Francesco Battistini, Sette 17/12/1998 pp. 74-78, 17 dicembre 1998
Lavavetri in terra d’Africa. Sette 17 dicembre 1998. Rosso. Al semaforo di Place du 7 Novembre, il primo cliente è un pick-up Toyota, il parabrezza più insabbiato d’una rosa del deserto
Lavavetri in terra d’Africa. Sette 17 dicembre 1998. Rosso. Al semaforo di Place du 7 Novembre, il primo cliente è un pick-up Toyota, il parabrezza più insabbiato d’una rosa del deserto. Tre schizzi di sapone, la spugna bagnata. Forza, fregare bene e rapido. Asciugare la goccia. Togliere l’alone. Al volante c’è una faccia rugosa da pastore, kefiah al collo, bocca mezz’aperta: ”Qu’est-ce-que tu fais?”, cosa vuole questo barbone che blocca le auto nel centro di Tunisi? ”Je travaille”, sto lavorando, come tanti magrebini ai semafori di Roma o Milano: ”Avez-vous de l’argent?”. Già, chissà quanto lo pagano in Tunisia l’onesto lavoro d’un lavavetri… Verde. Suonano. L’uomo rugoso non si agita. Cerca tranquillo il dinaro che non trova. Allunga una ”Cristal” con filtro. Strizza la ma mano e il suo occhio: ”Fuma poco, mon ami. Buona fortuna”. Quante volte vi siete domandati che cosa farebbero, loro, se noi andassimo là a fare le stesse cose che loro fanno qui? Domanda politicamente scorretta, forse. Ma giornalisticamente sacrosanta. L’1 e il 2 dicembre, Sette ha provato a tergere i vetri, vendere mercanzie e chiedere la carità fra El Menzah, la Medina e il Bardo. Con buoni guadagni e una buona dose di problemi. Perché i tunisini della strada ti danno volentieri una mano, ma la Tunisia del potere ti mette volentieri le manette. E ti sequestra la spugna. E ti tiene in stato di fermo. E applica al cavillo le severissime norme che puniscono, anche col carcere, chiunque faccia l’accattone o svolga ”attività di lavoro illegale”. Sino a infliggere un inverosimile predicozzo finale: ”Queste cose sono vietate, qui”, alzerà l’indice un severo agente, al momento d’espellermi, ”come non sono permesse in Italia: sai quanta gente viene rispedita a casa, dal tuo Paese, solo perché fa quel che hai fatto tu?”. La regola, va da sé, è non avere regole. Alla Medina, il vecchio bazar, di mattina è l’ora ideale per piazzare un banchetto di cosmetici davanti a una bottega di rossetti. O vendere undici cinture nere stese sul braccio, proprio di fronte a un pellettiere. O magnificare una tremenda cioccolata (mezzo dinaro a tavoletta, 800 lire) alla Porte de France. Un tempo, fra i vicoli intorno alla moschea Zitouna, era l’amalfitano la lingua di chi commerciava. E nei diari d’un medico francese dell’800, Jean Frank, c’è lo stupore di chi passeggia al suk e trova i mendicanti a supplicare in italiano. Secoli fa. La sorpresa, oggi, è tutta loro. ”Achetez, mesdames”, comprate belle signore… La folla del mercato elargisce molte occhiate e pochi soldi. Un ragazzotto in jeans tasta il pellame, incuriosito più dal venditore che dalla merce. I commercianti fingono d’ignorare: ”Ma ce l’hai la licenza?”, s’avvicina uno. Diffida: ”Nessuno fa più l’ambulante, alla Medina. Devi avere la bottega. Però servono 250 dinari per il permesso: tu non li hai pagati, vero?”. No, non li ho pagati. Consiglio: meglio levarsi di torno. Prima che chiamino la polizia. L’elemosina è proibita, nell’Islam. Esiste casomai la zaka, la beneficenza. O l’obbligo annuale, per ogni buon musulmano, di versare ai poveri il 25 per mille. Qualche derelitto è tollerato, ma in periferia, non allo shopping delle sei di sera nell’elegante galleria d’Avenue de Carthage. Orologiai, vetrine Nike, boutique e cinema che proiettano Deborah Caprioglio. L’accattone non passa inosservato, se ha l’aria afflitta e una scritta araba, in pennarello, su un cartone strappato: ”Ho fame, non ho soldi”. I tunisini leggono, tornano indietro, allungano una moneta. Un ragazzo regala una pacca sulla spalla. Da un’oreficeria esce il padrone con due dinari: ”Di dove sei, perché lo fai, attento alla Gendarmerie…”. Sbuca la commessa d’un negozio di scarpe: un dinaro. Due ragazze: 500 millesimi. Solo un anziano bofonchia qualcosa sul genere ”ma va’ a lavorare”. C’è un tizio che fa avanti e indietro tre volte: ”E’ un poliziotto”, avverte l’orefice. Via, cambiare zona. Rapidi. Un quarto d’ora da pezzente basta e avanza. Guadagno: diecimila lire. Il rosso è veloce, sulla strada verso Sidi Bou Savid. E quanto puzza questa benzina di pochi ottani, nel traffico di mezzogiorno. E’ il quarto crocicchio, a pulire parabrezza. La musica di Cheb Khaled in un caffè, i clacson, i ragazzini che escono dal liceo. Dov’è il ”silence des sémaphores” cantato Da Chems Nadir, il poeta tunisino, a quest’angolo d’Avenue Bourghiba? Meglio così: fra tanto viavai, passerò inosservato. Alla rotonda del 7 Novembre, del resto, come in Avenue de Lyon o sulla superstrada per hammamet, lavare si può. Nessuno ha avuta da ridire. Solo una poliziotta s’è incuriosita per qualche minuto: "C’est bizarre!", che stranezza. Davvero Tunisi non è l’Italia, per un lavavetri. meglio. Perché non esistono altri vu’ lava’. E perché dalle auto, col giallo o col verde, trovano qualche secondo per un saluto, un "bonne chance!", un’attenzione. Non ti segano le mani col tergicristallo. Non ti alzano il finestrino sul naso, per non pagare. Non fingono di non vederti. Né accelerano per scansarti. L’Ax bianca era già candida come un caftano? La signora ha lo stesso 2 millesimi. Inchioda un simil-manager in Bmw: "Ah, sei di Milano… Ci vado spesso. Ho visto molti che lavorano così. Qui è diverso, stai attento". Sgrana l’occhio solo una biondina da un Maggiolone nero, è francese e allibita: "Non ho soldi". Mamma e figlia invece chiamano col clacson, un dinaro: e nemmeno vogliono che lavi. un’ora che lavoro. In tasca, dodicimila lire. Lo stipendio di un giorno, in Tunisia. Pas mal… Però i conti non li avevo fatti col gendarme 15237. Lenti scure, mani a tenaglia. Appena mi vede dall’altro marciapiede, soffia nel fischietto. Fa un segno: vieni qui. Cominciano i guai: "Dove li ha presi?", m’afferra l’avambraccio per indicare spugna e detersivo. "In Italia". Sospira: "E perché fai questo?". "Ho bisogno di lavorare". "Ti sembra un lavoro?". "Lo fanno tanti". "E perché vieni qui? Non puoi rimanere in Italia?". "Sono già troppi". Qualcosa sfugge, alla matricola 15237. Si gratta la guancia. Chiama un collega, il 23815. Col walkie-talkie avverte la centrale: "Aspetta qui. Chiedo se puoi farlo. Se mi dicono di sì, nessun problema". Passano venti minuti, un paio di sigarette, un’infinità di semafori rossi. Qualche problema dev’esserci. Spuntano due energumeni in pelle nera su Yamaha enduro, le manette che ciondolano dal giubbotto. Scrutano. Sbotto: "Allora, posso lavorare o no?". Stai calmo, è la risposta. Calmo, perché quel poliziotto sul cinquantino Peugeot sta venendo a prendere proprio te. Eccolo che accosta, poggia i piedi a terra, libera un po’ di sellino, fa segno di salire: "Allons…". Al commissariato di Rue de Yougoslavie, spugnetta e detersivo sono già sulla scrivania del pianterreno. Sotto il ritratto di Ben Alì, un funzionario-ragazzino rigira fra le mani i corpi del reato. Domande standard: "Hai un lavoro in Italia? Una famiglia? Una donna? Un passaporto? Fammi vedere quanto hai guadagnato". Mostro una ventina di monete. "Sai che le hai avute in modo illegale?". Guarda l’orologio. Sbuffa. Mezzogiorno e un quarto. Prende un foglio. Lo firma, lo timbra. Poi fa cenno al piantone di portarmi due piani sopra. Il secondo interrogatorio, in una stanzetta dalle finestre sbarrate, è una sedia fra tre scrivanie e quattro poliziotti. Una donna batte il verbale su un’Olivetti coi tasti in arabo. Stesse domande, identiche risposte. C’è un ciccione coi baffi che alza la voce: ”In Tunisia si può venire solo per turismo, per abitare o per lavorare! Molti italiani vengono a fare queste cose. Ma il tuo non è un lavoro da straniero! E’ proibito!”. Un altro, più calmo, si spiega in italiano: ”Hai guadagnato bene. Solo perché hai gli occhiali e la faccia da europeo. La gente ti rispetta per questo. E alla fine tu togli a un tunisino la possibilità di guadagnare gli stessi soldi”. Venite qui a rubarci il lavoro: già sentita questa. Non è il caso di ribattere, però. Anche perché, dopo un’ora, avanza il sospetto che l’italien non sia un barbone vero: spione, pazzo o che altro? Eccomi in un corridoio gelato, in mano un cartoccio unto che avvolge pollo freddo, una fetta di pane e uno yogurt alla banana quasi scaduto. Un’ora e mezzo, ad attendere il terzo interrogatorio d’uno spilungone mezzo sdentato che ha solo voglia di sbolognare la pratica. Ho diritto a una pipì veloce e sotto scorta, la porta spalancata. D’improvviso, si va. Di corsa, giù per scale sbrecciate e muri sporchi. Due mi tengono le braccia, un terzo porta spugnetta e detersivo. Arriva il cellulare. S’attraversa mezza Tunisi, entriamo in una casetta bianca e blu, l’Ufficio stranieri. L’anticamera è da dividere con un ragazzo in lacrime e cinque giamaicani fumatissimi. L’ultima torchiata: ”Hai commesso un reato, ma è la prima volta, possiamo fare un’eccezione. A un patto”. Quale? ”Ci dimostri che puoi pagarti il viaggio e te ne torni subito in Italia”. Sono in stato di fermo da cinque ore e mezzo, l’ambasciata è in allarme, prima o poi capiranno tutto… Accetto. Mi riaccompagnano col cellulare. ”Hai dimenticato questi”, è il saluto del piantone. Mi dà la spugna e il detersivo. Francesco Battistini