Massimo Numa, La Stampa 31/8/2007, 31 agosto 2007
Domanda: ma, una volta, gli investigatori, come facevano a catturare gli assassini? Cioè nell’epoca prima dell’avvento tabulati, delle intercettazioni, dei cellulari, del Dna e delle tute bianche dei Ris
Domanda: ma, una volta, gli investigatori, come facevano a catturare gli assassini? Cioè nell’epoca prima dell’avvento tabulati, delle intercettazioni, dei cellulari, del Dna e delle tute bianche dei Ris. Era una questione d’intuito, di fiuto, anche di fortuna. E poi: spirito d’osservazione e suole consumate per i pedinamenti, gli appostamenti, i controlli sulla strada. Certo, negli Anni ”60 e ”70 la polizia scientifica aveva già buone carte da giocare. Come le impronte digitali, l’uso delle foto, il registratore, le prime «cimici». Il resto, professionalità e tanta esperienza. Il caso Fenaroli, per esempio, fu risolto grazie a una minuziosa ricostruzione dei tempi del delitto. Roma, 11 settembre 1958, ore 10. Viene scoperto il cadavere di Maria Martirano, moglie di un industriale, il geometra Giovanni Fenaroli, titolare della Fenarolimpresa, di Milano. In ballo c’è un’assicurazione sulla vita della donna, a favore del marito. Mesi di silenzio, poi la polizia fa «cantare» un dipendente di Fenaroli, Carlo Sacchi. Che racconta di una telefonata in cui l’industriale le annuncia, a Roma, la visita di un certo Raul, a cui avrebbe dovuto consegnare dei documenti. Raul di cognome fa Ghiani ed è un suo amico. Ha un alibi di ferro, ma i detective lo incastrano lo stesso, ricostruendo il percorso Milano-Roma, in auto e in aereo. I tempi corrispondono. Fu condannato all’ergastolo, assieme a Fenaroli, considerato il mandante. Altro che polverine e Dna. Il «delitto del bitter», marzo ”62, Arma di Taggia (Sanremo) fu risolto grazie all’intuito del tenente Teobaldi, un giovane carabinieri dall’acuta intelligenza. Renzo Ferrari pensò di eliminare il marito della sua amante, la bella Renata, cioè il commerciante Tranquillo Allevi, con una bibita avvelenata alla stricnina; inviò una falsa lettera pubblicitaria al rivale, invitandolo ad assaggiare una nuova bevanda. Lui cadde nel tranello e morì. Fu smascherato dal timbro postale. Poi le fiale di stricnina, nel suo studio, e la macchina che usò per scrivere la lettera. Il capo della mobile di Genova, Mimmo Nicoliello, riuscì a inchiodare Lorenzo Bozano, l’assassino di Milena Sutter, 13 anni, figlia di Arturo - industriale svizzero della cera per pavimenti e del lucido da scarpe - sparita alle 5 del pomeriggio del 6 maggio 1971 (strangolata e infine gettata in mare) soprattutto grazie a un’attenta perquisizione: i suoi agenti trovarono un foglietto, scritto da Bozano, il «biondino della spider rossa», di tre sole parole: «Seppellire, murare, affondare». In sostanza, il progetto del rapimento di Milena e la decisione di ucciderla subito dopo. Fu una lotta senza quartiere. La squadra mobile doveva misurarsi con un giovane scaltro e crudele, pubblicista a tempo perso e direttore di una rivista per sub, il «Marcatalogo». Bozano aveva usato, per appesantire il corpo, le cinture con i piombi dei subacquei. Due elementi, dello stesso tipo, furono ritrovati nel suo garage. Non fu facile, incastrarlo. In primo grado fu assolto per insufficienza di prove. Allora, la polizia scientifica aveva scoperto, sui sedili della spider rossa, una traccia organica. Di Milena, quasi sicuramente. Quell’indizio servì a confezionargli l’ergastolo del secondo grado. Altro che Dna. luminol e quant’altro. Infine, Maurizio Minghella. A 18 anni, a Genova, uccideva le sue coetanee conosciute in discoteca; vent’anni dopo, a Torino, ergastolano in semi-libertà, massacrava le prostitute. La polizia, a Genova, lo smascherò anche grazie a un fumetto. Uno della Omicidì gli trovò in casa un giornaletto porno dell’epoca. C’era la storia di una ragazza seviziata e impalata in un bosco. E Minghella si era proprio ispirato a quei disegni per uno dei suoi delitti. Stampa Articolo