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 2007  agosto 31 Venerdì calendario

Il settantenne Albert Einstein iniziò nel 1949 la sua Autobiografia scientifica, scherzosamente definita «il mio necrologio», raccontando la sua giovanile scelta di campo

Il settantenne Albert Einstein iniziò nel 1949 la sua Autobiografia scientifica, scherzosamente definita «il mio necrologio», raccontando la sua giovanile scelta di campo. Dopo aver ricordato che fin da bambino «la vanità delle speranze e degli sforzi che travolgono incessantemente la maggior parte degli uomini in una corsa affannosa attraverso la vita» l´aveva colpito profondamente, egli ricorda che dapprima divenne religiosissimo, ma cessò improvvisamente di esserlo all´età di dodici anni, perché leggendo libri di divulgazione scientifica si era «ben presto convinto che le storie che raccontava la Bibbia non potevano essere vere». Questa esperienza gli fece capire come «i giovani fossero coscientemente ingannati dallo Stato con insegnamenti bugiardi, e fu un´impressione sconvolgente», da cui il precoce pensatore trasse un atteggiamento di sospetto verso ogni genere di autorità, e di scetticismo verso le convenzioni sociali, che non l´avrebbe più abbandonato. Da allora egli trovò la liberazione nel «possesso intellettuale del mondo che esiste indipendentemente da noi, esseri umani, e che ci sta di fronte come un grande, eterno enigma, accessibile solo parzialmente alla nostra osservazione e al nostro pensiero». Naturalmente, conclude Einstein, «la strada verso questo paradiso non era così comoda e allettante come quella del paradiso religioso, ma si è dimostrata una strada sicura, e non ho mai più rimpianto di averla scelta». Questa pagina dovrebbero leggerla tutti gli studenti, per capire come un loro coetaneo particolarmente dotato affrontò i dilemmi dell´adolescenza, e abbandonò la via della superstizione religiosa per intraprendere quella della ricerca scientifica. Non potendoci naturalmente attendere che sia la concordataria scuola dell´ora di religione a proporla, possiamo comunque leggerla dagli spalti della Fortezza Firmafede (sic) di Sarzana, insieme ad altre pagine significative delle preziose Opere scelte di Einstein (Bollati Boringhieri, 2004). Anzitutto, quelle uscite dalla penna della prima persona della trinità einsteniana: il Padre della relatività (oggi), sua figlia prediletta, che egli concepì in versione speciale nel 1905, e in versione generale nel 1915, e divulgò in maniera impareggiabile nel suo unico libro popolare, la Relatività del 1917, all´insegna del motto: «i problemi dell´eleganza vanno lasciati al sarto e al calzolaio». Quest´opera è la continuazione ideale dei Dialoghi sopra i due massimi sistemi di Galileo, e ne aggiorna le metafore per adeguarle ai tempi. E come Galileo aveva esposto la cosiddetta relatività galileiana con il famoso esperimento mentale della nave, così Einstein espone la relatività speciale con l´altrettanto famoso esperimento mentale del treno, introdotto dalle parole: «io sto al finestrino di un vagone ferroviario che viaggia a velocità uniforme, e lascio cadere una pietra sulla banchina senza imprimerle alcuna spinta». Rispetto a Galileo, però, Einstein deve tener conto di un fatto nuovo: la costanza della velocità della luce, richiesta dalla teoria dell´elettromagnetismo di Maxwell e confermata dagli esperimenti di Michelson e Morley. Un fatto gravido di conseguenze, dal quale derivano in cascata la decostruzione del concetto di simultaneità, e la costruzione dei paradossali princìpi della nuova fisica: cioè, la contrazione delle lunghezze e la dilatazione dei tempi prodotte dal moto sui metri e sugli orologi di un osservatore in movimento. Quanto alla relatività generale, Einstein la introduce con un altro ormai classico esperimento di pensiero: quello dell´ascensore, che se è in caduta libera verso il basso in un campo gravitazionale, annulla gli effetti del peso su un passeggero, mentre li crea se viene invece accelerato verso l´alto nel vuoto. L´indistinguibilità tra gravità e accelerazione, testimoniata dalla coincidenza sperimentale fra la massa gravitazionale (misurata dal peso) e la massa inerziale (misurata dalla resistenza al moto) di un corpo, costituisce l´assioma da cui si sviluppa una nuova teoria geometrica della gravitazione, la cui verifica sperimentale nel 1919 farà di Einstein un vero e proprio divo mediatico. Ma, oltre al noto «Padre della relatività», esiste una seconda persona della trinità einsteniana: il Critico della meccanica quantistica (domani), che ricoprì in questo campo il tipico ruolo del Bastian Contrario. Agli inizi del secolo, quando tutti credevano che i quanti non fossero altro che un artificio tecnico, egli fu infatti il primo, e per molti anni l´unico, a credere alla loro esistenza reale. In seguito, quando ormai gli era stato dato il premio Nobel nel 1921 «per la scoperta della legge dell´effetto fotoelettrico», senza alcuna menzione della relatività, e tutti si erano convinti che la meccanica quantistica sviluppata tra il 1925 e il 1929 da Heisenberg, Schrödinger e Dirac fosse la teoria definitiva, Einstein rimase invece l´ultimo a credere che ci dovesse essere una teoria più fondamentale, da cui la teoria si potesse dedurre. Per anni cercò, imperterrito, di dimostrare l´inconsistenza della meccanica quantistica, cercando un esperimento da cui si potessero ricavare più informazioni di quelle permesse dal principio di indeterminazione. Ma nel 1935, convinto ormai anch´egli che la teoria fosse corretta da un punto di vista pratico, diede comunque la sua ultima zampata: in un articolo scritto insieme a Boris Podolsky e Nathan Rosen e intitolato «La descrizione quantica della realtà può essere considerata completa?», pose le basi di un esperimento che fu successivamente affinato nel corso degli anni, da Bohm nel 1951 a Bell nel 1964, e in seguito confermato sperimentalmente da Aspect nel 1982, dal quale si deduce che la metafisica classica è insostenibile nella sua interezza, e che la meccanica quantistica ci costringe a cambiare radicalmente la nostra ingenua visione di un mondo locale, costituito di oggetti separati e reali. Se gli scritti della seconda persona della trinità einsteniana sono forse i più tecnici e i meno leggibili, il contrario è vero per quelli della terza persona: il Profeta disarmato, maestro di saggezza e di arguzia. Emblematiche della variegata personalità del massimo scienziato del Novecento sono due lettere: quella a Roosevelt del 1939, che consigliava di intraprendere la costruzione della bomba atomica, e quella a Russell del 1955, il suo ultimo atto pubblico, che aderiva alla costituzione di quello che poi divenne il Movimento Pugwash degli scienziati contro l´atomica, vincitore del premio Nobel per la pace nel 1995. Ma la summa del suo pensiero è forse il saggio del 1931 «Come io vedo il mondo», che si conclude in maniera simmetrica a come si aprirà l´Autobiografia scientifica: «Io non posso concepire un Dio che ricompensa e punisce le sue creature, e che esercita una volontà simile a quella che noi sperimentiamo su noi stessi. Né so immaginarmi e desiderare un individuo che sopravviva alla propria morte fisica: lasciate che di tali idee si nutrano, per paura o per egoismo, le anime fiacche. A me basta il mistero dell´eternità della vita, la coscienza e il presentimento della mirabile struttura del mondo in cui viviamo, insieme con lo sforzo incessante per comprendere una particella, per piccola che sia, della Ragione che si manifesta nella natura».