Stefano Semeraro, La Stampa 29/8/2007, 29 agosto 2007
Povero Davydenko. Vittima della nuova Guerra Fredda del tennis, quella delle scommesse truccate. Ci fosse ancora in giro il senatore McCarthy, il pelatino di Severodonezk - che dopo il sospetto ritiro nel match contro Vassallo Arguello in Polonia è diventato il capro espiatorio ufficiale di tutti gli inciuci veri e presunti - quest’anno non sarebbe neppure riuscito ad ottenere il visto per gli Usa
Povero Davydenko. Vittima della nuova Guerra Fredda del tennis, quella delle scommesse truccate. Ci fosse ancora in giro il senatore McCarthy, il pelatino di Severodonezk - che dopo il sospetto ritiro nel match contro Vassallo Arguello in Polonia è diventato il capro espiatorio ufficiale di tutti gli inciuci veri e presunti - quest’anno non sarebbe neppure riuscito ad ottenere il visto per gli Usa. «Davydenko è un bugiardo o è solo un russo?», si chiedeva ieri un columnist sportivo americano, finendo poi per assolvere il pallido Kolya, bontà sua, solo dalla prima accusa. Ormai a Davydenko fanno più paura le conferenze stampa che gli avversari. Finisce di sudare in campo e ricomincia a grondare sotto i riflettori delle telecamere. Più indiziato che tennista. Uno da torchiare. «Davydenko, hai davvero perso quel match su ordine della mafia russa?». la vecchia ruggine anti-sovietica che riemerge. Del resto anni fa un altro russo, Yevgheny Kafelnikov, fu al centro di voci simili, e sia lui sia Marat Safin sia Andrei Medvedev furono fotografati insieme ad Alimzhan Tokhtakhounov, il presunto mafioso uzbeko accusato di aver «comprato» i giudici del pattinaggio su ghiaccio alle Olimpiadi invernali di Salt Lake City. «Cosa posso dire ancora?», ha mugolato lunedì Davydenko, sgranando gli occhioni da agnello incastonati sotto le tempie scavate, dopo aver battuto l’americano Levine. «L’ho già detto: non ho mai scommesso in vita mia. Non so neppure come si fa, non conosco la gente che lo fa. Sono un top-player, ma la gente ormai mi ha etichettato come il cattivo che scommette. Per me sta diventando dura. Sono innocente, ma molti dubitano di me». A Sopot Kolya il tartassato si ritirò per colpa, sostiene lui, di un piede malandato. A falsare le quote dei suoi match persi contro avversari più deboli può essere stata una confidenza incauta, un attimo di scoramento catturato da orecchie interessate negli spogliatoi. Ma per la stampa americana è sicuramente la mafia russa a ricattarlo. «La Russia è forse l’unico paese dove esiste la Mafia? - ha replicato ieri Nikolay, annegando nello scoramento -. Perché non fate le stesse domande ai tennisti italiani? Perché non andate a Brooklyn? Magari di mafiosi ne trovate anche là». Una mezza gaffe, che va peraltro ad aggiungersi al corpus non indifferente delle toppate di Davydenko. L’anno scorso, ad esempio, il russo dichiarò che del torneo di Sydney «non frega niente a nessuno», poi si lasciò scappare che Etienne De Villiers, il boss del suo stesso sindacato, l’Atp, «non ha capito la differenza fra il tennis e Disneyland». In entrambi i casi finì poi per ritrattare, attribuendo la colpa del fraintendimento al suo cattivo inglese. A New Haven, invece, il tennista neutrino, il n. 4 del mondo (fino a poco fa) più anonimo della storia del tennis per una volta se l’era cavata brillantemente: «Il lato buono è che adesso, con tutto questo polverone, la gente almeno sa chi sono». Il lato sgradevole della faccenda invece è che le voci sulle scommesse illegali si ingrossano. «Sì, qualcuno mi ha avvicinato per chiedermi di alterare un match», ha ammesso Paul Goldstein, 31 anni, n. 97 Atp. « accaduto un anno e mezzo fa, ed è stato uno shock. Gli ho riso in faccia, l’idea di farlo non mi ha attraversato la mente nemmeno un secondo». Intanto per Flushing Meadows circolano in borghese gli investigatori della SafirRossetti, un agenzia privata ingaggiata dall’Atp e gestita da un ex poliziotto di New York. Spiano, annotano, incoraggiano la delazione. Fra tanti dritti vincenti, cercano il rovescio brutto del tennis.