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 2007  settembre 01 Sabato calendario

Sto rileggendo un volume sulla storia italiana del dopoguerra e in particolare sull’atteggiamento di Togliatti dopo il rapporto segreto sui crimini di Stalin

Sto rileggendo un volume sulla storia italiana del dopoguerra e in particolare sull’atteggiamento di Togliatti dopo il rapporto segreto sui crimini di Stalin. Mi sono sorti alcuni dubbi. Perché Kruscev si decise a leggere quel rapporto segreto, benché fosse presumibile che sarebbe diventato di pubblico dominio nelle democrazie occidentali? Perché ha condannato il culto della personalità del suo predecessore nel momento in cui si installava al vertice dell’Urss, certo non con intenzioni di aperture democratiche, come dimostra la repressione a Budapest? Domenico Ciniditti docini77@libero.it Caro Ciniditti, quando apparvero in Occidente le memorie di Nikita Kruscev (la prima edizione americana risale al 1970, quella italiana apparve presso Sugar Editore), tutti corsero a leggere il capitolo in cui il leader sovietico descriveva il XX Congresso del partito, nel febbraio del 1956, e le ragioni per cui egli aveva deciso di rivelare, nel corso di una seduta a porte chiuse, i crimini di cui Stalin si era macchiato soprattutto negli anni Trenta. Kruscev sostiene che la verità era emersa in tutto il suo orrore grazie a una commissione d’inchiesta che il Presidio del Comitato centrale aveva affidato a un ideologo del partito, P. N. Pospelov. Ma il vertice del Pcus si era tacitamente accordato sulla comoda tesi che i crimini (arresti arbitrari, torture, processi sommari, sentenze ingiuste e spietate, gulag per i più fortunati e brutale eliminazione per alcune centinaia di migliaia di innocenti) fossero opera di Beria, l’onnipotente ministro della polizia, processato e giustiziato dopo la morte del dittatore, e che occorresse continuare a difendere la memoria di Stalin. Dopo l’inizio del Congresso, tuttavia, Kruscev, nella sua veste di segretario generale, convocò una riunione segreta del Presidio e disse ai suoi compagni che la situazione era diventata ormai insostenibile. Prima o dopo le vittime sopravvissute al Terrore sarebbero uscite dai gulag e avrebbero raccontato ai familiari la storia delle ingiustizie subite. Poteva la dirigenza sovietica, chiese Kruscev, sfuggire alle proprie responsabilità e terminare il Congresso senza un cenno a quegli avvenimenti? Poteva fingere che nulla fosse accaduto e astenersi dal dare ai congressisti il sentimento di una svolta netta e decisiva? Seguì, a quanto pare, una discussione burrascosa durante la quale alcuni protagonisti dell’era staliniana (Voroscilov, Kaganovic, Molotov, Mikojan) si opposero sostenendo che gli effetti delle rivelazioni sarebbero stati disastrosi. «Non capite, disse Molotov, quel che succederà?». Ma Kruscev replicò che era arrivata l’ora di parlare: «Se aspettiamo il XXI Congresso sarà già troppo tardi, ammesso che riusciremo a giungervi, senza essere prima accusati». Quando capirono che il segretario del partito avrebbe parlato anche senza la loro approvazione, gli altri dovettero piegarsi alla sua volontà. E il rapporto venne letto da Kruscev nel corso di una sessione speciale durante la quale «si sarebbe sentita volare una mosca». Questa è la versione di Kruscev. Ma è probabile che la mossa del segretario generale rispondesse a un preciso obiettivo politico. Il leader sapeva che la formula della direzione collegiale, decisa dopo la morte di Stalin, lo avrebbe esposto, prima o dopo, a qualche congiura di palazzo. Per conquistare un potere indiscusso e incontestato doveva dare scacco alla vecchia guardia. Tutti i membri del Presidio erano stati, in un modo o nell’altro, complici del dittatore defunto, ma l’immagine del purificatore avrebbe permesso a Kruscev di cavalcare il processo di «destalinizzazione» e di esercitare sugli altri una sorta di ricatto permanente. Fu un’audace scommessa. Ma si rivelò vincente quando un anno e mezzo dopo, nel giugno del 1957, poté sbarazzarsi del «gruppo antipartito », costituito da Malenkov, Mo-lotov, Kaganovic e Shepilov. Il rapporto cessò di essere segreto quando fu pubblicato dalla stampa americana. Kruscev spiegò la «fuga» scrivendo che il testo, distribuito ai «partiti fratelli », era caduto nelle mani di alcuni comunisti polacchi ostili all’Unione Sovietica che ne avevano fatto parecchie copie e se ne erano serviti per i loro fini. Fu così, secondo il leader sovietico, che «gli agenti dei servizi segreti di tutti i Paesi del mondo lo poterono comperare sul mercato per pochi soldi». Resta il legittimo dubbio, naturalmente, che altri, a Mosca, fossero interessati alla sua diffusione e che la verità sia nascosta in qualche scaffale degli archivi sovietici