che avendo perduto in un sol colpo la moglie, la figlia e il nipotino ancora in fasce, appena conosciuta l’identità degli assassini si è affrettato a perdonarli, adducendo non so quali sentimenti cristiani. (E superando così in bontà lo stesso Gesù; di cui si dice nei Vangeli che delegò a Dio il compito di perdonare: «Padre, perdona loro...»). L’ombra del perdonismo è aleggiata anche sul delitto di Garlasco, dove ancora non ha potuto prendere corpo in mancanza di un assassino, o di un’assassina, accertati; e continua ad aleggiare nelle richieste di un’amnistia, anzi: di un «colpo di spugna» che dovrebbe cancellare i reati di terrorismo, compiuti negli Anni Settanta e Ottanta in nome di una guerra civile che fortunatamente non c’è stata, contro una dittatura che non c’era. Qui, però, anche i perdonisti devono fermarsi. Se la figlia del brigadiere Antonio Custra, ucciso a Milano il 14 maggio 1987, dice di poter perdonare Walter Grecchi che non è l’assassino di suo padre, ma soltanto, per sua stessa ammissione, un ex cretino che quel giorno lanciò qualche «molotov», la faccenda riguarda soltanto le coscienze delle persone interessate. Ma se a chiedere e a pretendere un perdono, che soltanto Dio può dare, sono degli assassini accertati, la faccenda ci riguarda tutti, compresi gli assassini. Lo ha detto anche Cesare Beccaria, che «il delinquente ha diritto alla sua pena». Gli piaccia o no. Stampa Articolo