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 2007  agosto 28 Martedì calendario

Nullafacenti con stellette, uno spreco esemplare. Il Sole 24 Ore 28 agosto 2007. Appena un migliaio di cause all’anno e un unico detenuto: anche l’Italia può trasformarsi nello stato di Utopia

Nullafacenti con stellette, uno spreco esemplare. Il Sole 24 Ore 28 agosto 2007. Appena un migliaio di cause all’anno e un unico detenuto: anche l’Italia può trasformarsi nello stato di Utopia. Ma solo nel sistema rarefatto della magistratura militare, dove centotré magistrati presidiano l’amministrazione di una giustizia sonnacchiosa, senza cause né liti né detenuti. Alessandro Milan, su Radio 24 e su Il Sole-24 Ore (si veda l’inchiesta a pagina 15), ha fornito i dati impressionanti di una magistratura metafisica, dotata però di organi, uffici, sedi, strutture, personale, telefoni e auto di servizio (e guai se non di rango adeguato) tutt’altro che virtuali. Ha dato voce anche a uno dei magistrati militari, Benedetto Manlio Roberti, che, senza peli sulla lingua, ha denunciato la propria condizione (comune ai colleghi) di stipendiato pressoché nullafacente; e ha ricordato le resistenze a modificare una situazione paradossale, alla quale la recente riforma dell’ordinamento giudiziario aveva tentato di rimediare. Senza fortuna, dato che il Parlamento ha stralciato la parte relativa alla riforma della magistratura militare per lasciare le cose come stanno. Non sarebbe stato difficile immaginare che l’abolizione del servizio di leva obbligatorio avrebbe alleggerito di molto le competenze dei tribunali militari: eppure, le strutture sono rimaste quelle modellate su un sistema di difesa completamente diverso da quello attuale. Col risultato di lasciare assai poco da fare ai magistrati che, per ammissione del giudice Roberti, si danno ad altre attività (per esempio nelle università o in Federcalcio). La magistratura militare svolge funzioni che, in determinati situazioni, possono risultare importanti e delicate. Chiedere di cambiarla è un riconoscimento di queste funzioni e un gesto di rispetto. Sono infatti alcuni degli stessi magistrati militari a parlare ormai di "punto di non ritorno" e a considerare umiliante, in primo luogo per se stessi, la situazione che denunciano. Sono loro per primi a giudicare un privilegio le proprie interminabili, e vuote, giornate rispetto ai carichi che paralizzano le altre magistrature; sono loro a considerare i propri uffici e le proprie dotazioni uno schiaffo a chi, come polizia o vigili del fuoco, spesso non può permettersi, per ammissione dello stesso ministro degli Interni, di pagare affitti per le sedi, benzina per i mezzi di soccorso, carta e toner per le macchine fotocopiatrici. La condizione della magistratura militare assume dunque il significato di un caso emblematico. Per quanto limitato, conferma infatti le difficoltà a fare emergere e ad affrontare le tante situazioni di spreco e di privilegio che alimentano la spesa pubblica e con essa la voracità fiscale. Esse si annidano nei bilanci dello stato, delle regioni, delle province, dei comuni, degli altri soggetti pubblici, alimentate da un’indifferenza che raggiunge spesso i tratti della complicità. Illudersi (e illudere) di poter ridurre le tasse senza affrontare i tanti piccoli santuari della spesa è pura demagogia. Non a caso, proprio ieri, il ministro dell’Economia si è dovuto limitare a promettere non un taglio ma una semplice "tregua" fiscale: un termine prudente, che non esclude che la corsa del Fisco possa poi riprendere, proprio per l’incapacità a tagliare la spesa in modo duraturo e strutturale, ripensando, adeguando e riformando i servizi che lo stato deve garantire. Anche questo è il frutto delle concessioni continue agli interessi organizzati, si tratti pure di centotré rispettabili ufficiali. I ministri della Giustizia e della Difesa avevano tentato di riformare il sistema, ma sono stati bloccati. Forse avrebbero potuto farsi sentire di più, fare appello anche all’opinione pubblica per denunciare una situazione che, evidentemente, essi stessi giudicano inaccettabile. Ma la lobby ha prevalso. Perché in Italia, di "caste", e agguerrite, non c’è solo quella della politica. E quando si intendono, il Paese si ferma. Salvatore Carrubba