Il Sole 24 Ore 28/08/2007, pag.15 Alessandro Milan Il Sole 24 Ore 30/08/2007, pag.15 Alessandro Milan, 28 agosto 2007
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’Noi magistrati militari: poco lavoro, siamo troppi”. Il Sole 24 Ore 28 agosto 2007. Se non sono fannulloni di Stato, poco ci manca. Eppure lavorano nella giustizia, che nell’immaginario collettivo è associata a indagini estenuanti, processi che durano anni, fascicoli che strabordano dagli archivi delle Procure. Dimenticate tutto questo e pensate invece a un’isola felice, dove i processi da celebrare sono pochissimi e dove può capitare, in un anno, di tenere sei udienze suddivise tra quattro giudici: una media di un’udienza e mezza a testa.
Funziona così la giustizia militare, che viaggia su un altro binario rispetto a quella ordinaria. Da quando è stata abrogata la leva obbligatoria, il numero dei processi è diminuito notevolmente, quello che è rimasto invariato è il numero del personale che lavora nella giustizia con le stellette. Tanto da far sorgere una domanda spontanea: ma che cosa fanno i magistrati militari dalla mattina alla sera? "Poco o nulla, comunque niente che giustifichi lo stipendio che prendiamo, che è identico a quello dei colleghi della giustizia ordinaria".
L’autodenuncia affidata ai microfoni di Radio 24 è di Benedetto Manlio Roberti, giudice a latere al tribunale militare di Padova. "Io ho sempre lavorato quando serviva - precisa Roberti -. Nel ’97 ero a Torino e in un anno ho depositato oltre 1.100 sentenze. Ebbene, l’anno scorso i nove tribunali militari messi insieme non hanno raggiunta questa cifra. E preciso che io non mi ammazzavo di lavoro. Da sostituto procuratore allora avevo migliaia di fascicoli in carico. Oggi un Pm militare ne ha una quindicina al massimo".
Processi pendenti
Un dato fotografa perfettamente la situazione: i processi pendenti presso i tribunali militari nel 1988 erano 12.088, al settembre del 2006 erano appena 2.602 e quest’anno saranno ancora meno, 2mila circa. "Nei prossimi tre mesi - continua Roberti - dovrò presenziare a 15 udienze. Lavorerò cinque o sei mezze giornate al mese. Stop". Ci si augura almeno che i pochi processi trattino reati gravi. Macché, se si escludono alcuni procedimenti al tribunale di La Spezia per crimini di guerra durante la Seconda guerra mondiale, la quasi totalità dei dibattimenti riguarda reati bagatellari: ingiurie tra commilitoni, truffe, percosse, lesioni, violate consegne. Tutti reati che secondo alcuni andrebbero depenalizzati: "Sono processi che comportano solo un enorme costo e sono privi di effettività sociale", secondo il giudice Roberti.
Basterebbe fare un giro all’unico carcere militare d’Italia, a Santa Maria Capua Vetere, per rendersi conto degli effetti di questa situazione. Dietro le sbarre attualmente non c’è un solo detenuto giudicato dalla magistratura militare. Gli unici carcerati sono stati processati dalla magistratura ordinaria. A dire il vero c’è un detenuto militare: si chiama Erich Priebke, condannato per la strage delle Fosse Ardeatine, ma è agli arresti domiciliari dal 1998.
Il personale e gli incarichi
Eppure al tribunale di sorveglianza lavorano un presidente, due magistrati e una trentina tra impiegati e funzionari. A fare cosa? Il presidente, Fabrizio Fabbretti, ha avuto un’idea: il 17 luglio 2006 il Csm militare ha respinto una sua richiesta di stanziamento fondi di 3.500 euro per il conio di una medaglia celebrativa del ventesimo anniversario della costituzione di quell’ufficio giudiziario. Una medaglia autocelebrativa, insomma. "Non può soddisfarsi la richiesta - replicava il Csm - né appare opportuno, tenuto conto della drastica riduzione delle disponibilità finanziarie, avanzare istanza al ministero della Difesa". Come dire: meglio stendere un velo pietoso.
Altre volte il Csm militare è stato invece più generoso coi colleghi. Come quando è stato chiamato a decidere sulle famigerate auto blu. Il 5 dicembre 2006 l’organismo ha votato una delibera nella quale non si ritenevano idonee a essere considerate auto di rappresentanza sei macchine Hyundai Elantra 2000 jtd "in ottime condizioni e nella massima affidabilità tecnica". A confronto delle auto blu che circolano in Italia, queste non sono all’altezza, e dunque... rispedite al mittente. "E pensare - conclude il giudice Roberti - che polizia e carabinieri non hanno neppure i soldi per pagare la benzina alle macchine di servizio. Insomma, da una parte si spende e si spande e dall’altra non ci sono nemmeno gli elementi minimi per poter lavorare con professionalità".
Gli sprechi
Il giudice Roberti va avanti nella sua battaglia anche se tra i colleghi non è visto ovviamente di buon occhio: "Ma non sono solo - giura lui -. Qualche collega, anche se pochi, è dalla mia parte. L’importante comunque è comportarsi sempre con onestà, lo starsene zitti e godere dei privilegi è troppo comodo. D’altronde la giustizia militare ha raggiunto un punto di non ritorno. Sono anni che continuo a denunciare questa situazione e tutti, anche tra i nostri organi di rappresentanza, hanno fatto come gli struzzi nascondendo la testa sotto la sabbia, ma ora la situazione è degenerata. Vuole l’ultimo esempio? Il capitolo "spese di rappresentanza", cioè fondi che servono a rappresentare all’esterno l’immagine dell’ufficio. Da noi vengono utilizzati il più delle volte per organizzare cene luculliane con amici e alti ufficiali. Tutte persone con un reddito tale che potrebbero pagarsi di tasca propria una cena nel migliore ristorante della città".
Alessandro Milan
Le risorse e la produttività del sistema.
- 103 Magistrati militari. Di cui 79 in 9 tribunali militari, 17 nelle tre corti d’appello, quattro alla procura generale militare presso la Cassazione, tre al Tribunale di sorveglianza militare di Roma
- 1000 sentenze emesse da tutti i tribunali militari nel 2006
- 9 sentenze emesse in un anno dal tribunale di Cagliari. E’ il record negativo
- 70 Auto blu a disposizione di 103 giudici
- 300 cellulari sono a carico dell’amministrazione
12.088 Processi pendenti nel 1988 Al settembre del 2006 erano appena 2602 e quest’anno saranno 2mila circa
LE STRUTTURE
L’organo principale della giustizia militare è il Consiglio della magistratura militare, cioè il corrispettivo del Consiglio superiore della magistratura. Il Cmm è infatti la struttura di autogoverno dei magistrati militari e ad esso competono le decisioni in materia di assunzioni, trasferimenti e procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati stessi.
- Alla Procura generale militare della Repubblica presso la Corte di cassazione a Roma fa riferimento la Corte militare d’appello con le sue sedi distaccate a Napoli e Verona. Ognuna delle strutture cosiddette "giudicanti", la Corte militare d’appello (che si occupa del secondo grado di giudizio) e i nove tribunali militari, ospitano anche gli uffici della Procura.
- Le procure semplici sono quindi nove. Padova, Torino e Verona dipendono dalla sede distaccata di Verona della Procura generale; Bari, Napoli e Palermo da quella di Napoli; Cagliari, La Spezia e Roma dalla sede centrale. E dato che lo stesso schema vale per i tribunali, ognuna delle tre sedi della corte militare di appello è competente sui ricorsi alle sentenze dei tre tribunali militari corrispondenti.
- In ogni tribunale militare è istituito un ufficio del giudice per le indagini preliminari (gip) e uno del giudice per l’udienza preliminare (gup).
- Dalla Corte militare centrale dipende anche il Tribunale di sorveglianza che ha la giurisdizione su tutto ciò che riguarda l’esecuzione della pena.
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E il 40% ha un altro incarico autorizzato. Il Sole 24 Ore 28 agosto 2007. Visto che c’è poco da fare in aula, tanto vale dedicarsi ad altro: insegnare in una scuola o all’università oppure prestare la propria esperienza alla Figc. E’ quanto fanno molti magistrati militari, come risulta dalle delibere del Consiglio militare che autorizza gli incarichi extragiudiziari: il 40% dei magistrati militari ha anche un altro incarico, tra i magistrati ordinari la percentuale scende al 3 per cento.
Sono diversi i magistrati con le stellette nella Figc: nel 2006 sono stati autorizzati Giovanni Barone, Luigi Maria Flamini, Isacco Giustiniani, Lucio Molinari, Stefano Palazzi, Gioacchino Tornatore, Filippo Verrone. Ma in questo caso il compenso previsto è solo un rimborso spese. Va meglio a chi insegna. Vediamo qualche esempio di autorizzazione del Csm nel secondo semestre del 2oo6: Gaetano Carlizzi, giudice a Napoli, insegna aIl’Università Suor Orsola Benincasa, ciclo da 28 ore per 4.480 euro. Maurizio Block, pm a Padova, collabora in attività didattiche alla scuola di amministrazione penitenziaria di Verbania e guadagna l.200 euro per un ciclo di 12 ore. Mauro De Luca, presidente del tribunale militare di Napoli, insegna diritto penale militare alla scuola Marescialli e Brigadieri di Velletri: 5.194 euro un anno, 5.100 l’anno successivo.
Va meglio a Giuseppe Mazzi, giudice alla corte militare d’appello: insegna diritto penale alla Luiss di Roma per 11 mila euro l’anno. Roberto Rivello, giudice a Padova, ha ben tre incarichi extragiudiziari: è componente del comitato scientifico dell’Università degli studi di Torino (impegno per il quale prende un rimborso spese) dove insegna anche organizzazione internazionale (3.408 euro per un ciclo di 60 ore) e fa lezioni in lingua inglese al Masters of Law (8oo euro per 10 ore di lezione e 400 euro per 10 ore di esercitazione).
Singolare la situazione di molti magistrati militari che pur lavorando in una procura risiedono a diversi chilometri di distanza: una legge prevede di avere la residenza nella provincia della procura di competenza ma esistono le deroghe, sempre autorizzate dal Csm. E così c’è un giudice che lavora a Padova ma vive a Torino, uno di Cagliari che sta a Roma, uno a latere di Verona che risiede a Milano. Fino al caso più clamoroso: il presidente di un tribunale del Nord che risiede a Roma, a oltre 500 chilometri.
Alessandro Milan
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Cause-farsa per la giustizia militare. Il Sole 24 Ore 30 agosto 2007. Come pedine del domino che cascano, uno dopo l’altro si alzano i veli che coprono lo scandalo della giustizia militare, un settore dove il personale abbonda (così come le strutture) ma le cause scarseggiano. Dopo l’autodenuncia del giudice a latere di Padova Benedetto Manlio Roberti («vengo pagato per fare poco o nulla») altri due magistrati escono allo scoperto. Sono il sostituto procuratore di Torino Paolo Scarfi e il sostituto procuratore di Padova Sergio Dini, che è anche membro del Consiglio della magistratura militare, l’organo di autogoverno.
«La fotografia che ha fatto il giudice Roberti - dice Scarfi - è perfino generosa. Un esempio? A Torino le ultime due giornate di udienza sono state il 12 marzo e il 4 luglio». Tra le due date, tutti più o meno a girarsi i pollici. Aule vuote ma stipendio garantito. Eppure una norma dell’ordinamento giudiziario prevede il decadimento dell’ufficio (il licenziamento, insomma) se un magistrato non presta lavoro per più di 15 giorni senza motivazioni. Già, ma chi va a controllare nel mondo di Utopia della magistratura militare? «A Torino i processi pendenti sono attualmente 20 - prosegue Scarfi -. Un lavoro che si può sbrigare in tre o quattro mezze giornate. Ed è più o meno così in tutti i tribunali d’Italia, tranne a Roma dove i dibattimenti aperti saranno un centinaio». Davvero numeri miseri, che letti da un qualsiasi magistrato dell’ordinaria gridano vendetta.
Tra l’altro, come già denunciato dal giudice Roberti, i reati che vengono trattati sono di poco conto. Ma qualche esempio può rendere l’idea: a Torino è in corso il procedimento tra due carabinieri che, allo stadio e in servizio d’ordine durante una partita di calcio, hanno iniziato a insultarsi per poi finire alle mani. E dire che erano lì per sedare eventuali risse tra tifosi. C’è poi il caso di due ufficiali dell’Aeronautica: uno ha scritto con lo spray sul muro dell’abitazione di servizio dell’altro frasi offensive nei confronti della moglie. Peraltro i processi per ingiurie in seguito a presunti o veri tradimenti non si contano.
Ma un caso su tutti merita la citazione: a Torino un militare ha sottratto dal bancone del bar una brioche e un commilitone «con mossa altrettanto repentina ne ha mangiata una parte». Risultato: sotto processo entrambi, il primo per furto e il secondo per ricettazione «perché traeva profitto dal furto precedente». Questioni che non approderebbero mai in un tribunale ordinario: «Ma nella giustizia militare lavoriamo talmente poco che si finisce per trattare almeno queste cause - ammette Sergio Dini -. Si può dire che le andiamo a cercare col lanternino per fare qualcosa. un modo per giustificare, in parte, lo stipendio». Al tribunale di Roma va meglio, i procedimenti sono più numerosi perché la procura capitolina ha la competenza anche sui reati compiuti dai militari di stanza all’estero. Ma anche in questo caso i motivi per cui finiscono sotto procedimento disciplinare alcuni nostri soldati non meriterebbero forse molta attenzione. Che dire per esempio di due nostri soldati finiti davanti alla corte per avere scritto sulla garitta che «la caporalessa Tal dei Tali è una gran p…?» Reato contestato: diffamazione, per di più pluriaggravata perché compiuta in un teatro di operazioni. Che per la cronaca era l’Iraq, dove probabilmente c’era qualcosa di più urgente a cui pensare.
Si resta stupiti anche ad esaminare alcune situazioni legate al personale. Il presidente del tribunale di Torino, Roberto Bellelli, risiede a Roma in base a una deroga del Consiglio della Magistratura militare. Un viaggio non proprio breve da casa all’ufficio. Sempre meglio del suo predecessore, che probabilmente detiene il record italiano di distanza tra la residenza e il posto di lavoro. Stanislao Saeli, presidente nel capoluogo piemontese fino al 2002, era stato autorizzato a risiedere a Palermo. Evidentemente un tragitto scomodo, tanto che poi Saeli ha optato per fare il giudice a latere in Sicilia, rinunciando al ruolo più prestigioso di presidente.
Ma non è finita: tra i casi più eclatanti si registra anche un «magistrato-imprenditore». Sandro Benigni, giudice a latere a Verona con residenza a Milano, che tiene anche corsi di preparazione all’esame per avvocati e magistrati ed emette regolare fattura essendo titolare di partita Iva. Una pratica trattata dal Consiglio della magistratura militare che ha incredibilmente deciso di soprassedere: «Non posso violare il segreto professionale e dichiarare come hanno votato i membri del Cnm - dice Dini -. Certo, qualcuno ha sollevato qualche perplessità, per usare un eufemismo». Risultato: procedimento disciplinare archiviato lo scorso giugno e assoluzione con la motivazione che il giudice Benigni, lavorando da solo, senza collaboratori e senza una struttura fissa sostanzialmente non costituirebbe un’impresa. E così può continuare a insegnare, fatturando oltre 70mila euro l’anno.
La sensazione è che più si scava in questo mondo dorato (per chi ci lavora), più si scoprono anomalie. Per dirne altre: se un militare commette un reato nei confronti di un commilitone di un grado diverso viene giudicato dalla magistratura militare ma se il reato avviene tra due pari grado allora interviene la magistratura ordinaria. C’è poi di peggio: un maresciallo rubò dall’armadietto della caserma le chiavi della macchina di un commilitone e poi l’autovettura, parcheggiata fuori. Risultato: il furto delle chiavi è un reato militare perché avvenuto in servizio, quello dell’auto è un furto che va davanti a un giudice ordinario. « successo anche questo» ammette sconsolato il procuratore Sergio Dini che conclude amaro: «la politica ha lasciato che la situazione degenerasse e ora abbiamo un corpo dello Stato che è totalmente improduttivo».
Alessandro Milan