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 2007  agosto 31 Venerdì calendario

di LUIGI VACCARI IL viaggio con le matite e i pennelli che Tullio Pericoli, marchigiano di Colli del Tronto, ha compiuto fin qui, dagl’inizi degli Anni Sessanta, è apparentemente molto frastagliato

di LUIGI VACCARI IL viaggio con le matite e i pennelli che Tullio Pericoli, marchigiano di Colli del Tronto, ha compiuto fin qui, dagl’inizi degli Anni Sessanta, è apparentemente molto frastagliato. «Un percorso scandito da strade continuamente interrotte», ha sottolineato quando, a marzo, è stato invitato a parlare alla Scuola Normale Superiore di Pisa per ”I venerdì del direttore”. E ha spiegato: «Sentivo ogni volta i limiti del mezzo che adottavo, la sua inadeguatezza a farmi esprimere con sufficiente completezza». Ha cominciato facendo la caricatura dei suoi professori di liceo, ad Ascoli Piceno, e i gessi della Pinacoteca. Sono poi venute le stagioni dei disegni di politici, fra gli Anni Settanta e gli Anni Ottanta. Dei ritratti di personaggi, soprattutto letterari. Delle sigle per la televisione. Dei numerosi libri che ha pubblicato. Delle collaborazioni a riviste e quotidiani (Linus, Corriere della Sera, L’espresso, la Repubblica, New Yorker, El Pais): dicendosi, «con molta convinzione», che avrebbe fatto «il pittore sui giornali». Delle scenografie teatrali per l’Opernhaus di Zurigo, il Teatro Studio e il Teatro alla Scala di Milano. L’ultimo approdo è una ricerca sul paesaggio: «In realtà è un ritorno a un tema che ho affrontato in periodi diversi, ora in forma di racconto ora in modo più astratto, risentendo delle lezioni di Paul Klee». E puntualizza che le opere che va dipingendo sono meno letterarie di quelle del passato: «Più nutrite di segni e di materia, queste, nelle quali inseguo una sinistra vitalità con inquietudine e impazienza». Perché «sinistra»? «Con questo aggettivo intendo suggerire a chi guarda i miei quadri che, dentro la loro pace apparente, c’è, sotto pelle, una instabilità che inquieta la superficie. A volte faccio delle foto dilatando a dismisura i particolari dei miei dipinti: nella dilatazione, vedo che piccoli segni diventano lacerazioni». Quando è maturata la decisione di mettere da parte il disegno e i ritratti, che le hanno procurato ampi riconoscimenti non solo in Italia, per dedicarsi soltanto alla pittura paesaggistica? Qual è stata la spinta? «Lungo una vita si scelgono, di volta in volta, i mezzi espressivi che pensiamo ci consentano di esprimerci al meglio. Per alcuni anni ho creduto che fosse la carta stampata, senza mai abbandonare peraltro la ricerca sul disegno e sulla pittura. I quadri che dipingo oggi, anche se testimoniano una svolta nel mio lavoro, risentono di tutto quello che ho fatto finora. E ho scoperto, con un po’ di sorpresa, che sono più vicini ai miei dipinti di 20-25 anni fa che a quelli di 10 anni fa», risponde Pericoli, le cui opere sono state esposte in numerose gallerie e musei italiani ed esteri. Perché ha scelto di viaggiare nelle colline marchigiane, che ha avuto «davanti agli occhi fin da bambino»? «Da quando è scomparsa la figura del committente, che suggeriva che cosa dipingere, i pittori hanno cercato da sé gli oggetti coi quali esprimersi. Quello che conta è la pelle del quadro, la superficie dipinta, e meno forse ciò che rappresenta. Il paesaggio è il tessuto del mio sistema espressivo: la mia lingua. Tutte le lingue rivelano, d’altra parte, la loro origine: un accento, una cadenza, un luogo. Il luogo d’origine della mia lingua sono le colline che ho visto dall’infanzia e che sono entrate nei miei occhi». Come le guarda? «Come un contenuto guarda il suo contenente. La sensazione di piacere che molto spesso provo guardando un paesaggio, oppure davanti a un paesaggio che mi colpisce per la sua bellezza o la sua grandiosità, deriva da un senso di appartenenza a questo spettacolo: sento, cioè. di far parte di una totalità armonica». Che cosa spera di conquistare con questo «diario di un viaggiatore immobile», come lo ha chiamato e ha scritto tre anni fa nel libro-catalogo (edito da Nuages) «Viaggio nel paesaggio»? «Una maggiore vicinanza con il paesaggio che rappresento. Nello stesso tempo, spero di proporne, stimolarne, suggerirne una migliore lettura. Sarei contento se qualcuno, guardando i miei quadri, avesse più strumenti per guardare il paesaggio reale». Spera anche nella possibilità di acciuffare il senso della vita? «Fino al liceo ho pensato di poterlo trovare. Vi ho rinunciato da tanto tempo. Ma non ho rinunciato all’idea di sentirmi parte della natura in cui vivo». Ha mescolato qualcosa della sua storia alla storia del paesaggio? «C’è molta commistione. Davanti a un paesaggio contaminato, deturpato, violentato, sento che si corrode qualcosa di me: se la mia casa va in rovina, nella rovina c’è una parte di me». Acquarelli, pastelli, oli su tela celano pentimenti? «Più che rifare, sovrappongo. E’ il mio modo di lavorare. Nella sovrapposizione l’ultimo strato risente dei precedenti. E’ un po’ come una storia geologica: mi piace che la pelle, di cui ho parlato, mostri quello che nasconde. Negli Anni Sessanta mi sono impegnato in un ciclo di dipinti che ho chiamato ”geologie”: erano sezioni di paesaggio di cui mi interessavano le stratificazioni più profonde, il mistero che sta sotto la pellicola della terra. Risento di quel lavoro», dice Pericoli, che a metà ottobre pubblicherà con Rizzoli Paesaggi: una raccolta delle opere che ha fatto dal 2000, impreziosita dei testi di Salvatore Settis, storico dell’arte e dell’archeologia classica, direttore della Normale, e di Luca Massimo Barbero, critico d’arte, curatore associato della Peggy Guggenheim Collection. E dal 15 novembre a metà gennaio esporrà una cinquantina dei suoi ultimi quadri nella storica galleria milanese Lorenzelli. Quali insegnamenti ha tratto dal suo guardare per raccontare? «Insegnamenti, forse, nessuno. Ho cercato d’imparare a cogliere e a selezionare dei segni, anche minimi. Ed è soprattutto in un ritratto che spesso un segno può sconvolgere l’intera immagine». E’ colto, di tanto in tanto, dalla nostalgia della stagione dei ritratti? «Non ho smesso del tutto di farli. Ho lavorato molto sul volto di Samuel Beckett: la sua faccia è diventata un terreno di ricerca e ogni tanto ci ritorno. Posso dire che adesso sempre più i ritratti mi sembrano paesaggi e viceversa: guardo il paesaggio come se dovessi fargli un ritratto e un volto come se fosse un paesaggio. Forse la familiarità con il paesaggio mi porta a un’altra lettura del volto o dei segni che lo compongono». Ha fatto scoperte curiose, inattese, sbalorditive di sé, disegnando e dipingendo? «Potrei averle fatte. Ma non mi piacerebbe rivelarle», sorride Pericoli. Che cosa rappresenta infine il viaggio nella pittura paesaggistica? «Mah... Intanto sento che sto facendo un lavoro di grande inattualità, estraneo alla nostra epoca, lontano dal nostro tempo: anche se la cronaca ne parla continuamente, e con allarme, il paesaggio è un po’ uscito dalla pittura. Ma la scelta è venuta naturalmente. Non ho alcuna intenzione di proporre niente di particolare, di eccezionale, e non mi aspetto nulla. Nei miei zig-zag, adesso mi sono rinchiuso in questo mondo perché mi piace. E vado avanti». Al piacere si accompagna la soddisfazione? «Ci sono due strade possibili, in questo mestiere: farlo per avere successo o per cercare di capirci qualcosa. Mi è già capitato di dire che il lavoro dell’artista assomiglia a quello di un uomo il quale, davanti a una porta, trova finalmente, dopo molti tentativi, la chiave giusta per aprirla. Ma poi trova una seconda porta, ne trova una terza, una quarta, e si accorge che le porte da aprire sono infinite: non ci sarà mai l’ultima, quella rivelatrice. Questo continuo ”cercare la chiave per aprire” è la cosa più bella della pittura. A differenza dei disegni fatti per, allo lo scopo di, un quadro è ogni volta una piccola storia che non sai come finisce. Questa imprevedibilità è affascinante. Anche se ricca di ansia. Ma in fondo l’ansia è il carburante, il motore di questo gioco senza fine».