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 2007  agosto 29 Mercoledì calendario

I GRANDI DEL CREDITO 8

Yashiro, il regista del grande salvataggio. Il Sole 24 Ore 29 agosto 2007. La più redditizia operazione di private equity della storia, con una moltiplicazione degli utili che ricorda quella evangelica dei pani e dei pesci. Il più spettacolare turnaround bancario del secolo, che ha trasformato un bisonte finanziario fallito nell’istituto più efficiente e innovativo nei servizi alla clientela. La prima istituzione creditizia finita sotto controllo straniero in un Paese "faziosamente" allergico alla proprietà estera nel settore. Al centro di una storia di banca, con i toni di una saga epica, sta Masamoto Yashiro, l’"uomo degli americani" nel mondo degli affari di Tokyo, considerato da alcuni tra i salvatori della patria dagli anni bui della crisi finanziaria di fine millennio, da altri il cavallo di Troia del terzo assalto americano al Giappone, dopo quelli del Commodoro Perry a metà ’800 e del generale MacArthur a metà ’900.
Yashiro, 78 anni, ha guidato dal 2000 al 2005 la Shinsei Bank, nata sulle ceneri della Long Term Credit Bank of Japan, fallita nel ’98 e ceduta dal Governo a fine ’99 a un gruppo di investitori internazionali guidato dal giovane re del private equity Tim Collins. L’incontro del tutto casuale, nel settembre ’98, nella business class del volo All Nippon New York-Tokyo, tra il già pensionato Yashiro e l’allora 43enne vulcanico uomo d’affari dell’Arkansas è di quelli che cambiano la storia. Ma tutte le tappe della vita di Yashiro sono segnate da incontri con americani. Il primo contatto fu con un G.I. che gli offrì un chewing gum a guerra appena finita. Nato nel 1929, terzo di tre figli in una famiglia del distretto rurale di Fukushima, non fece in tempo a essere arruolato, ma visse come gli altri l’odissea di privazioni e sfollamento in campagna, con esperienza di lavoro nell’area di Kamata in una fabbrica di componenti per l’industria militare, poi distrutta da un feroce bombardamento («Chi non l’ha sperimentato non lo sa: il cielo si oscura completamente sotto le bombe», ricorda oggi).
Con il trauma della perdita dei genitori, si trasferì a Kyoto subito dopo la guerra, dove si laureò in legge. La svolta avvenne nel 1952, con la partecipazione a una conferenza a San Francisco, seguita da una borsa di studio delle Nazioni Uniti per un viaggio in Europa. Lì scoprì una certa vocazione internazionale – che lo portò poi a fare un master in relazioni internazionali all’Università di Tokyo – e anche quella per il business: «Mi ritrovai a Milano senza un soldo. Ma avevo comprato a Istanbul un bel tappeto. Riuscii a venderlo a un negoziante milanese, ricavandoci anche un profitto del 50% che mi consentì di completare dignitosamente il mio grand tour europeo». Il secondo incontro americano avvenne nel 1958, quando fu assunto alla Standard-Vacuum Oil, predecessore della Exxon: alla Esso giapponese passò tutta la vita lavorativa, diventandone un manager – ancora giovanissimo – e finendo per diventarne il capo. In quegli anni il brand Esso divenne familiare per gli automobilisti giapponesi. Da petroliere e assistente del chairman (passò anche alcuni anni a Houston), venne anche in Europa. «Incontravo Cazzaniga, sì, il nostro uomo in Europa, quello che poi fu coinvolto in una vicenda di finanziamenti ai partiti», ricorda Yashiro, riferendosi al potente capo italiano della Esso e presidente dell’Unione petrolifera Vincenzo Cazzaniga (che ricevette un mandato di arresto dai "pretori d’assalto" genovesi per il primo scandalo dei petroli nel 1974).
Compiuti i 60 anni, Yashiro pensava a un buon ritiro da ex petroliere, quando incontrò John Reed, il grande capo di Citibank, che gli propose una sfida: la costruzione di una rete di retail bancario in Giappone, che avrebbe dovuto offrire servizi innovativi ai clienti sul modello americano. Nel novembre 1989, in bubble economy, Yashiro iniziò così – da country manager Citibank – la sua seconda esistenza, questa volta da banchiere. Furono quasi 10 anni, in cui imparò a misurarsi con la potenza del ministero delle Finanze, le cui direttive venivano seguite pedissequamente da tutti, smorzando ogni spinta al cambiamento che avrebbe potuto aiutare il Paese a fronteggiare meglio lo shock seguito allo scoppio della bolla immobiliare e borsistica.
A 70 anni, Yashiro decise di ritirarsi a Londra, a contatto con le adorate nipotine, mantenendo qualche consulenza. Di ritorno da una riunione della Arthur D. Little di Boston, di cui era advisor, prese il fatidico volo Ana sedendosi al posto 1A. A un’ora dall’arrivo a Narita, l’americano dell’1C intavolò una conversazione, interrotta da un grido di sorpresa:«Lei dev’essere Masamoto Yashiro! Stavo cercando proprio lei». Collins spiegò di avere avuto da Minoru Makihara, capo della Mitsubishi Corp., un consiglio:«Per quello che ha in mente di fare, l’unico uomo che può aiutarla è Masamoto Yashiro». Iniziò così un lungo corteggiamento per convincere l’anziano ex capo di Citibank Japan a intraprendere la sfida più difficile nell’età meno indicata: portare il private equity nel cuore della Corporate Japan come strumento per modernizzare il sistema. Un appello quasi patriottico per un uomo destinato a essere considerato da molti connazionali un traditore.
«Mi convinse a poco a poco. Una svolta accadde quando Collins mi fece incontrare un uomo come Christopher J. Flowers, che mi fece cambiare idea sui banchieri di investimento». Alla Citibank, occupandosi soprattutto del corporate e del retail, aveva sviluppato una certa avversione per la propensione esclusiva ai "subiti guadagni" degli incursori del ramo investment. Collins, all’inizio, pensava a ristrutturare aziende, ma poi la sua attenzione cadde sulla travagliata vicenda della Ltcb. La sua intuizione lo portò a capire che la gravità della crisi avrebbe potuto indurre il Governo ad aprire agli stranieri il ramo bancario. Il poco più che 40enne fondatore del fondo Ripplewood, sospettato di essere un "avvoltoio", fece tutto il possibile per accreditarsi presso Tokyo: dal farsi invitare alla Casa Bianca durante i banchetti con il premier nipponico al coinvolgere prima alcuni grandi personaggi come David Rockefeller e l’ex capo della Fed Paul Volcker, poi mezza Wall Street e un bel po’ di Europa.
Alla fine, Collins la spuntò, facendo cedere la decotta Ltcb da Tokyo per circa 1,2 miliardi di dollari a un consorzio guidato da lui e Flowers, con calibri come Aig, Mellon Bank, Citigroup, Ge Capital, PaineWebber, e poi Abn Amro, Deutsche Bank, Rotschild, Santander (ancora oggi Emilio Botin è consigliere della Shinsei). Nella conferenza stampa di presentazione dell’offerta del 28 settembre ’99 all’Hotel Okura, Collins, Flowers, Yashiro e Volcker sottolinearono agli stupiti mass media giapponesi che lo sfondamento americano nel sistema bancario avrebbe portato benefici al Paese. Una strada che il Governo finì per assecondare – anche per la momentanea assenza di interesse da parte degli istituti nipponici, allora in difficoltà – anche in altre due occasioni di fallimenti; la Nippon Credit Bank, ceduta a un consorzio (che la ribattezzò Aozora) il cui controllo finì per essere assunto dal fondo Cerberus; e la Sowa Bank, ridenominata Tokyo Star Bank sotto l’egida del fondo Lone Star.
Per vendere un dinosauro fallito come Ltcb, Tokyo dovette assumersi le perdite storiche, a un costo stimato in 30 miliardi di dollari, e concedere un put ai compratori, che avrebbero potuto "restituire" in futuro attività il cui valore crollasse. Proprio sul put lo stesso Yashiro dovette difendersi davanti alla Dieta, in momenti in cui i parlamentari picchiavano duro su una intesa sospettata di pubblicizzare le perdite e privatizzare i profitti. «Il put era una necessaria garanzia per una incompleta due diligence», dice ora Yashiro, dopo che tutto è andato per il meglio. In pochi anni, lui ha trasformato la banca, creando un modello di business che ha ridotto l’enfasi sui prestiti per puntare invece su una serie di prodotti e servizi innovativi, compreso l’avvio di un retail accattivante. Un piccolo ma significativo esempio: il caffè online italiano nel nuovo complesso commerciale di Omotesando Hills, frutto di una joint venture con De’ Longhi.
Uno shock lo causò al personale locale della banca, favorendo la prima calata di massa degli indiani in una banca di Tokyo: si trattava di migliorare il sistema informatico, e Yashiro optò per un rinnovamento completo, rivolgendosi appunto a ingegneri It provenienti dall’India. In seguito anche a colpi di fortuna (vendita delle partecipazioni azionarie quando la Borsa era ai massimi), già nel 2004 la Shinsei Bank ha potuto tornare in Borsa con un collocamento di successo, consentendo a Collins e compagni di portare a casa circa 28 volte l’investimento iniziale. Solo di recente la banca ha evidenziato alcuni problemi di business, finendo nella tempesta per la sua esposizione al mercato del credito immobiliare Usa.
L’attività di Yashiro è stata paragonata all’azione di Richard Branson nell’aviazione civile britannica: entrambi a rompere equilibri preesistenti, come agenti di cambiamento in un settore restio all’innovazione e a una sana competizione. Oppure, da ex petroliere, si può avvicinare al pionierismo di un Enrico Mattei, odiato dalle Sette Sorelle perché si distaccava dai comportamenti tradizionali nell’industria e veniva così accusato di far perdere denaro a tutti gli altri, con le sue offerte di joint 25-75% in favore del Paese produttore, anziché il tradizionale 50% al Paese produttore e l’altro 50% da spartire con un’altra compagnia. Yashiro divenne la bestia nera di un certo establishment perché i suoi comportamenti sembravano "non-giapponesi": invece di rinviare la necessaria messa a riserva di fondi per coprire prestiti ormai inesigibili – al fine di lasciar continuare a operare aziende ormai decotte ma clienti di lunga data – Yashiro addirittura si permetteva di porre l’aut aut: ripagamento o fallimento. Così fu additato come responsabile del clamoroso crack della catena di grandi magazzini Sogo: Yashiro l"americano" insensibile ai destini del personale di migliaia di persone, Yashiro la variabile impazzita che penalizza le altre banche creditrici delle aziende che manda in rovina. «Non si può essere sempre popolari – dice Yashiro – né lasciarsi avviluppare troppo da un contesto di relazioni con la clientela che finisce per scontrarsi con le regole del business. L’avevo spiegato a suo tempo al presidente di un grande istituto finanziario: se andate avanti così, crollerete voi e farete il male degli stessi clienti e del Paese. E così poi è andata».
Stefano Carrer



DATE CRUCIALI
Febbraio 1929 - Nasce a Tokyo, da una famiglia originaria del distretto rurale di Fukushima
Marzo 1954 - Si laurea in Giurisprudenza all’Università di Kyoto dove frequenterà anche un master in Relazioni internazionali
Giugno 1958 - Entra alla Standard-Vacuum Oil, marchio predecessore di Exxon nato da una joint venture paritaria tra Jersey Standard e Socony-Vacuum
Febbraio 1964 - Diventa il più giovane membro del board di Esso Sekiyu, nel 1974 sarà direttore generale
Novembre 1989 - Country Corporate Officer di Citibank, di cui costruisce le attività retail in Giappone
Marzo 2000 - Presidente e Ceo di Ltcb, ribattezzata tre mesi dopo Shinsei Bank
Agosto 2004/giugno 2006 - Entra nel Council of International Advisors della China Banking Regulatory Commission e nel board della China Construction Banking Corp, dal 2006 è Senior Advisor di Shinsei Bank