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 2007  agosto 29 Mercoledì calendario

Alfonso Gianni Ma sì, in fondo ha ragione Piero Sansonetti, nel dire che l’editoriale di Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera di domenica scorsa non era male

Alfonso Gianni Ma sì, in fondo ha ragione Piero Sansonetti, nel dire che l’editoriale di Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera di domenica scorsa non era male. Certamente non si trattava della solita minestra che ci somministrano i giornali d’agosto. Ma soprattutto, dice il direttore di Liberazione , il lavoro si trova finalmente al centro di un articolo di prima pagina di uno dei massimi quotidiani del paese. E’ vero, ma debbo allora aggiungere che, da questo punto di vista, meglio del Professor Giavazzi ha fatto un semplice neolaureato in Economia del lavoro dell’Università di Torino (Gianni Venuto) che, in una bella lettera pubblicata ieri da la Repubblica , ci rammentava come, secondo Luciano Gallino (vedete l’importanza di avere dei buoni maestri!), il lavoro, in particolare quello precario, sia "il maggior problema politico ed economico di questa prima metà del secolo" e che quindi la politica dovrebbe occuparsene in modo serio (il che , secondo il giovane torinese e secondo noi, purtroppo non avviene). Ma torniamo agli argomenti dell’autorevole editorialista del Corrierone. In sostanza egli afferma che anche nell’ultima intesa sugli incrementi delle pensioni le organizzazioni sindacali hanno perso l’occasione di favorire particolarmente nella distribuzione degli aumenti le fasce più deboli e povere. Su questo punto, e non lo dico con gioia, non posso dissentire. Sarebbe servita, anche da parte delle organizzazioni sindacali, oltre che naturalmente del governo, una maggiore determinazione in favore di coloro che stanno peggio, concentrando su di essi una quantità di spesa in ogni caso limitata. Questo avrebbe evitato fenomeni distorsivi, in base ai quali una certa percentuale delle risorse già esigue è andata anche verso coloro che non stanno proprio in basso nelle classifiche dei decili di reddito. Ma soprattutto avrebbe reso l’impatto sociale del provvedimento più forte e più visibile, i singoli aumenti più consistenti e percepibili, e avrebbe tagliato alla radice l’erba del populismo al quale ricorrono volentieri le destre. Poi però Giavazzi perde la misura delle cose affermando che l’abbassamento dell’età della pensione viene fatto pagare ai più deboli. Cita l’aumento dei contributi dei parasubordinati- che per la verità c’entra con un minimo di garanzia per la loro pensione ma non con l’abbassamento dell’età pensionabile - ma si dimentica che una buona parte delle risorse è reperita tramite un contributo di solidarietà a carico di chi percepisce trattamenti pensionistici superiori di otto volte il minimo (e si potrebbe allargare e incrementare questo contributo, rendendo disponibili nuove risorse, quando il Parlamento sarà chiamato a tradurre in legge l’accordo di luglio). Ma il piatto forte dell’articolo citato consiste nella seconda parte, quando il noto economista insiste sulla bontà delle leggi sulla flessibilità che da sole avrebbero incrementato l’occupazione in Europa come già avrebbero fatto negli Usa. Non pago di ciò Giavazzi torna ad esaltare la libertà di licenziamento, una specie di Amarcord del tentativo berlusconiano di liquidazione dell’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori, affermando che bisognerebbe fare come in Danimarca, dove si tutelerebbe il lavoratore ma non il posto del lavoro o imitare la Francia ove si starebbe discutendo - dopo il fallimento del cosiddetto contratto di ingresso - di abolire tanto il tempo indeterminato quanto il contratto a termine per sostituirli con un unico contratto con garanzie crescenti nel tempo (in parole povere un rapporto di lavoro con un lungo periodo di prova durante il quale si permette il licenziamento libero). Il "nostro" riconosce in sostanza che il tema posto dalla sinistra radicale e da tanta parte del movimento sindacale, la precarietà, è corretto , ma che la soluzione sarebbe del tutto sbagliata. Lo fa con qualche evidente contraddizione: se infatti la via migliore all’occupazione fosse la precarietà, cioè l’uso dei contratti a tempo determinato, perché mai dovere sostituire questi ultimi con un’altra tipologia contrattuale? Ma almeno fornisce un terreno di confronto scevro da banali invettive. Giavazzi fa giustizia della minimizzazione in atto sulle cifre. Riconosce che il 15% dei lavoratori (oltre 3,7 milioni) è precario e che uno su quattro di questi avrà, se va bene, un altro lavoro precario. Si potrebbe e dovrebbe dire che le cifre sono più preoccupanti, se si guarda alle tendenze, visto che dall’entrata in vigore del decreto attuativo della legge 30, i precari costituiscono oltre la metà tra le nuove assunzioni su base annua. Ma ciò che colpisce di più è il periodare scelto dall’economista lombardo. Egli vede un incremento dell’occupazione in Europa tra il 1996 e il 2006, contrapposto ad una stagnazione nel quindicennio precedente, e ne attribuisce il merito alla legislazione sulla flessibilità, fingendo di dimenticare il dato fondamentale, cioè l’esistenza, particolarmente in Europa, di una crescita economica generale particolarmente nei primi anni di questo secolo. Qualunque buon osservatore economico sa invece che la spinta occupazionale è determinata in misura prevalente dalle condizioni dell’economia reale che non dalle leggi sul mercato del lavoro. Ma soprattutto sorprende che non si guardi alla qualità dei posti di lavoro creati grazie alla dilatazione della precarietà. Se lo si facesse si vedrebbe che non solo buona parte della nuova occupazione è sostitutiva, ma che soprattutto interviene in settori di bassa qualità, senza quindi migliorare complessivamente la produttività generale del sistema e il suo grado di innovazione. Questi restano i tratti endemici del declino economico del nostro paese che il ricorso massiccio alla precarizzazione dei rapporti di lavoro non può che aumentare con effetti sempre maggiori di una nostra marginalizzazione economica nel contesto mondiale. Tale condizione verrebbe addirittura aggravata se si consentisse la libertà di licenziamento, in assenza di qualunque strutturazione del sostegno alla formazione e al reddito dei lavoratori o aspiranti tali. L’esempio della Danimarca è ormai un rituale privato di senso. Non si può scegliere un sistema sociale a la carte . Se si vuole che flessibilità non si identifichi con precarietà, come è avvenuto da noi, bisognerà garantire che il passaggio da posto di lavoro a posto di lavoro avvenga effettivamente e che gli inevitabili periodi intermedi di attesa siano efficacemente coperti da sostegni al reddito. La flexicurity richiede maggiore e non minore Stato sociale. Nel contempo non si può accettare, per ragioni sia economiche che etiche, che le imprese si deresponsabilizzino totalmente verso i propri occupati scaricando tutto sull’assistenza dello Stato. La responsabilità sociale dell’impresa, di cui tanto si parla, non consiste nel fare le dame di San Vincenzo, ma nel garantire la continuità e la qualità del lavoro umano e l’esercizio dei diritti che porta con sé. Quanto poi alla idea di introdurre una sorta di "periodo di prova prolungato", durante il quale impresa e lavoratore potrebbero conoscersi meglio e cementare così il loro rapporto, inviterei il Professor Giavazzi a guardare in direzione diversa e più in là. Per esempio anche in direzione della proposta di legge che Rifondazione comunista, e altri, hanno avanzato all’inizio della legislatura proprio per superare la legge 30. Non abbiamo proposto di tornare indietro nel tempo. Anzi prendiamo atto che il lavoro è venuto modificandosi, mentre il lavoro dipendente è enormemente aumentato nel mondo intero. Proprio per questo non ha più ragione di esistere una concezione della subordinazione del lavoro basata sul rapporto gerarchico e la presenza fisica del lavoratore nella unità produttiva. Il carattere di subordinazione del rapporto di lavoro è invece dato dalla dipendenza socio-economica di quest’ultimo da un’impresa. Qui sta la chiave per distinguere l’area del lavoro dipendente da quello effettivamente autonomo, ma anche il modo concreto di riportare la forma del rapporto a tempo indeterminato alla condizione di rapporto normale e prevalente, poiché si eliminerebbero le spinte più forti alla precarizzazione del lavoro dal punto di vista aziendale, quali il risparmio retributivo e la deresponsabilizzazione dell’impresa nei confronti del lavoro che essa in ogni caso utilizza.