Il Venerdì di Repubblica 24/08/2007, pagg.88-93 Ettore Boffano, 24 agosto 2007
La messa è finita. E stanno finendo anche i parroci italiani. Il Venerdì di Repubblica 24 agosto 2007
La messa è finita. E stanno finendo anche i parroci italiani. Il Venerdì di Repubblica 24 agosto 2007. Don Jean Noel ha la pelle scura e, nella penombra fresca della messa vespertina di tutti i giorni, celebra davanti a una quarantina di fedeli: «Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo...». L’italiano è lento, qualche volta incespicante, ma preciso: un po’ impastato e con la sonorità accentuata delle parlate africane. Da quei volti attenti e compresi, però, non traspaiono né stupore né imbarazzo e le labbra si muovono tutte assieme per la replica: «Amen». L’assemblea è ridotta, quasi minuta, come le tante della «diaspora cattolica» delle parrocchie italiane: solo un ragazzo, forse quindicenne; tre signori attempati e un po’ stravolti dall’afa estiva; il resto sono donne anziane con i vestiti leggeri e chiari, qualcuna con il rosario in mano. Ma chi è don Jean Noel Sata, nato a Mahatsyj in Madagascar il 25 dicembre 1974, e soprattutto: che cosa ci fa nella chiesa del Patrocinio di San Giuseppe al Lingotto, il grande quartiere operaio e oggi fieristico di Torino, a poche centinaia di metri dall’ufficio dove Sergio Marchionne ha inventato la nuova 500 e ha preparato la riscossa della Fiat? La domanda bisognerebbe rivolgerla ad almeno altri 1500 preti «italiani» come lui: il clero d’importazione, come lo ha battezzato Luca Diotallevi, docente di sociologia nell’Università Roma Tre, nell’ultima e più completa ricerca sui sacerdoti italiani diocesani (aggiornata al 2005) commissionata dalla Conferenza episcopale italiana e realizzata per la Fondazione Agnelli assieme al collega Stefano Molina. Un titolo accattivante che gioca tra il Vangelo e le formule della statistica, La parabola del clero. Tra i tanti dati in negativo delle vocazioni italiane, lo studio mette in risalto questa novità che i fedeli delle metropoli e delle piccole parrocchie di paese, nell’Italia dei campanili, hanno già scoperto da qualche anno. Diotallevi segnala i fatti nuovi, ma anche il ripetersi di un fenomeno: «Parlerei, più tecnicamente, di ”politiche di reclutamento” ereditate dal passato. Le regioni che oggi hanno più sacerdoti stranieri sono le stesse che 30 anni fa riempivano i vuoti ”importando” sacerdoti dal Lombardo-Veneto. Nella mia diocesi, che è quella di Terni, almeno la metà dei preti più anziani sono di quelle due regioni». Un’analisi giusta, ma che ogni giorno si deve confrontare con la diversità: la stessa di tutta la grande immigrazione extracomunitaria in Italia. Basta guardare la mano scura di don Jean Noel che porge l’ostia bianca all’anziana fedele, basta ascoltare le parole di un’omelia che deve fare i conti con una lingua imparata in seminario o all’università. Riti che il giovane sacerdote di 33 anni («Sì, l’età di Cristo...») ha cominciato a compiere a Reggio Calabria nel 2003. «Di diventare prete l’ho deciso a 13 anni, nel mio Paese, e lì ho studiato e sono stato ordinato. Sono arrivato in Calabria nel 2003 per studiare teologia e mi sono anche laureato in giurisprudenza. Ora sono a Torino, per perfezionarmi in teologia morale». Di quei millecinquecento, 232 sono polacchi (l’effetto Wojtyla) seguiti poi da un patchwork che vede ai primi posti lo Zaire, la Colombia, l’India, la Romania, il Brasile e la Nigeria. E con qualche sorpresa europea: la Francia e la Svizzera. Oggi, tutti assieme, rappresentano oltre il 4 per cento dei preti diocesani che operano nel nostro Paese, con un’età media di 44,1 anni contro i 65 e oltre del 42,3 per cento dei loro confratelli italiani. Cinque regioni infine, Toscana, Umbria, Lazio, Abruzzo e Molise, ospitano più del 10 per cento di stranieri nel loro clero locale. «No, non ho mai incontrato ostilità o rifiuti né a Reggio Calabria né a Torino» spiega don Jean Noel. «Anzi: al Sud c’è più simpatia, più famigliarità. Al Nord c’è invece più riservatezza, ma anche una fede più moderna, più adulta». Anche don Bartholomew Linyru, 44 anni, don Bart per i fedeli, è giunto in Italia un anno fa dal Kenya, diocesi di Meru (730 mila cattolici su due milioni di abitanti, 40 parrocchie). Adesso è il viceparroco nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo di via Saluzzo a San Salvario, il quartiere più multietnico di Torino, e aiuta don Piero Gallo: il sacerdote che da anni si batte per favorire l’integrazione degli extracomunitari in città. «Don Piero è stato per 12 anni missionario nel mio Paese, ora invece tocca a me fare il prete tra di voi» dice. «Discriminazioni? No, in parrocchia e tra le gente che viene in chiesa, mai. Semmai mi accade quando vado all’università: studio medicina e sugli autobus capita ancora di vedere delle signore stringersi alla borsa quando salgo con la mia pelle nera. Fare il prete, comunque, non è difficile: bisogna solo sforzarsi di capire e di farsi capire, le differenze di cultura contano, le mie come le vostre. Ma la gente ti accetta perché sei un prete, ti stima in quanto tale e non per il colore della tua pelle o perché sei italiano oppure no. Io tento di essere il più semplice possibile: una volta, nella predica, per dire quanto fosse arrabbiata una persona, ho detto che era arrabbiato nero, ”più nero di me”, ho aggiunto. E tutta la chiesa si è messa a ridere...». Celebrano messe, battesimi, funerali e matrimoni i sacerdoti venuti da lontano, confessano, visitano i malati e gestiscono gli oratori: fanno i preti, insomma, come i missionari italiani facevano un tempo nei loro Paesi d’origine. E discutono anche sulla fede di un mondo ricco contrapposto alle realtà povere dalle quali provengono: «Qui ci sono più contenuti, più motivazioni, più razionalità e più coscienza del messaggio di Cristo, ma c’è anche un modo di vivere il Vangelo più superficiale » commenta don Bart. «Si celebrano i riti, si adempiono gli obblighi, però nei comportamenti di tutti i giorni ci si dimentica troppo spesso della religione». Nulla è lasciato al caso e l’arrivo dei sacerdoti stranieri avviene con accordi precisi tra i vescovi e le diocesi d’origine e quelle italiane: si prevedono i periodi di permanenza e se, e quando, dovrà avvenire il rientro in patria. E in Italia, oltre che per annunciare il Vangelo, si approda per studiare e per formarsi a fare il prete una volta tornati a casa: nei Paesi del Terzo Mondo spesso tutto ciò è finalizzato a creare, magari con il finanziamento di agenzie internazionali, dei pastori d’anime che però conoscano anche il mestiere di medico, maestro, infermiere. Ragionano, a volte si incontrano tra loro i preti «nati all’estero», come li definisce la statistica, spesso riflettono anche su questa loro presenza inconsueta e sulla caduta delle vocazioni in Italia: con intelligenza e non tacendo nulla. «Noi ce lo spieghiamo in questo modo» commenta don Jean Noel «un tempo, da voi fare il prete era anche, in tante famiglie numerose, trovare uno stipendio. Poi c’era il prestigio sociale del parroco nella società, che oggi è ormai sfumato, mentre non dimenticate che in occidente nascono sempre meno figli e dunque sempre meno potenziali sacerdoti mentre da noi non è ancora così. Infine ci sono gli aspetti più seri: nelle vostre famiglie, quanto si parla ancora dello spirito? E quanto si accetterebbe ancora volentieri che un figlio decidesse di dedicarsi a Cristo?». Don Bart, invece, non si nasconde un problema: «Che anche il ”mestiere” di prete, nella vostra società occidentale, non sia sempre più demandato agli stranieri, soprattutto quelli che arrivano dai Paesi più poveri. Non accade così anche per tutti i lavori più duri che voi non volete più fare?». Qualcosa che lo stesso Diotallevi aveva sottolineato presentando la sua ricerca di due anni fa: «Posto che si possa paragonare il lavoro di sacerdote ad altre professioni, un rischio reale può essere la cosiddetta ”etnicizzazione”: un’attività è percepita come appannaggio degli stranieri – e, in certi casi, di una specifica nazionalità – e, nello stesso tempo, perde attrattiva agli occhi dei giovani autoctoni». Di tutto questo, però, per ora non è facile cogliere le difficoltà e i rischi nella penombra delle parrocchie dove ogni giorno i millecinquecento don Bart e don Jean Noel pronunciano le ultime parole del rito («La messa è finita, andate in pace») e ricevono la risposta dei fedeli («Rendiamo grazie a Dio») spesso accompagnata da un saluto: «Buonasera, don...». E chissà se oggi, dovendo riscrivere il suo Diario di un curato di campagna, Georges Bernanos non affiderebbe l’ultimo atto di fede del suo romanzo («Tutto è grazia»), invece che al parroco di Ambricourt, a uno di questi giovani preti arrivati dal Kenya o dal Madagascar. Ettore Boffano