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 2007  agosto 31 Venerdì calendario

Quasi metà degli italiani riterrebbe opportuno uno sciopero fiscale, totale o parziale. più simpatetico a questa prospettiva chi ha tra i 35 e i 55 anni, nell’età in cui si è oggi maggiormente impegnati in una attività lavorativa, mentre tra i più giovani, forse più idealisti, prevale l’idea che occorre sempre pagare le tasse

Quasi metà degli italiani riterrebbe opportuno uno sciopero fiscale, totale o parziale. più simpatetico a questa prospettiva chi ha tra i 35 e i 55 anni, nell’età in cui si è oggi maggiormente impegnati in una attività lavorativa, mentre tra i più giovani, forse più idealisti, prevale l’idea che occorre sempre pagare le tasse. Ma la caratteristica più rilevante del fenomeno è la sua relativa trasversalità sociale e politica. Esso è infatti comprensibilmente più diffuso nel centrodestra e, ancor più, tra chi si definisce di centro tout-court (ove si trova la maggioranza dei leghisti). Ma è significativo che, anche nel centrosinistra, ben un terzo si dichiara d’accordo con l’opportunità di pagare meno tasse quando si è insoddisfatti dell’operato del governo. E, ciò che è ancora più importante, la maggioranza assoluta di chi oggi è indeciso su cosa votare e dei potenziali astenuti concorda con l’ipotesi di sciopero fiscale. Peraltro, la riduzione delle tasse costituisce da tempo una delle richieste più diffuse nell’elettorato, di destra come di sinistra: è da vari mesi al primo posto nella graduatoria, delle «cose che il governo dovrebbe fare». E, di recente, riguardo alla destinazione del «tesoretto », la maggioranza relativa indica come soluzione più adeguata il «diminuire da subito le tasse per tutti», preferendola alla riduzione del debito pubblico o a una politica di redistribuzione sociale delle risorse. Questo clima di opinione dipende almeno in parte dalla quasi naturale tendenza degli italiani a cercare, in ogni caso, di evadere o quantomeno di erodere le imposte. Diversamente da quanto accade in altri paesi, l’escogitare soluzioni anche innovative per evadere è considerato un comportamento comprensibile, anzi, in certi casi ammirevole: un recente sondaggio ha mostrato come «assentarsi da lavoro quando non si è realmente malati» o «non pagare il biglietto sul tram» o perfino «tradire il coniuge» siano considerati più riprovevoli del non pagare le tasse dovute. Già negli anni 50, i sociologi americani indicavano l’Italia come caso emblematico di assenza di «cultura civica». E, pochi giorni fa, Michele Salvati denunciava in un lucido editoriale sul Corriere, la carenza di cultura civica come uno dei problemi cruciali del paese. Ma questa «naturale» tendenza a evadere il fisco viene oggi ulteriormente giustificata e stimolata dalla diffusa e crescente insoddisfazione per il funzionamento dello stato. Non si tratta solo del dissenso per il modo con cui i soldi raccolti dai cittadini vengono impiegati e spesi. Il disagio dell’opinione pubblica proviene, ad esempio, anche dall’ampiezza della «casta politica» (documentata nel libro di Stella e Rizzo), dall’esistenza di mille ostacoli burocratici che frenano l’iniziativa e da decine di altri fenomeni similari di malgoverno. Dobbiamo quindi attenderci una larga adesione alla proposta di sciopero fiscale avanzata da Bossi? Non è detto: la trasversalità politica dell’orientamento (e della protesta) anti- tasse indica infatti come ciascuno ritenga in fondo il «proprio» partito meno peggio rispetto ad altri. Ciò suggerisce di continuare a votarlo e di seguirne le indicazioni. probabile, dunque, che gli appelli del senatur trovino riscontro solo in una parte dell’elettorato leghista. Ma gli atteggiamenti descritti sin qui rappresentano al tempo stesso una sorta di fuoco sotto le ceneri. Pronto ad accendersi se qualcuno – un leader o una forza politica – sa invece trovare gli accenti giusti per persuadere o mobilitare gli scontenti, specie gli indecisi e i potenziali astenuti, magari con richiami di carattere populistico.  un rischio che l’Italia corre in misura sempre maggiore.