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 2007  agosto 29 Mercoledì calendario

If I am a pirla me ne sto a casa. I politici esteri si scelgono così. Italia Oggi 29 agosto 2007. Egregio Direttore, non avrei mai pensato di cercare di utilizzare la stampa per spiattellare con un misto di vergogna e piacere, dato dal distorto senso di orgoglio che ci inonda quando si trovano il coraggio e la forza necessari per fare outing, i lati più privati della vita

If I am a pirla me ne sto a casa. I politici esteri si scelgono così. Italia Oggi 29 agosto 2007. Egregio Direttore, non avrei mai pensato di cercare di utilizzare la stampa per spiattellare con un misto di vergogna e piacere, dato dal distorto senso di orgoglio che ci inonda quando si trovano il coraggio e la forza necessari per fare outing, i lati più privati della vita. Ma ormai è tutto un proclama di tradimenti, di verginità imposte dal rifiuto e così via. Ed allora voglio uscire allo scoperto, e se me lo concede, proprio sulle pagine del suo giornale e confessare al pubblico, sperando che l’atto di condivisione porti qualche forma di sollievo. Confesso: impazzisco per Prodi su you tube. Ormai lo faccio tutti i giorni. Da mesi. Adesso forse un poco meno ma poco. Ma come minimo un giorno sì e uno no. Devo riconoscerlo ho sviluppato una dipendenza piena. E poi anche di quelle più brutte e vergognose perché si intreccia con schegge di evidente masochismo. Il rito si ripete pressoché ogni mattina. Tra le 7.30 e le 8. Accendo il portatile, scarico la posta, lascio fluttuare il puntatore qualche secondo sulla barra dei preferiti mi avvicino a you tube… esito, cerco di resistere, ogni tanto mi controllo di mattina solo per poi far peggio di sera, e poi clikko. E lui arriva. E poco dopo anche l’altro. Sì, li chiamo io, li resuscito dalla galassia del web tutte le mattine. Fa male. Tanto. E io lo so. Fa male a me e sicuramente anche a chi mi sta intorno anche se non si vede subito. Come il fumo ma in verità è molto peggio. Here it comes Cnbc exclusive, Romano Prodi dalla Bartiromo. Il banner lo identifica chiaramente: Romano Prodi ”Italian Prime Minister. Non c’è possibilità che venga confuso come rappresentate politico di altro paese. Siamo inchiodati li. Noi con lui. Gesti e parole: comincia lo show. Parte la prima domanda. Il nostro, nel giro di tre secondi, sfoggia una mimica facciale che supera di gran lunga le imitazioni di Corrado Guzzanti e poi, ahimè, parla. Le sopracciglia si inarcano, il collo si allunga per un attimo e comincia il suono, il biascicare incomprensibile. La Bartiromo, grandissima professionista, lo guarda con calma, lo sguardo fisso sul capo di gabinetto, concede il tempo necessario a chi, evidentemente, sta affrontando un compito difficilissimo. Di fronte ad espressioni del tipo «leaders do not speak each other. I always speak clear…» la professionalità anglosassone non si scompone, anzi annuisce garbatamente. Prodi, come il bambino alle interrogazioni delle medie, pensa che allora sta facendo bene… meglio di quanto avesse mai potuto sperare e si dice «ma questa mi capisce, continua a farmi le domande, mi fa sì con la testa, ma allora sono bravo…» e sull’onda dell’entusiasmo «the guy plays it cool». Si rilassa. Cambia la postura. Prima tutto chino in avanti, gomiti sul tavolo, adesso tutto buttato indietro sullo schienale della sedia… laid back e come tutti quelli che non parlano le lingue si concentra sulle parole che sa e che ripete in un tentativo di pietoso self reinforcing process della propria competenza linguistica e allora giù con …«absolllutely, I am concernnned... concernnned... concerned» fino a lasciarsi andare sulle discese più ripide ed allora ci prova anche con «muslim», ma non gli viene, poverino. Il retaggio del gergo e della pronuncia del mortadella drawl impediscono inesorabilmente la vittoria dell’insidioso vocabolo che viene tranciato e modificato in un simpatico «musim » con esse sibilante e vibrante prolungata quel tanto che basta per assicurare risate ai colleghi americani che al detto passaggio mi chiedono sempre «play it again come on» e giù risate. Dimmi come parli e ti dirò come governi. Anche io rido. Guardo e rido. Anzi rido più forte degli altri perché così spero di rendere chiara a tutti la mia non appartenenza, l’assoluta non comunanza con il politico e il mondo che rappresenta, con quel fare goffo e crasso da provincia politica italiana, assolutamente incapace di leggere e interpretare gli ambienti nei quali si muove, con la presunzione inaccettabile di potersi proporre sempre e comunque perché tanto, chissenefraga, l’importante è dire di essere stati su Cnbc. Dalla Bartiromo. E poi se si è fatta una figura caprina e soprattutto se la si è fatta fare all’intero paese poco importa. Se Rutelli ci dà una mano... Incompetenza, strafottenza assoluta mancanza di umiltà ed autocritica e di preparazione tecnica. Ecco quello che si sprigiona, con tragica ilarità, da quei cinque minuti di video. In cinque minuti il dramma di un paese, il nostro che raggiunge poi le profondità più oscure dell’abisso con 44 secondi di video di Francesco Rutelli che dal portale del «turismo italiano unito» con fare da begger implora in modo stentato, ridicolo, penoso e patetico il mondo intero di venirci a visitare …«buttt pleeezz comme to visitt Ittaly». Ma dico, con più di un miliardo di consulenze che il governo spende a destra e manca, in assoluta mancanza di trasparenza, e soprattutto in mancanza di voglia di trasparenza, non potevano trovare la bella annunciatrice con padronanza della lingua e mandare lei in video. No ci vuole andare Rutelli che sicuramente riguardandosi in video si dirà «però mica male vero?» Forma e contenuti per me pari sono. Quelli che ho menzionato sono per lo scrivente i due episodi che meglio sintetizzano lo sfascio della nostra politica. Non c’è nemmeno bisogno di arrivare all’analisi dei contenuti. Basta la tragicità della forma per capire che i contenuti andranno di pari passo. Eh sì, perché non avere alcun barlume dello stato disgraziato della forma con la quale ci si presenta, con la quale si ha il coraggio di andare in giro a rappresentare un paese la dice lunga, lunghissima, sullo stato culturale, morale e civico dei soggetti che ciò fanno. E io quei video sono costretto a guardarli da un processo compulsivo, ossessivo e masochista del quale, come detto, non riesco a trovare ragione. E perciò… outing. Io guardo e ascolto le castronerie di Prodi e Rutelli tutti i giorni. Perché? Non lo so. Lavoro da anni per uno studio legale non italiano. All’estero ho partecipato a moltissimi incontri con rappresentanze politiche sia di destra che sinistra (per semplificare). Rarissime, ma si ci sono state e anche di livello, le occasioni in cui ho avuto modo di ascoltare qualcuno esprimersi in un inglese accettabile. I professionisti italiani che lavorano all’estero sono tantissimi, oltre a chiare competenze linguistiche, quasi mai limitate al solo inglese, ne hanno tantissime altre e nonostante un sistema universitario, che certo non ci dà un edge competitivo, anche solo per l’età con la quale di media entriamo nel mondo del lavoro, riusciamo ad affermarci con riconosciuti apprezzamenti sul terreno degli ospiti. Ed ogni volta, immancabilmente, alla fine di un incontro con il politico di turno ci chiediamo come sia possibile. Come è possibile che ci troviamo sempre in imbarazzo di fronte ai colleghi che in sede di meeting, riunione, incontro, presentazione con le nostre rappresentanze politiche, non ci guardano in faccia e alla fine non chiedono e fanno commento per risparmiarci l’imbarazzo.  una questione politica, non linguistica. E la lingua non è il solo problema. Non penso che la modifica del sistema elettorale potrà portare non solo ad una soluzione ma nemmeno ad un avanzamento concreto dello stato delle cose. L’espressione di una preferenza personale porterà con se una maggiore accountability del soggetto indicato dall’elettore? Mettiamo anche che dovesse funzionare. Ma il vaglio sulle capacità dei candidati, sul loro dovere di rimanere capaci e anche più capaci degli altri come verrà verificato prima e garantito dopo? Si, lo so. Se il soggetto si sarà dimostrato incapace non lo rieleggeremo più. E intanto? Per cinque anni gli eletti potranno mandare alla rovina il paese come stanno facendo i soggetti al governo adesso? I mille perché dell’antipolitica. Il sentimento dell’antipolitica, la visione populista che fa coincidere la politica con il male si manifesta e ruggisce in concomitanza di e contro vessazioni di stato come quella fiscale che oggi tiene banco ma trova le sue radici vere in un comune denominatore che giace più a fondo. La consapevolezza della pochezza, dell’inettitudine, dell’inadeguatezza di chi ci rappresenta e di chi si propone di farlo. Tanto a destra quanto a sinistra, ancora per semplificare. Per poter iniziare a lavorare e poi avanzare assumendo ruoli e competenze importanti nelle società bisogna dare prova di avere già messo in tasca qualità, knowhow, che possano, presumibilmente, garantire che quel determinato soggetto sarà in grado di assolvere alle proprie mansioni ed espletarle con la dovuta capacità e competenza tecnica. Per le attività in proprio la prova delle abilità e delle competenze arriva ancora prima, implacabile, scaraventata lì dal mercato che non chiede il permesso di agire, ma ti presenta subito il conto della tua bravura o inettitudine. O ti aggiorni, o sei fuori. Nel mondo reale non ha alcun senso parlare di dovere di aggiornamento. L’aggiornamento costante è sentito e riconosciuto come un meccanismo salva vita. Come la Beghelli. O riesci a farlo o prima o poi sai che sarai fuori. La globalizzazione, la necessità di essere più competitivi, più preparati e meglio organizzati è approdata ormai in ogni dove almeno a livello di consapevolezza. Poi c’è chi agisce di conseguenza e chi no. In politica invece la situazione è distinta. Lì la consapevolezza, il porsi la domanda «ma sono e portò essere all’altezza dei miei compiti?» è ancora da sdoganare. Perché? Soglia di sbarramento per gli incapaci. La prima barriera all’entrata in politica di soggetti non capaci, non adeguati, non all’altezza dovrebbe essere in primis la coscienza del singolo: if i am a big pirla I’d better stay home. Non è così. Come fare? Come tenere fuori dal recinto gli incapaci quelli che, anche volessero, non potrebbero comunque contribuire alcunché? Il disprezzo per la politica, per la casta in quanto tale, il formarsi di un pregiudizio, che poi diventa sentenza non appellabile da parte del cittadino, passa, prima e molto prima che dalle problematiche fiscali che oggi campeggiano sui giornali, dalle brutte figure di Prodi e Rutelli con l’inglese, dagli sperperi sulle auto blu, dalle incredibili dichiarazioni di Cosimo Mele che dice «è stato un incidente, ma almeno io ho avuto il coraggio di mettermi in piazza» - eroe -, dalle più inaccettabili dichiarazioni di Lorenzo Cesa che elabora un proposta che di fatto giustifica e ratifica la condotta del membro di partito, «se avesse avuto i soldi per stare a Roma con la moglie non sarebbe stato costretto ad andare in outsourcing… ». Non ho letto tra l’altro alcun documento di apprezzamento per la proposta di Cesa da parte di tutte le consorti dei parlamentari dell’Udc con loro espressione di commosso ringraziamento per la qualifica di funzione loro, così galantemente, attribuita dal gentil Lorenzo. Lasciando da parte le problematiche morali o moralizzatrici dell’accaduto si dica al contribuente come il Mele ha regolato o intendeva regolare il suo balance due con la provider capitolina? Con i risparmi di quando era piccolo, con una vincita al totocalcio o con l’emolumento parlamentare e quindi con i soldi nostri? Ma è sempre stato cosi, sicuramente, ne siamo certi, non è l’unico e che vuoi fare? Ma il problema, l’antipolitica è proprio qui. la consapevolezza che tanto poi non succede e non succederà nulla indipendentemente dal sistema elettorale in vigore. Siamo sicuri che un cambio del sistema elettorale sarà di per se sufficiente a stroncare la pessima, insopportabile arrogante abitudine di, una volta eletti, sistemare gli amici con le consulenze con gli incarichi negli enti e società a partecipazione pubblica? L’antipolitica riverbera sui volti dei Portaportisti che, soprattutto quando a confronto con tematiche di politica o economia che valicano i confini nazionali, trasudano il provincialismo e la miopia più becera. In America succede cosi, in Inghilterra hanno fatto cosà. Frasi ripetute a pappagallo dove è facile, per i tanti che all’estero vivono e lavorano, riconoscere la banalità e la superficialità del dialogo. E si cambia canale. L’antipolitica, il rifiuto del partito dell’organizzazione attuale dello Stato, il pensiero bossiano - o bosniaco? - del c’è la prima volta per il fucile, fermenta nei dati di una giustizia che non è minimamente in grado di tutelare la collettività, nelle grida del ministro competente che dice «ma mica li ho tirati fuori io» salvo poi che chi taglia le cime della barca dell’amico viene beccato processato ed ingabbiato a tempo record. Dimenticare lo stato. E allora ha ragione Laporta. Il primo passo della secessione è dimenticare. Dimenticare lo Stato del quale si fa a meno appena si può. (ItaliaOggi del 25 agosto) L’essenza dello stato, del vivere civile non trovano il culmine della loro espressione nel pronto e preciso pagamento dell’obolo fiscale come mi pare di capire sostiene il lettore consulente del lavoro del quale, mi scuso, ho dimenticato il nome. Non è nella voglia tutta italiana di non pagare le tasse, di fare lo sciopero fiscale che giace il focolaio del pericolo democratico e della rivoluzione populista (se c’è un popolo che non farà mai la rivolta armata siamo noi). La voglia di non pagare le tasse assicuro che la si trova diffusa in tutti gli ordinamenti, nazioni, popoli e persin villaggi d’alta quota dove l’aria è pura ed il cioccolato sempre a portata di mano. Da anni verso il mio obolo di sangue all’interno del tax department di una struttura multinazionale. Ho lavorato ormai più o meno ovunque e le tasse sono sempre troppe e ingiuste dappertutto. E, caro consulente del lavoro, si paga a fronte di una consideration, di uno scambio, il mio, ripeto mio, denaro per il servizio pubblico. E le richieste di servizio, gli scrutini ai quali il medesimo è sottoposto e la pretesa ferma, decisa e senza compromessi del buon funzionamento è molto, ma molto più forte all’estero che non in Italia. Non è nella voglia o non voglia dell’adempimento fiscale, nel sentire o nel non sentire il dovere civico, la spinta solidale per il bene comune che dobbiamo andare a cercare la conferma, la cartina di tornasole del buon funzionamento della cosa pubblica o, di contro, la minaccia per la sua esistenza. La politica fiscale è appunto una politica, una delle funzioni attraverso le quali si attua una visione (elaborata appunto da chi ha capacità di vedere, organizzare e attuare) di soddisfacimento e garanzia dei bisogni e dei diritti fondamentali del cittadino che non deve annullarsi e scomparire nel suo ruolo di contribuente. Prima cittadini, poi contribuenti. Prima cittadino e poi, anche, contribuente non il contrario. The truth of the matter lays elsewhere (questa per Rutelli che così si esercita). Vedo e sento, con il conforto dei tanti colleghi italiani che vivono all’estero, perché con quelli io vivo e lavoro (o il contrario), una esigenza più profonda. Che agli stakeholders dello Stato siano garantiti amministratori almeno potenzialmente competenti e preparati per le sfide che il futuro pone. Almeno in teoria si deve poter arrivare all’attivo a fine anno. Come dice un amico/collega «politicians have always lagged behind, now they are just behind». Chiedere di riempire Camera, Senato e ministeri con soggetti visionari è sicuramente utopico ma chiedere la presenza di soggetti che sappiano confrontarsi col mondo di oggi e ne stiano al passo è nostro dovere. Caruso e Giuliano, un lusso che non possiamo permetterci. La questione non è essere d’accordo o meno con le dichiarazioni di Francesco Caruso o Heidi Giuliani sulla Legge Biagi. Caruso e la Giuliani non ce li possiamo permettere. Ci costano troppo in termini di incapacità ed improduttività. Ma quali credenziali hanno per stare lì? Per parlare? Ah sì, sono stati votati. Beh non basta più. Il partito comunista in Cina ha istituito un apparato di formazione centrale, ovviamente, con frequenza obbligatoria per i 300 top funzionari di partito, quelli che manovrano le funzioni chiave dell’economia. Il partito invita, e sicuramente paga, nomi insigni dell’economia, della finanza e del management da tutte le migliori istituzioni di formazione superiore d’America e d’Europa. La formazione è obbligatoria. Sono certo che per non attendere non sia sufficiente presentare il certificato medico. (Der Spiegel, n. 3, 15.1.07 pag. 94) Incredibile, ma vero. Uno dei programmi che segnano un impegno e una visione politica avanzata ci viene dal partito comunista cinese. Ancora una vola quello che più apprezzo e più mi colpisce è la consapevolezza dell’esistenza dei problemi, del cambiamento dei tempi e quindi, necessariamente, del modo di stare al mondo, la consapevolezza e voglia di aggiornarsi e di self-expand come dicono i colleghi. la percezione di questa plateale, trasversale onnipresente mancanza di visione, coraggio, intelligenza e grinta dei nostri politicanti (almeno quelle che si vedono di più, i Porta-a-Porta men, quelli che arrivano in qualche modo anche sulla stampa estera) che getta il seme più fecondo dell’antipolitica. il dibattito sempre sterile e piccino, da cortile, sia nei modi sia nei pensieri, che getta quintali di sconforto. Ma avete mai visto come se le cantano e se le suonano gli MPs nella camera bassa? Prima se ne alza uno e bastona come un matto. L’opponente, zitto e seduto, non proferisce verbo finché l’altro non ha finito e poi scatta su e comincia lui con un girandola di mazzate verbali sparate ad una velocità tale che ai nostri politici servirebbero sei mesi per metter giù bene bene, prendendo appunti, quello che gli anglosassoni si dicono in 2 minuti. E da noi invece? Con gli striscioni, le magliette, le urla fuori campo, uno dorme l’altro telefona. Mai visto uno che si addormenta ad un board meeting? Silenzio. Che fare quindi? Fino a tempi migliori dimenticare lo Stato se si può e chiedere alla politica, fino a quando provi di aver superato i dovuti corsi di aggiornamento e la idoneità a sfornare uomini e donne o transgenders capaci ed abili, di, come scriveva già Raffaello Vignali sulle pagine del suo giornale, non intralciare. Al quale Vignali Lei rispose: «Insomma si vive. Basta lasciar nascer crescere e vivere… ». Ecco. Almeno questo chiedo all’establishment. Non ti immischiare. Keep out. Se non sei capace almeno stai zitto. Stai fermo. Stai fuori. If you cannot deliver stay put and shut up. Marco Gianni