Libero 29/08/2007; pagg.8-9 BARBARA ROMANO, 29 agosto 2007
«Farò vincere Berlusconi E gli costo meno di Rotondi» Libero 29 agosto 2007. ROMA? L’uomo che da oltre un anno sta facendo ballare Prodi e Berlusconi non si ferma mai
«Farò vincere Berlusconi E gli costo meno di Rotondi» Libero 29 agosto 2007. ROMA? L’uomo che da oltre un anno sta facendo ballare Prodi e Berlusconi non si ferma mai. Mentre il Senato è un cantiere aperto, pieno di polvere e operai che hanno smantellato la sua commissione Difesa, lui è già in pista nell’ufficio di presidenza, dove il telefono non finisce più di squillare dietro la porta di pelle trapuntata. E Sergio De Gregorio non smette di rimbalzare sulla poltrona troppo grande anche per lui che con i piedi non arriva a terra. Infatti vorrebbe cambiarla, assieme a tutto il salottino di velluto crema che gli ricorda tanto i club privé. Senatore, adesso non ci faccia la solita manfrina del centrista che sta un po’ di qua e un po’ di là. «Ma quando mai. Io sto nel centrodestra a pieno titolo. Italiani nel mondo ha sottoscritto un patto federativo con Fi, con l’ingresso del simbolo nella Cdl. Ora c’è la responsabilità, da parte nostra, di presentare le liste in tutt’Italia e contribuire alla vittoria della Cdl all’estero. Questo percorso è stato sancito da due atti federativi che abbiamo firmato io e Bondi». In realtà è così dal 28 aprile 2006, quando lei fu eletto presidente della commissione Difesa del Senato. Perché c’ha messo tanto a fare outing? «Se per questo, io nel centrodestra ci sto dal ’94, quando ero al coordinamento nazionale di Fi col mio fraterno amico Domenico Mennitti. Sono stato in Fi provenendo dal Psi senza mai andare via». Le ricordo che nel frattempo si è fatto un giro nell’Idv con cui è stato eletto nel centrosinistra. «La politica è fatta di evoluzioni». stato lei a giurare un anno fa che non sarebbe mai confluito nella Cdl: «Ringrazio sentitamente Silvio Berlusconi», disse, «ma non sono stato con Fi per dieci anni». «Impossibile, perché nel 2000 ero nel listino alla regione Campania, indicato da Fi, come esponente di spicco del partito». Poi però Fi l’ha silurata alle Regionali del 2005, qualche giorno prima delle elezioni. «Lì i candidati erano Ermanno Russo, cugino del deputato Paolo, e Fulvio Martusciello, fratello di Antonio, coordinatore della Campania, che chiese a sei sindaci di sottoscrivere un documento con cui pretendevano di non candidare De Gregorio. Altrimenti si sarebbero ritirati. Io fui acquisito alla lista da Claudio Scajola. Quando Maurizio Iapicca portò la lista a Berlusconi, lui disse "non voglio rogne, dobbiamo tutelare i nostri sindaci"». Lei ci rimase male? «Ci rimasi male sì. Pensi, avevo già affisso in tutta Napoli e provincia 300 manifesti 6 x 3». Sui quali, in quattro e quattr’otto, sostituì il simbolo di Fi con quello della Dc. «Perché venne Gianfranco Rotondi e due giorni prima delle elezioni mi convinse a candidarmi con lui. Con quella lista messa su in due giorni presi 11mila voti e fu allora che Berlusconi si rese conto del suo errore. Infatti fece delle clamorose scenate ai suoi». Ma perché da Fi passò alla Dc? «Perché ci collocavamo fuori da ogni schieramento. Immaginavo che la gente avrebbe capito che, cacciato da Fi, non mi rifugiavo dagli avversari, ma sceglievo una linea autonoma». E a quella gente poi come spiegò il suo passaggio a sinistra? «Feci quella scelta perché nella Dc arrivò Cirino Pomicino, con il quale avevo avuto un terribile contenzioso quando ero giornalista: mi aveva querelato per 10 miliardi di vecchie lire». Sta dicendo che è a causa di Pomicino che lei ha fatto il salto della quaglia? «Quando lui si affacciò alla Dc, si mosse ad excludendum, cercando di ritagliarsi il ruolo di capolista a Napoli e provincia, spingendo fuori anche Stefano Caldoro, altra sua vittima eccellente. Rotondi, molto imbarazzato, venne nel mio ufficio di Napoli e mi chiese di fare il capolista in Calabria. Io rifiutai, ovviamente, perché lì non sarei mai stato eletto». Lei è stato radicale, socialista, forzista, democristiano, dipietrista e ora di nuovo berlusconiano. Senatore, ha strappato il primato di voltagabbana a Mastella e Buttiglione. «Sono stato sempre socialista e quando Craxi invitò i socialisti alla doppia tessera, aderii non in quanto convinto della filosofia radicale, ma perché amico di un radicale per caso che era Enzo Tortora, di cui sono stato braccio destro per diverso tempo». Ma non può negare di aver cambiato spesso casacca. «Io entro nell’aula del Senato e vedo tantissimi ex amici socialisti, che dicevano di non poter mai vivere l’onta di un passaggio a sinistra, assisi nei banchi dei Ds. E che, sono io il voltagabbana?». Ma lei è l’unico tra i senatori del centrosinistra e il suo cambio di casacca fa la differenza tra la vittoria e la sconfitta per la coalizione in cui è stato eletto. «Esatto. Mi sono reso conto che il 70% degli italiani era con De Gregorio che cercava di affondare Prodi. Ho subìto tutti gli attacchi possibili per questa mia scelta. Il primo me l’hanno fatto togliendo 2 milioni di contributo pubblico alla tv Italiani nel mondo, con un emendamento in Finanziaria. E sono stato l’unico senatore spiato». Non saremmo qui se Prodi le avesse concesso il ministero degli Italiani nel mondo. «Quando ho fatto la battaglia per quel ministero, non ero io il candidato, ma Leoluca Orlando». Ma se durante la crisi di governo lei reclamava un rimpasto perché voleva entrare nel governo... «All’epoca ritenevo che l’unica salvezza per Prodi fosse aprire ai moderati. Se avesse ascoltato quest’appello, avrebbe continuato a governare tranquillamente. Ma Prodi cadrà». Ci disse la stessa cosa a febbraio, scommettendo che Prodi sarebbe caduto entro 90 giorni. Ha perso. «Ho perso perché dentro il centrodestra questa consapevolezza non è stata coltivata». Sta dicendo che è stata la Cdl a salvare Prodi? « evidente che Prodi non è caduto perché più di qualche volta i senatori della Cdl sono stati assenti». Assenze dolose, secondo lei? «La verità è che pochi vogliono tornare alle urne. L’unico è Berlusconi». Perché? «Per un fatto anagrafico: Berlusconi ha fretta, mentre gli altri leader del centrodestra no». Ogni riferimento a Casini... « evidente che Casini era interessato a un progetto di governo istituzionale. Credeva che i tempi fossero brevi, magari fidandosi di qualche dialogo fatto con i Ds. Ma i suoi calcoli erano sbagliati. Prodi ha la grande capacità di circondarsi di tecnici che parlano di cose concrete e che probabilmente sanno offrire anche materia di scambio». E cosa avrebbero offerto a Casini? «Non dico che l’Udc si sia piegata a questo dialogo, ma è evidente che qualcosa non funziona». Prodi non l’ha chiamata per dirle: «Ti prego, resta»? «Mi ha chiamato una volta al telefono, l’estate scorsa, mentre ero in Sardegna, e non ho capito niente. Non riuscivo a comprendere lo scandire del labiale. Se parla con tutti in quel modo strano di farfugliare, l’Italia è condannata ad essere una Repubblica incompresa». Andiamo, il senso l’avrà capito... «Voleva dirmi: "Mi raccomando, contiamo su di te". Voleva farmi sentire che si era accorto dell’esistenza del sottoscritto». Cosa le offrì per non andare? «Di tutto. Ma vede, quello che tradisce l’Unione è il delirio di onnipotenza, loro non hanno umiltà. Per questo hanno perso la commissione Difesa». Che sensazione ha provato a febbraio quando non ha votato la fiducia al governo? «Era come stare a Fort Apache da solo. Non creda che ricevessi molti attestati di simpatia dai senatori della Cdl. L’unico che capì fu Berlusconi, che mi disse: "Però mi hai fatto perdere le elezioni"». E lei? «Gli dissi: "Non te le ho fatte perdere io. Se ti guardi intorno ti rendi conto che ne hai persi tanti di De Gregorio". Mi rispose: "Hai ragione, di errori ne ho fatti tanti", e mi fece l’esempio di Pietro Fuda». Come la riconquistò Berlusconi? «Ridandomi dignità. Per me, essere riconosciuto a casa mia come uno sul quale avevano fatto l’errore di non puntare è stata una grandissima vittoria. Il suo spirito liberista è il valore assoluto della presenza di Berlusconi in politica». Se le piace così tanto Berlusconi, perché è sceso in campo col suo peggior nemico? «Di quelli candidati con Di Pietro io sono l’unico che non ha firmato un impegno. Ho preteso un patto federativo e di non essere mai obbligato a votare provvedimenti su etica e religione. Quando ho incontrato la fede cattolica, che pratico da vecchio peccatore, ho vissuto un trauma personale». Quand’è avvenuta la sua conversione? «Quando arrivai in Ruanda da inviato di guerra ho subìto uno shock. Fui costretto a camminare su due pile di cadaveri in decomposizione. Lì ho scoperto che ovuque si soffriva c’erano un prete e una suora». Il suo progetto era creare una coalizione moderata, ma nessun senatore l’ha seguita. «Molti sono convinti che questo sia il percorso giusto, ma il timore di essere accusati di essere stati "comprati" li tiene inchiodati. Per ora». Quanti ce ne sarebbero? «Almeno tre o quattro verrebbero da questa parte. Alcuni della Margherita e anche gli autonomisti». tramite lei che Berlusconi sta portando avanti la sua campagna acquisti al Senato? « una campagna difficile. Ma i tempi si vanno stringendo». Quando dovrebbe avvenire il passaggio alla Cdl? «In autunno. E non sottovaluti il disagio di Mastella. Il dialogo tra lui e Berlusconi è ripreso alla grande. Mi risulta, inoltre, che in Senato si stia per formare un gruppo di dieci dissidenti moderati dell’Unione: Dini, Manzione, Bordon e altri. Perfino Di Pietro guarda con favore a quest’idea». E dove si collocherebbero? «Nel centrosinistra, ma in appoggio esterno». Lei non si sente onnipotente a fare da ago della bilancia al Senato? «La politica non ti fa sconti, ma nemmeno tu devi fare sconti a nessuno. Nessuno però mi può accusare di aver fatto scelte comode: mi sono buttato nella coalizione perdente». E ci ha guadagnato una presidenza di commissione. Lei deve la sua notorietà al fatto che la Cdl avrebbe fatto di tutto pur di non affidare le Forze Armate alla ultrapacifista Lidia Menapace. «Fu tutto casuale. Ero stato parcheggiato in commissione Giustizia. Per un puro caso Cossiga si accorse che avrebbe dovuto votare la Menapace e si fece trasferire in commissione Agricoltura. Nello Formisano, che era in commissione Difesa, chiese a me di fare questo transfert il giorno prima della votazione». Non ci ha guadagnato solo la presidenza della commisione Difesa. Lei stesso ha detto: «Ho ricevuto dal Cavaliere 300mila euro per aver svolto un buon lavoro in Italia e all’estero. «Berlusconi, quando abbiamo firmato l’atto federativo, ha stabilito anche il sostegno al partito». I parlamentari di Fi non finiscono più di dire: «Quanto ci costa De Gregorio». «Scusi eh, se il Cavaliere dà due milioni alla Dc di Rotondi non si spaventa nessuno, se dà 500mila euro al mio partito succede il finimondo?». Come ha costruito il suo impero societario? «Indebitandomi fino al collo, spendendo soldi della mia famiglia. Ho impegnato case di mia moglie, qualche immobile di mia proprietà...». Il Sole 24-Ore ha pubblicato un’inchiesta da cui risulta una catena di assegni scoperti emessi da società a lei collegate. «Cattiverie. Se lei interroga la Centrale rischi vedrà che non sono più segnalato». vero che una banca ha avviato un’azione contro di lei per recuperare 600mila euro prestati alla Broadcast Video Press, di cui lei detiene il 98%? «Sì, ma avevo un’esposizione garantita da immobili che valgono il doppio. Il contenzioso è stato sanato». Lei è stato il più giovane giornalista iscritto all’albo ed è diventato famoso per lo scoop su Buscetta. Come faceva a trovarsi sulla sua stessa nave? «Non è il solo caso. Io sono stato il primo che è entrato in Iraq travestito da medico della Croce rossa giordana durante la Guerra del Golfo, il primo che è entrato in un covo di kamikaze sciiti che si votavano al martirio nell’82 quando infuriava la guerra in Libano...». Come faceva a trovarsi sempre nel posto giusto? «Perché avevo fiuto». Non per le soffiate dei servizi? «Le spiego. Nel 1980 io pubblicai il primo libro sulla camorra. Vendette 100mila copie. Furono i primi soldi veri che vidi, mi ci comprai la barca». De Gregorio, lei è considerato un uomo dei servizi. «Chi è l’uomo dei servizi? Io non ho mai saputo una cosa che non abbia scritto. Perfino quando Oggi mi mandò in Finlandia a cercare il figlio segreto di Lamberto Dini, che aveva avuto dalla funzionaria di una banca mondiale, mi impuntai perché venisse pubblicato il pezzo, anche se in Rcs erano perplessi. Si mossero tutti i servizi segreti d’Europa per bloccarmi. Alla fine mi chiamò Gianni Letta e mi chiese: "Ti spiace posticipare la pubblicazione dopo la campagna elettorale? Ti devo un favore". E io accettai». Qualche suo ex collega dice che gli scoop di cronaca nera li ha realizzati perché aveva amici camorristi. «A me tutto possono dire meno che io sia stato connivente con la criminalità. Vivevo tra poliziotti e magistrati. Tutte le volte che c’era un omicidio, io stavo sul posto. Io non avevo amici camorristi. Anzi, volevano farmi la pelle. E sa perché l’ho fatta franca?». No. «Perché si convinsero che ero pazzo e acquisirono nei miei confronti una sorta di rispetto silenzioso». E allora perché sono stati trovati suoi assegni a casa di un presunto camorrista considerato organico al clan Nuvoletta, che le hanno procurato l’accusa di riciclaggio con l’aggravante dell’associazione mafiosa? «Quando le banche stavano per chiudermi i fidi, venne da me un mio amico che mi propose di comprare una casa, a Marano, da mettere a pegno di questi fidi. A me non risultava che questo signore avesse collegamenti con la camorra, perché non ha mai avuto un’accusa per associazione a delinquere. Tutt’al più, trent’anni fa ha fatto il contrabbandiere». Ogni mese a Napoli si consuma il suo rito del "pranzo col senatore". Ci spiega cos’è? «Ho un indirizzario di 30mila aficionados, che conosco uno per uno. A volte, chiedo ad amici ristoratori di organizzare un buffet domenicale. L’ultima volta sono venuti in 3.500. Molti vengono a chiedermi lavoro, anche se io posso dare pochissimo. Quello che cerco di fare, invece, è mettere ragazzi in cooperative». Avrà acceso un mutuo per pagare il conto. «No, perché ho un sacco di amici ristoratori e i pranzi mi sono costati meno di 5mila euro l’uno. Investo». Lei ha anche una tv satellitare, Italiani nel mondo Channel. Dove li trova tutti questi soldi? «Metto in moto meccanismi legittimi. La tv è anche un mezzo di fornitura a terzi. Poi c’è la pubblicità». Ma lei che presiede la commissione Difesa, ha fatto il militare? «No, perché appartengo alla classe del ’60, che fu esonerata in seguito al terremoto che il 23 novembre che interessò la Campania». E allora che ne sa lei di Difesa? «Mi sono rifatto con l’addestramento che ho subìto per fare l’inviato di guerra». Nella sua commissione dicono che lei sia stato esonerato per «circonferenza anomala della pancia». «C’è Pasquale Giuliano di Fi che articola battute molto simpatiche. Pensi che mi chiama "l’omino Michelin". Però io ho perso la linea da poco. Adesso sono over 90, ma fino ai 33 anni ero magro, pesavo 77 chili e avevo anche qualche fortuna con le donne». Come le conquistava? «Sono sempre stato un inguaribile romantico. Ho sempre curato la scenografia: la luna, la buona tavola, il cantore. Avevo anch’io il mio Apicella». Ricorda il suo primo bacio? «A 16 anni, facendo finta di essere già maggiorenne, collaboravo con Paese Sera e contribuivo a organizzare la manifestazione "Giugno popolare vesuviano". Venne lì una compagnia di teatro di strada in cui c’era una mangiafuoco. Io mi "infumai" per lei». Sarà stato un bacio infuocato. «Infuocatissimo. Era un’attrice bellissima, di fortissima personalità, molto più grande di me». E la sua prima volta? «Fu l’anno dopo, sotto la pioggia, nella Cinquecento rossa di mia mamma, la quale non sapeva che io andavo in giro senza patente. Quella ragazza era la più bella della liceo classico "Vittorio Emanuele" di Napoli. Adesso sono sposato con una splendida 28enne che mi ha dato tre figli: uno di otto anni, la seconda di sei e l’ultimo di nove mesi. Ho chiuso il capitolo donne, ho appeso la scarpa al chiodo». BARBARA ROMANO