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 2007  settembre 01 Sabato calendario

Spaghetti di riso, soia, dolci al tamarindo e patatine «halo halo». Ma anche bibite, detersivi, bidoni della spazzatura, e la possibilità di comunicare con l’estero da quattro cabine telefoniche incassate nella parete

Spaghetti di riso, soia, dolci al tamarindo e patatine «halo halo». Ma anche bibite, detersivi, bidoni della spazzatura, e la possibilità di comunicare con l’estero da quattro cabine telefoniche incassate nella parete. «Tra poco funzionerà anche l’internet point, la linea ce l’abbiamo già». Violeta Rosales Valerio è una filippina di 42 anni dagli occhi furbi e l’italiano forbito dopo tanti anni di lavoro in Italia. Rintuzza con vigorosa simpatia i clienti che protestano per il rincaro di pochi centesimi sui prezzi dei market concorrenti. Si vede che Violeta sa come trattarli, e come tenere in riga le figlie, 14 e 8 anni, che la assistono lavorando e imparando dalla madre come si fa. Le fanno compagnia, perché nelle Filippine la famiglia è ancora un’istituzione e si vive, finché è possibile, tutti assieme. Della toletta per cani che vide consumarsi proprio qui, in questi pochi metri quadrati, il più atroce delitto della storia criminale italiana, è rimasto poco o nulla: i due ingressi, uno sul cortile formato dalla rientranza tra due alti edifici lungo via della Magliana, periferia non più nuova ma sempre violenta della capitale, l’altro su un cortile secondario. E il bagno, in corrispondenza delle tubature che alimentavano i rubinetti per la pulizia e tosatura. Ieri solo italiani, oggi no Il 18 febbraio 1988, si confrontavano alla Magliana solo italiani. Calabresi, siciliani. Oggi, il circondario è in mano agli stranieri. Una piccola casbah. Ecco, il degrado è l’unico vero retaggio. Gli inquilini anziani sfilano in silenzio tra botteghe gestite da asiatici: alimentari, abbigliamento, discount, western union, phone point. Ci si lamenta in privato dei gruppi di balordi che riparano nel cortile a scolar birre e orinare contro i muri. «Siamo stranieri in patria». Finora (da allora) non è successo nulla di terribile. «Ma abbiamo paura per i nostri figli». Già, difficile che il passato ritorni. «Quello che successe è irripetibile». Se lo ricordano ancora il giorno in cui la polizia si presentò in forze, mise le transenne e il cortile s’illuminò dei flash dei fotografi attorno alla bottega di «Lavaggio cani» di Pietro De Negri, che tutti conoscevano come «er canaro». Uomo mite, fino allora, che si prestava con le sue mani d’oro ad aggiustare le serrande rotte dei vicini e a risolvere i problemi altrui. Si scoprì che dalle tre del pomeriggio alle dieci di sera di quel 18 febbraio 1988, «er canaro» s’era preso la sua vendetta sul bullo del quartiere, l’ex pugile Giancarlo Ricci, l’amico-nemico che a suo dire lo derubava, lo picchiava, bastonava i suoi cani (la sua Jessy), lo umiliava davanti alla figlia. Che lo aveva costretto a farsi complice d’un furto prestandogli il negozio per bucare il muro e ripulire quello confinante, e ripagarlo con una scarica di pugni invece che con la metà del bottino all’uscita dal carcere... Così almeno nel racconto dell’assassino. La vendetta del debole Un giorno De Negri, l’esile De Negri, il debole e succube De Negri, decise che aveva troppo abbozzato, che era stufo, allora preparò della corda e una tanica di benzina e quando il bullo si presentò a bottega a pretendere coca e soldi, lo convinse a entrare in una delle sue gabbie per cani in attesa di uno spacciatore che non sarebbe mai arrivato, per rapinarlo insieme. Poi lo stordì a bastonate, lo mutilò («smontò», disse poi) pezzo per pezzo tenendolo in vita per farlo assistere alla propria rovina, le ferite cauterizzate dal fuoco con cui accendeva la benzina che gli spruzzava addosso. Ritrovarono quel che restava del «pugile», 27 anni vissuti tra spaccio, furti e prepotenze (il canaro ne aveva 31), in una busta della spazzatura nella discarica sopra la ferrovia. La salma non aveva più orecchie, naso, labbra, lingua, dita, genitali (infilati in bocca, qualcuno sostenne che morì soffocato). Aveva le rotule fracassate, il cranio aperto, «lavato» con lo shampoo per cani, le parti mutilate infilate anche a martellate negli orifizi: l’ano, la bocca, gli occhi. Il più atroce delitto mai visto, perché a differenza di altri orrori passati la vittima era stata fatta a pezzi quand’era ancora in vita. Non dopo. Ricci era una montagna di muscoli, fu questa la sua sfortuna: resistette fino all’ultimo. Quel massacro fu l’orripilante risultato di un cocktail mentale: la vendetta per le prevaricazioni subite, un’abbondante quantità di cocaina pippata per darsi coraggio, il terrore di farsi scoprire o essere punito dalla vittima, lui o i suoi, se non avesse portato a termine l’opera. Da assassino a Robin Hood Nessun pentimento. De Negri, che dopo una prima scarcerazione perché «incapace d’intendere» e la condanna definitiva a 24 anni e dieci mesi di reclusione, è tornato libero nell’ottobre 2005, nei suoi memoriali, in parte raccolti da una giornalista di razza, Mariella Regoli, si è sempre dipinto come un eroe per aver messo a tacere «l’infame». E quell’aura d’eroismo per aver riscattato tutto un quartiere continua ad aleggiare nei ricordi della gente. «Era un po’ un Robin Hood, nel senso che in molti tirarono il respiro alla notizia della morte del pugile». Però molti erano anche amici della vittima. La madre aveva combattuto per sottrarlo al racket della droga e ne ha sempre difeso l’indole di fondo e la popolarità nel quartiere. Ma l’idea che a vendetta si possa aggiungere, a distanza di decenni, altra vendetta, ricorre nei commenti di strada. Il veterinario Oggi, certo, quell’angolo al 253 di via della Magliana è un’oasi di pace esotica. L’antica toletta per cani si è allargata con lo sfondamento di un muro a comprendere il negozio dove si era compiuto il furto che costò al canaro la prigione. La famigliola filippina non è per nulla turbata dalla coincidenza topografica. L’unico richiamo visivo a quel 18 febbraio 1988 sta di fronte, al 255, dove si apre una porticina con un piccolo studio di veterinario e annessa toletta. Manuele Cascioli, il veterinario, 40 anni, si è insediato da sei anni e quando ricorda i fatti si riferisce al Ricci come a «colui che è stato con dovizia dissezionato». Perché nessuno mai trova le parole giuste e normali per descrivere ciò che avvenne quel pomeriggio, fra le urla del disgraziato coperte dalla musica di due radio ad alto volume, De Negri le smorzò solo quando «l’infame» non ebbe più la lingua per urlare. «All’inizio - dice Cascioli - i clienti che non sapevano bene dove fossi si davano l’indicazione di andare all’ambulatorio vicino «ar canaro», adesso che lo sanno nessuno fa più riferimenti...». Il tosacani è un ragazzo, Danilo, e nessuno s’azzarderebbe a chiamarlo «er canaro». Perché di «canaro» alla Magliana, Roma, in Italia, forse nel mondo, ce n’è stato uno solo. E in questo cul de sac di periferia il ricordo di quella violenza inaudita fa ancora accapponare la pelle.