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 2007  agosto 24 Venerdì calendario

Quel pugno di intellettuali che creò il West made in Italy. Il Venerdì di Repubblica 24 agosto 2007

Quel pugno di intellettuali che creò il West made in Italy. Il Venerdì di Repubblica 24 agosto 2007. VENEZIA. Di tutte le storie avventurose del cinema poche possono competere con quella dei western italiani, detti anche Spaghetti western. Non solo per la passione con la quale sono stati girati dalla metà degli anni 60 ai primi anni 70, o per la creatività con la quale si è costruita un’industria partendo praticamente da un mucchio di cambiali e qualche fido in banca, o per la complicatissima gestione delle regole di coproduzione tra Italia e Spagna che rendono i titoli di testa di questi film degli assoluti rompicapo, nel senso che non si mai con certezza chi ha fatto cosa. Ma soprattutto per la grande vitalità e freschezza che impose il genere in tutto il mondo, dando per la prima volta all’Italia un ruolo da protagonista nella distribuzione internazionale e sfidando direttamente Hollywood. Sogno che non si era potuto avverare nei primi anni 60 né con i nostri peplum più colossali, come il disastroso Sodoma e Gomorra, diretto da Robert Aldrich per la Titanus di Goffredo Lombardo né, soprattutto, con Il gattopardo di Luchino Visconti, sempre prodotto da Lombardo, che avrebbe dovuto unire nel successo internazionale il cinema d’arte con il cinema popolare. Il western italiano – che Venezia celebra quest’anno con una retrospettiva – nasce proprio dalle ceneri dei disastri produttivi della Titanus e punta a un piccolissimo spazio che si era evidenziato nelle uscite estive delle seconde e terze visioni dell’estate del 1963. In pratica, in un’Italia ancora non completamente schiavizzata dalla tv, mancano i piccoli western della programmazione estiva. Colpa della grande crisi di Hollywood, che aveva preferito dirottare il genere western nelle serie tv e puntare al cinema sui grandi kolossal da girare in Europa come Lawrence d’Arabia. Il buco della distribuzione estiva è parzialmente riempito dalle riedizioni di grandi western americani, classici di John Ford e di Anthony Mann, ma c’è spazio anche per western messicani, film di samurai giapponesi, che erano molti simili ai western, e i primissimi western spagnoli e tedeschi. Se in Germania si era creato una sorta di western nazionale grazie al successo pauroso di Il tesoro del lago d’argento, con il personaggio di Winnetou, tratto dalle storie di Karl May, in Spagna, dove gli americani andavano a girare i loro kolossal con la benedizione di Franco, era nata la prima contaminazione tra western americano e paesaggi e maestranze spagnoli. Se ci riuscivano spagnoli e tedeschi perché non potevano riuscirci gli italiani? nell’estate del 1963 che, nel pieno della crisi della Titanus e quindi di tutto il nostro cinema, mentre nascono i capolavori di Federico Fellini (8 1/2) e di Pier Paolo Pasolini, mentre Michelangelo Antonioni passa al colore con Deserto Rosso, che un gruppo di registi, aiuto registi, sceneggiatori, direttori della fotografia, operatori e piccoli produttori, decide di puntare sul western con film da girare in Spagna o in Jugoslavia. La storia vuole che sia stato Enzo Barboni, poi noto come E. B. Clucher, futuro regista dei Trinità, a spingere Sergio Leone, che bighellonava nei bar di Piazza del Popolo, a andare a vedere un film di Akira Kurosawa, La guardia del corpo, al cinema Arlecchino per trarne un western. Leone ci va e ci torna con gli amici, Duccio Tessari, Sergio Corbucci, Paolo Bianchini. Da lì nasce non solo Per un pugno di dollari, ma tutto il nostro western. Perché grazie al successo internazionale del film, nato come piccolissimo prodotto di recupero rispetto al più ricco Le pistole non discutono di Mario Caiano – che non aveva come protagonista un oscuro attore di telefilm come Clint Eastwood, ma una vera star del genere come Rod Cameron – si crea in tempi brevissimi una richiesta esagerata di western all’italiana con le stesse caratteristiche del film di Leone. Non a caso tutti quelli che hanno lavorato a Per un pugno di dollari, o che fanno parte dello stesso gruppo di amici, gireranno presto i loro western. Sergio Corbucci firma Minnesota Clay con Cameron Mitchell, che sarà il primo western italiano firmato senza pseudonimo e anche il primo a uscire in America, Duccio Tessari con Una pistola per Ringo porta al successo il primo eroe nazionale, cioè Giuliano Gemma-Montgomery Wood; Franco Giraldi, aiuto di Leone, gira Sette pistole per i MacGregor; Ennio Morricone diventa il punto di riferimento musicale di tutto il nuovo cinema avventuroso mondiale, mentre Fernando Di Leo si ritrova a scrivere decine e decine di sceneggiature per tutti. Quello che non era riuscito con Il gattopardo, riesce ai pistoleri straccioni di Leone. Clint Eastwood odiava il sigaro e la barba lunga. Sarà uno scatenarsi di pistoleri con sigaro e barba lunga. Di Ringo, Gringo, Django, Sartana, Sabata, Garringo... Di battute ironiche un po’ a effetto. Di titoli da striscioni di stadio. Non c’è uno scrittore a Roma che non abbia lavorato, anche segretamente, a un western. Nel bisogno immediato di storie si ricorre agli studi classici. Così, dopo aver scopiazzato i classici americani, soprattutto Il cavaliere della Valle solitaria di George Stevens e Mezzogiorno di fuoco di Fred Zinneman, si passa a Omero, Shakespeare, Dumas. «Qualche riferimento di cultura ginnasiale lo avevamo», si vantava Fernando Di Leo. Un giovane, Vincenzo Cerami, porta nel West addirittura le tragedie greche. Fioriscono così i pistoleri ciechi, le madri incestuose, il western si colora di melodramma. In tutto questo, crescendo negli anni Sessanta, il genere sposa liberamente le mode giovanili e le parabole politiche. Dagli Spaghetti western si passa ai Tortilla western rivoluzionari. Tomas Milian incarna Cuchillo nella serie di film di Sergio Sollima, un peone svelto di coltello che diventa il beniamino dei giovani del tempo. Tutto questo e molto di più è stato il nostro Spaghetti western, forse neanche un genere, quanto un contenitore di sogni degli anni 60. Sogni politici per chi ci era cresciuto fin da ragazzino, sogni di cinema per chi aveva amato il grande western classico, come lo stesso Leone, sogni produttivi per i tanti folli e geniali piccoli produttori spesso inventati dal nulla, un esercito di macellai, baristi, commercialisti di provincia che speravano di vivere una nuova Dolce vita romana. Certo non ci sarà mai più nulla di simile nel nostro cinema. Un sogno talmente grande da toccare l’immaginario di tutto il mondo e ritornare oggi, quarant’anni dopo, come qualcosa di ancora vivo e capace di ricreare nuovo cinema. Marco Giusti