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 2007  agosto 29 Mercoledì calendario

CIONI

CIONI Graziano Empoli (Firenze) 17 novembre 1946. Politico. Ds/Pd. Ex assessore alla Sicurezza del comune di Firenze (dove lo chiamano ”lo sceriffo”), improvvisa popolarità nell’agosto 2007 quando mise fuorilegge i lavavetri • «[...] Io sono strafelice di avere a Firenze 30 mila extracomunitari. La scommessa però oggi è quella di coniugare sicurezza, legalità e accoglienza [...] facendo rispettare le regole e garantendo la sicurezza ai cittadini. Extracomunitari compresi [...] La tolleranza zero non c’entra. Noi siamo tolleranti con chi mendica. Non potrebbe farlo, però non danneggia nessuno. Anche i vecchi lavavetri non davano fastidio a nessuno e noi tolleravamo. Ma oggi a Firenze la stragrande maggioranza è pericolosa [...] Donne e anziani sono infastiditi, minacciati, impauriti [...]» (Marco Gasperetti, ”Corriere della Sera” 29/8/2007) • «[...] Parla dei suoi sette anni passati in Parlamento come di ”una noia mortale”. Ci tiene a presentarsi come un outsider, un cane sciolto dell’antipolitica, ma in realtà ci è da sempre dentro mani e piedi, a livello cittadino e nazionale. Con i suoi mocassini usurati, le camicie a manica corta, la barba arruffata ed un linguaggio colorito, Graziano Cioni è un reperto proveniente da un’altra epoca. Il perfetto comunistone, del quale incarna pregi e difetti. Un uomo che in cuor suo, rimpiange i tempi di quando c’era il Pci e ci si commuoveva alle feste popolari, ma anche un dirigente che sa cos’è il potere e come usarlo. Quando racconta del suo passato, si inorgoglisce nel sottolineare l’odio che nutrivano per lui gli indiani metropolitani del ”77 e i terroristi di Prima Linea. ”Vedevano in me il Pecchioli di Firenze”, azzarda in un paragone con Roma e Bologna, e gli si gonfia il petto nell’evocare il nome di un pezzo di storia del vecchio Pci. L’estrema destra lo ha tutt’oggi nei suoi pensieri. ”Cioni ti ammazzeremo come Fanciullacci”, è la scritta apparsa sui muri [...] Il partigiano Fanciullacci, torturato dai fascisti e morto suicida per non tradire i suoi compagni, ”è il mio idolo, il modello a cui mi ispiro”. Graziano Cioni, nato a Empoli nel 1946, oggi sarebbe un semplice assessore. Ma la targhetta fuori dall’ufficio è di formato extralarge, perché contiene l’elenco delle sue quattordicimila deleghe. Molto amato, altrettanto odiato. Lo accusano di essere massone, di essere un dalemiano, e molto altro ancora. L’ordinanza sui lavavetri è il punto d’arrivo di una onorata carriera di scossoni da prima pagina. ”Spero di aver fatto capire a tutti che parlare di sicurezza non basta. Alle parole devono seguire i fatti, altrimenti non si va da nessuna parte”. Nel 1988 finì anche sul Times, perché decise di chiudere alle auto il centro di Firenze, creando così la zona a traffico limitato più grande d’Europa. Le sue ordinanze muscolari sui venditori abusivi non si contano, come quelle sugli schiamazzi notturni. Nel 2001 fece arrestare un’imprenditrice che gli aveva allungato trentamila euro ”di anticipo” sulla scrivania. Sono episodi che snocciola con un modo di fare guascone, che risponde esattamente all’immagine che vuole dare di sé, quella di un uomo duro, energico e tutto d’un pezzo. Con i giornalisti è prodigo di notizie, e se ne inventa una al giorno. [...] In cambio, impone il contrappasso di tremendi cazziatoni ai malcapitati redattori di articoli sgraditi. [...] ”Cosa vuole, non nego di avere peso politico. E credo di saper fare il mio mestiere”. Molto prima che la politica italiana si americanizzasse, lui aveva inventato le cene elettorali per raccogliere fondi. Nel 2003 apparecchiò 5.000 persone all’Ippodromo, record [...] battuto dalla cena per il Partito Democratico [...] Nella nuova creatura politica, finirà inevitabilmente per contare. Ma ne parla con l’entusiasmo di un paziente in sala d’attesa dal dentista. ”Noi abbiamo una storia da difendere. Amendola diceva che non bisogna buttare via il bambino e l’acqua sporca. Non vogliamo morire democristiani, è così che avevo intenzione di chiamare le mie liste per il Pd”. Su una parete del suo ufficio c’è un’altra sua invenzione, le immagini cruente della campagna ”Ti voglio vivo” dedicata alla sicurezza stradale. Appena più sotto, c’è una bacheca con le foto di una ragazza. Graziano Cioni è un uomo che sa cos’è il dolore, questo non lo può negare neppure il più accanito dei suoi molti nemici. La ragazza che sorride nelle foto si chiamava Valentina, ed era una dei suoi cinque figli. morta il 23 novembre 1996, in un incidente d’auto. ”Lo sa che qui a Firenze ogni 15 giorni c’è un padre e una madre che piangono un figliolo e nessuno fa nulla? Si pensa sempre tocchi agli altri, e non a te”. Poi succede qualcosa. Cioni, l’uomo tutto d’un pezzo, si commuove. ”Lasci stare”, dice con gli occhi lucidi. No, vada avanti. Lo fa, leggermente paonazzo in volto. ”Tutti mi rompono i coglioni con questa storia che sono dalemiano. Ma lei sa chi fu il primo che bussò alla porta di casa mia quando morì Valentina? Il signor D’Alema. Si era fatto la strada da Roma fino alla campagna di Empoli, per abbracciarmi. E mi raccomando, non scriva che mentre glielo dicevo mi sono messo a piangere”» (Marco Imarisio, ”Corriere della Sera” 31/8/2007).