Claudio Bressani, La Stampa 31/8/2007, 31 agosto 2007
Al giorno 18 dall’omicidio di Chiara Poggi un uomo nuovo irrompe nell’inchiesta. Si chiama Marco Panzarasa, ha 24 anni, è figlio dell’ex sindaco di Garlasco ed è un amico intimo di Alberto Stasi, il fidanzato e unico indagato
Al giorno 18 dall’omicidio di Chiara Poggi un uomo nuovo irrompe nell’inchiesta. Si chiama Marco Panzarasa, ha 24 anni, è figlio dell’ex sindaco di Garlasco ed è un amico intimo di Alberto Stasi, il fidanzato e unico indagato. Finora i carabinieri l’avevano sentito a verbale una sola volta, la sera dell’omicidio intorno alle 20, rapidamente e in modo forse un po’ sbrigativo, mentre era in corso il primo, lunghissimo interrogatorio di Alberto. Subito dopo i funerali di Chiara, Marco è partito con alcuni amici per una vacanza in Spagna ed è rientrato solo ieri mattina a Garlasco, nella sua villetta di via Lombardia, a neanche trecento metri da quella del delitto. Nel pomeriggio è stato convocato per essere risentito in modo più particolareggiato. Accompagnato dalla sorella, è arrivato alla caserma dei carabinieri di Vigevano prima delle 17, ma solo un paio d’ore più tardi sono iniziate le domande del capitano Gennaro Cassese e del tenente colonnello Giancarlo Sangiuliano. L’interrogatorio si è chiuso poco dopo la mezzanotte. Compagni di liceo Cosa può dire d’interessante Marco? Di sicuro conosce Alberto come nessun altro. Tutti ne hanno subito parlato come «il suo migliore amico». Erano compagni di classe al liceo Omodeo di Mortara, sezione B scientifico, dove si sono diplomati nel 2002 (Marco a pieni voti, con 100, Alberto quasi, con 94), insieme ad un altro loro amico inseparabile, Paolo Sozzani, a sua volta già sentito due volte. Dopo la maturità le loro strade a livello universitario si sono separate: Alberto è andato a studiare Economia alla Bocconi, mentre Marco ha scelto la facoltà di Giurisprudenza, già conclusa con la laurea. Ma i rapporti tra loro non si sono rarefatti, anzi. A metà luglio erano stati anche in Inghilterra insieme per un soggiorno di studio, per perfezionare la lingua, e ad un certo punto erano stati raggiunti pure da Chiara. Il loro legame era molto stretto, analizzando i tabulati delle telefonate di Alberto a ritroso nel tempo i carabinieri hanno potuto verificare che i contatti erano molto frequenti: si sentivano anche 10-15 volte al giorno, più spesso di quanto Alberto non facesse con Chiara. Subito dopo il delitto molti giornalisti sono andati a cercare Marco Panzarasa per raccogliere le sue sensazioni. Ma lui, nonostante i solleciti del padre Luciano, non ha voluto parlare con nessuno e si è chiuso in un ostinato silenzio. Qualcuno ha notato anche una bicicletta nera da donna appoggiata al muro della casa, «senza cestino, né vecchia né nuova», proprio come la descrizione fornita dalle due testimoni che l’avevano notata davanti alla villetta di via Pascoli la mattina del delitto. Una bici che qualche giorno dopo non c’era più. Nel frattempo i contatti tra Marco e Alberto, prima così intensi, si sono interrotti d’improvviso. Insieme ad alcuni amici avrebbe firmato un breve messaggio fatto pervenire all’amico: «Se hai bisogno di qualcosa siamo qui, puoi contare su di noi». Poi, all’indomani dei funerali di Chiara, Marco è partito per il mare. E durante la decina di giorni di soggiorno in Spagna non avrebbe mai chiamato l’amico, nel frattempo finito nei guai fino al collo, accusato di omicidio: mai una telefonata, neppure un sms per manifestargli la sua vicinanza in un momento tanto difficile. Un atteggiamento «strano», del quale forse i carabinieri gli hanno chiesto spiegazioni. E gli avranno anche chiesto nel dettaglio i suoi spostamenti il giorno del delitto. A metà mattina era in Liguria, come sarebbe confermato anche da una telefonata partita dal suo cellulare, che ha attivato la cella di Loano. Ma subito dopo è tornato a Garlasco, sembra in treno. L’accusa Ieri, intanto, si è conosciuta con precisione l’accusa contestata dalla Procura di Vigevano ad Alberto Stasi nell’avviso di garanzia recapitatogli il 20 agosto: omicidio volontario aggravato dalla crudeltà, per via dei numerosissimi colpi con cui l’assassino ha infierito su Chiara. Non ci sono altre aggravanti: né i futili motivi, fondamentalmente per via del fatto che non è stato ancora chiarito il movente, né tanto meno la premeditazione. Stampa Articolo