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 2007  settembre 01 Sabato calendario

APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 3 SETTEMBRE 2007

«Per essere lavavetri ci vuole tecnica. La spugna devi saperla muovere. Tutta questione di rotazione del polso e reattività dell’avambraccio, quasi come una volée di Edberg». (Andrea Scanzi, giornalista della Stampa che ha provato a pulir parabrezza in piazza Ferrucci a Firenze, fermato da una volante nello «spazio di un rosso»). [1]

Il diessino Graziano Cioni, assessore alla Sicurezza del comune di Firenze, ha firmato un’ordinanza che qualifica l’attività di lavavetri come «mestiere girovago», non previsto dall’amministrazione e quindi vietato ai sensi dell’articolo 650 del codice penale (punisce le inosservanze agli ordini con 206 euro di multa o tre mesi d’arresto). [2] L’autore del provvedimento, noto in città come ”lo sceriffo”: «Negli ultimi tempi c’è stata un’impennata di segnalazioni e reclami da parte dei cittadini, perché i lavavetri sono diventati aggressivi, non chiedono permesso: ti mettono direttamente la spugna sul parabrezza e a volte nascono discussioni e alterchi, che nel caso di donne sole in auto possono diventare pericolosi». [3]

Tutti i sondaggi fatti nei giorni successivi alla notizia dell’ordinanza hanno mostrato un enorme consenso popolare (sul corriere.it, per fare un esempio, quelli d’accordo erano l’88%. Risultati analoghi per i sondaggi di Repubblica, Stampa, Sky ecc.). [4] Afef: «Non ci può essere accettazione di grandi e piccole violazioni delle norme, perché chi le trasgredisce vive in condizioni disagiate». [5] Sergio Chiamparino, sindaco di Torino: «L’ordinanza è un’aspirina, poi bisogna capire come curare, a fondo, la malattia». [6] Romano Prodi, presidente del Consiglio: «Io sono sempre stato convinto che la lotta contro la piccola criminalità sia indispensabile anche per fermare la grande. Certo non avrei cominciato con i lavavetri, avrei cominciato con chi fa le scritte sui muri o con i posteggiatori abusivi». [7]

Scoppiata la questione «lavavetri» si è «assistito allo spettacolo di una divaricazione insanabile tra la totalità degli amministratori di sinistra, neoseguaci del partito legge e ordine, e la quasi totalità degli intellettuali, che accusano i primi di essersi acconciati a una campagna indecorosa» (Pierluigi Battista). [8] L’italianista Alberto Asor Rosa ha scritto sul Corriere della sera che l’ordinanza «è una cialtronata. Sarebbe come se, in presenza di una gravissima emergenza igienica, le autorità preposte andassero in giro ad ammazzare le mosche con i giornali arrotolati». [9] Il sociologo Marco Revelli ha parlato di «provvedimento sproporzionato e anche stupido»: «C’è il rischio di spingere verso forme di illegalità persone che si guadagnano da vivere senza commettere reati, cioè non spacciano, non rubano e non truffano gli altri cittadini». [10] Lo storico Franco Cardini: «Mi sembra uno di quei periodici ”repulisti” contro zingari o extracomunitari. Questa volta è il turno dei lavavetri». [11]

Molti intellettuali della sinistra sono ancorati al vecchio schema ottocentesco della criminalità predatoria figlia della disoccupazione e della povertà. Il sociologo Marzio Barbagli: «Ma non si sono mai occupati del problema così com’è oggi». [12] Sergio Cofferati, sindaco di Bologna: «C’è di più. C’è una specie di auto-giustificazione della sinistra di fronte alle proprie insufficienze. Visto che non riesco a incidere sulle radici sociali dell’illegalità, visto che non riesco a rispondere ai bisogni del povero, gli dico ”arrangiati, e io chiudo un occhio”». [13] Quello ai semafori oggi è il mestiere d’ingresso in Italia. Giuseppe Sciortino, sociologo delle relazioni etniche all’università di Trento: « in mano ai romeni, la cui presenza è in forte espansione dopo l’apertura delle frontiere» (oggi i romeni sono cittadini Ue). [14]

A introdurre il ”mestiere” sono stati i polacchi, nell’86. Cinzia Gubbini: «Altri tempi, arrivavano dal paese di papa Wojtyla e, soprattutto a Roma, godevano di un certo rispetto, o meglio compassione. I polacchi allora sognavano mica di restare in Italia, ma di andare in Canada o negli Stati uniti, e ai cronisti dell’epoca raccontavano che l’idea di imbracciare la spazzola insaponata era venuta proprio dalla mitica America, dove i ragazzini - anche di famiglia benestante - svolgevano questa mansione innocua per mettere insieme la paghetta». [15] Secondo Oliviero Forti, responsabile dell’ufficio immigrazione della Caritas italiana, negli ultimi anni il fenomeno è radicalmente mutato fino a diventare un’attività «controllata dalla malavita, con vere e proprie spartizioni del territorio»: «Bisogna dire, comunque, che una porzione seppur minima dell’incasso serve a far ”tirare la carretta” ai lavavetri. Ma il grosso va a chi li sfrutta: bisogna avere la consapevolezza che con questi soldi si alimenta la malavita». [16]

«Dubito sempre quando la severità interviene sugli ultimi invece che sui primi colpevoli, in questo caso il racket», ha detto Fausto Bertinotti, presidente della Camera. [17] A Roma gli inquirenti sono convinti che l’80 per cento dell’accattonaggio ai semafori sia controllato da tre famiglie romene. Fulvio Milone: «Il resto se lo dividono i serbo-bosniaci. Ci sono stati anche degli arresti, una ventina. Dalle intercettazioni rese difficili dal fatto che gli indagati parlavano quasi sempre in dialetto Sinti o Kaldaresh, si è capito che l’organizzazione controlla l’intera filiera di questo mercato illegale. ”Importa” i poveri diavoli dalla Romania e li mette in topaie pretendendo fitti altissimi, tanto che gli immigrati finiscono per spendere tutto il guadagno realizzato ai semafori per pagarsi un letto». [18]

Esiste un racket dei lavavetri? Giuseppe D’Avanzo: «Se ci si rivolge ai procuratori di mezz’Italia, la risposta sarà un no, non c’è traccia nel loro lavoro di un racket di lavavetri». [19] Antonio Di Maggio, comandante dell’VIII Gruppo e del Gruppo sicurezza urbana della polizia municipale di Roma: «Secondo i nostri rilievi il lavoro dei lavavetri conta su poco più di un migliaio di persone, tra adulti e bambini, che però si dedicano anche all’accattonaggio. Ma i dati sono fluttuanti. Denunce vengono presentate anche dagli stessi lavavetri, prevalentemente stranieri, che volendo svolgere attività presso un incrocio, vengono minacciati e malmenati dalle bande di romeni già insediati in quel luogo». Cinzia Gubbini: «Si tratterebbe di un controllo sul territorio, più che sulle persone. Il semaforo è mio e lo gestisco io». [15]

Nel 2005 i carabinieri del reparto operativo di Bologna si finsero pulitori agli incroci. Il pm Valter Giovannini: «Il fenomeno esisteva con persone, quasi tutti uomini dell’est, che avevano l’abitudine di occupare sempre le stesse zone ogni giorno. I carabinieri hanno rilevato anche situazioni di petulanza e insistenza verso gli automobilisti, forse più accentuato verso le donne da sole in macchina. Non c’è stata però nessuna azione intimidatoria e violenta contro i militari finti lavavetri, nessuna persona esterna è intervenuta e non è emerso niente che lasciasse immaginare l’esistenza di un racket dove si intenda lo sfruttamento organizzato di un’attività per trattenere la parte più significativa dei profitti». [20]

Quanto guadagna un lavavetri? Enrico Hullweck, sindaco di Vicenza: «Fino a mille euro al giorno». [21] Giovannini: «Ricordo che un carabiniere in tre ore aveva raccolto sessanta centesimi». [20] Elena Panarella: «Dipende dall’esperienza e dalla capacità di intenerire le persone. In via Cristoforo Colombo, per esempio, il rosso per le macchine dura 18 secondi. Tradotto in soldi, dai 2 ai 4 euro ogni rosso». Un Milo di 21 anni ”proprietario” di uno dei tanti semafori della Colombo: «Dalla mattina alla sera, se mi impegno, riesco a recuperare una sessantina di euro». [22] Secondo i vigili di Roma la media si aggira sui 40 euro in 10-12 ore di lavoro. [18] Sergio Bontempelli, autore della ricerca Vita da semaforo. Un lavoro dimenticato, parla di 2,5-2,8 euro all’ora, per un introito mensile di circa 500 euro su 45 ore di lavoro settimanali (nota bene: nel 2003 lo stipendio medio lordo in Romania era di 177 euro). [15]

Il sottosegretario all’Economia Alfonso Gianni (Prc), ha lanciato una proposta in antitesi con l’ordinanza fiorentina: istituire un albo dei lavavetri (con tanto di requisiti ”minimi” per l’iscrizione) che dovrebbe valere come anticamera per la concessione del permesso di soggiorno. Altre idee: una tassa da imporre a quelli che a forza di pulire superano un certo reddito, radiazione per chi non è abbastanza gentile col cliente ecc.. [23] Un altro assessore fiorentino (Silvano Gori, Margherita), ha proposto di riservare ai lavavetri dei posti fissi agli angoli delle strade (ma non ai semafori) come avevano un tempo i lustrascarpe. [24]

Quello del lavavetri al semaforo non potrà mai essere considerato un mestiere né tanto meno un ammortizzatore sociale mascherato. Gad Lerner: «Le vie dell’accoglienza e del sostegno agli svantaggiati sono ben altre, prevedono il ripristino dell’umana dignità. Il contrario dell’odioso ricatto perseguito attraverso l’esibizione di mutilazioni, sporcizia, disperazione infantile. I racket che s’illudono di lucrare sui nostri sensi di colpa ottengono l’effetto opposto: incoraggiano i cittadini a ignorare il dramma della disuguaglianza sociale. Propagandano il disvalore dell’egoismo e spengono il naturale istinto della compassione». [25]

Il vero problema dell’Italia è che non ama la legalità, a tutti i livelli. Chiamparino: «Da quello che lascia il Cayenne in seconda fila al leghista che invoca lo sciopero fiscale sino al parcheggiatore abusivo». [6] Lerner: «In un Paese civile l’accattonaggio molesto dovrebbe essere perseguito esattamente come i posteggi in doppia fila e la guida con il telefonino. Vietato, e di conseguenza sanzionato puntualmente con multe severe abbastanza da disincentivarne la recidiva. Purtroppo l’Italia è invece un Paese in cui i lavavetri possono venire organizzati in racket, talvolta aggressivi. E la ragione è la medesima per cui tanti cittadini perbene lasciano l’auto in doppia fila e parlano al telefonino guidando. E cioè che sono molte più le probabilità di cavarsela che non di essere puniti con la necessaria severità». [25]