Varie, 29 agosto 2007
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Umbral Francisco
• (Francisco Pérez Martinez) Madrid (Spagna) 11 maggio 1935, Madrid (Spagna) 28 agosto 2007. Scrittore • «[...] uno dei massimi scrittori del Novecento in lingua spagnola e grande giornalista (El Pais, El Mundo, Diario 16). [...] cresciuto a Valladolid, ”cattivo ragazzo” a scuola (fu buttato fuori a 11 anni e non ci tornò più), autodidatta, polemico e snob fin dalla prima giovinezza, lavoratore, cesellatore della Parola e insieme penna d’attacco, si è sempre appoggiato alla lava ribollente che accomuna tutti gli Spagnoli, a prescindere dalla loro appartenenza regionale. [...] Autore di ottanta libri e di una serie innumerevole di interventi giornalistici, Umbral ci lascia titoli quali Rosa e mortale (1975), Trilogia di Madrid (1984), Memorie di un giovane fascista (1993), Il socialista sentimentale (1999), Madrid, tribù urbana (2000), Giorni felici ad Argüelles (2005). Nel 1996 aveva ricevuto il Premio Principe delle Asturie e nel 2000 il Premio Cervantes. [...] antipatico e dandy, intelligentissimo, volutamente provocatorio, quasi superbo se guardato con occhi superficiali. Un uomo all’apparenza vanitoso, fin troppo sicuro di sé, che però, come ha testimoniato la sua editrice, Ana Gavin, ”era in realtà molto vulnerabile; quando usciva un suo nuovo lavoro stava sempre in pensiero, nonostante la grande fama di cui godeva” [...] voce profonda che ben si accompagnava agli occhiali cerchiati di scuro, agli abiti eleganti, alle amate sciarpe di seta bianca. [...] Il cognome che si scelse in arte, Umbral, tradotto in italiano significa soglia. Fatidico, quel volersi collocare sulla linea che si passa per andare oltre, o per tornare da dove si è venuti. Effettivamente la sua letteratura affilata, ma insieme scelta, poetica, sensibile, è di continuo entrata e uscita (con giudizi illuminati) dalla vita politica e sociale della Spagna e del mondo. ”Sono uno scrittore scontroso e brillante, insolente e un po’ rosso. Un buon ragazzo” diceva di sé stesso. Un autoritratto che non fa una piega. Due tratti della contemporaneità lo assillavano in modo particolare: ”l’irrimediabile volgarità verso la quale, in tutti i settori, stiamo scivolando, e l’impossibilità, ormai assodata, di avere una nostra vita, una vita propria”. Reagiva ”sprogrammando” il suo tempo: ”Mi alzo e faccio un piano che va dalla mattina alla notte, non oltre. Domani è un altro giorno”. Concepiva la maturità non come il raggiungimento di un ordine, ma come elogio del caos (Diario di uno scrittore borghese): ”Diventare adulti non vuol dire arrivare alla sistemazione, bensì installarsi definitivamente nel caos, e accettarlo, il caos. una condizione che permette di guardare le cose con sufficiente tranquillità, con ironia e scetticismo. Come diceva Rimbaud, ”il mio caos è sacro’. Inutile combatterlo, esisterà sempre. Le soluzioni definitive non esistono per nessuna situazione”. Ancora: ”Esiste invece, per tutto, una medicina fantastica: la verità”» (Rita Sala, ”Il Messaggero” 29/8/2007).