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 2007  agosto 31 Venerdì calendario

Problema: come esaminare e catalogare tutte le galassie – almeno un milione – che possono essere osservate con gli strumenti oggi a disposizione? Il progetto «Sloan Digital Sky Survey», lanciato l’anno scorso da alcune istituzioni scientifiche britanniche e americane, promette di fornire informazioni essenziali sulla formazione dell’Universo, ma rischiava di arenarsi: costosissimo e con un’intensità di lavoro troppo elevata per qualunque team di astronomi (in questo caso il computer non può in alcun modo sostituire l’occhio umano)

Problema: come esaminare e catalogare tutte le galassie – almeno un milione – che possono essere osservate con gli strumenti oggi a disposizione? Il progetto «Sloan Digital Sky Survey», lanciato l’anno scorso da alcune istituzioni scientifiche britanniche e americane, promette di fornire informazioni essenziali sulla formazione dell’Universo, ma rischiava di arenarsi: costosissimo e con un’intensità di lavoro troppo elevata per qualunque team di astronomi (in questo caso il computer non può in alcun modo sostituire l’occhio umano). Soluzione: rivolgersi agli astronomi dilettanti, provare a mettere al lavoro gli appassionati dell’osservazione del cosmo. Lo «Zoo Galattico» ha aperto i battenti a metà luglio: breve corso online sulla morfologia delle galassie e poi i volontari hanno iniziato il lavoro di catalogazione sul sito galaxyzoo. org predisposto dallo Sloan. Unici requisiti richiesti: un computer, una connessione Internet e la disponibilità a lavorare gratis. Gli astronomi speravano nell’aiuto di un consistente drappello di volenterosi. Invece il sistema informatico è saltato fin dal primo giorno per l’assalto di migliaia di entusiasti dell’osservazione del cosmo. Oggi, poco più di un mese dopo, sono ben 85 mila i volontari che partecipano a questa specie di mappatura del Dna del cosmo. Questo delle galassie è solo l’ultimo caso – forse il più suggestivo ed estremo – dell’ormai diffusissimo fenomeno del lavoro altruistico che, se non può essere inserito nel catalogo delle nuove forme d’impiego, visto che si basa su spinte diverse da quella retributiva, è sicuramente uno dei fattori di quella rivoluzione del mercato del lavoro che sta trasformando tutti i sistemi produttivi. Una rivoluzione che, ancor prima della globalizzazione, è figlia delle nuove tecnologie informatiche che facilitano lo scambio di prestazioni professionali in un contesto informale, rapido, non contrattualizzato e dell’esplosione dei servizi che ormai rappresentano oltre il 70 per cento del reddito nazionale dei Paesi avanzati. Presto arriveremo all’80 per cento (gli Usa sono già vicini a questo livello) e a dominare sarà sempre più l’economia «immateriale». C’è chi ammira il dinamismo di un sistema che – tra outsourcing, crowdsourcing e le varie formule di lavoro flessibile sperimentate, in parte, anche in Italia – ha fin qui garantito a livello mondiale il più lungo e consistente ciclo di crescita economica del Dopoguerra, in un contesto caratterizzato da bassa inflazione e da una crescita del reddito ormai estesa anche a vaste zone dell’Asia e a qualche regione africana. Altri preferiscono, invece, concentrare tutta l’attenzione sull’indebolimento dei lavoratori non specializzati dell’Occidente, sempre più esposti alla concorrenza di quelli dei Paesi emergenti e sul «demone» della precarietà di molti nuovi impieghi. Ciò che colpisce nel duro scontro sulle regole del mercato del lavoro in atto nella sinistra di governo italiana, non è tanto la radicalità delle posizioni di chi vuole tornare al lavoro garantito «a vita» per tutti – in politica è tutto lecito, anche proporre di svuotare il mare del lavoro flessibile mondiale col secchio delle rigidità contrattuali di un singolo Paese – quanto l’ostinazione nell’ignorare la realtà. Il lavoratore può avere nostalgia di un passato nel quale la fabbrica garantiva reddito e stabilità d’impiego. Politici, sindacalisti e opinion leader che dispongono dei migliori strumenti informativi non possono invece costruire le loro proposte e i giudizi sulle leggi esistenti fingendo che l’Italia sia ancora quella degli anni ’60 del secolo scorso: un Paese dominato dal ciclo della trasformazione della materia nel quale quasi i due terzi dei lavoratori erano operai impegnati in mansioni ripetitive.