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 2007  luglio 15 Domenica calendario

Andare alla guerra come alla pace. Il Giornale 15 luglio 2007. I denti davanti spezzati da una punta di lancia peggioravano quel coraggio senza pietà che emanava dal viso di Sokaku Takeda

Andare alla guerra come alla pace. Il Giornale 15 luglio 2007. I denti davanti spezzati da una punta di lancia peggioravano quel coraggio senza pietà che emanava dal viso di Sokaku Takeda. E chiunque avrebbe errato a sottovalutarlo. Giacché costui era sì un esile vecchio, alto non più di un metro e cinquanta, ma anche il maestro più temuto del Daito Ryu, il più micidiale dei circa centocinquanta non miti sistemi di ju-jitsu del Giappone. Bambino, egli aveva vagato tra i cadaveri degli ultimi samurai in rivolta; e non si contavano gli uomini da lui uccisi, o gli allievi storpi. Per la qual cosa prima di mangiare, pretendeva sempre che un altro l’assaggiasse. Viveva nell’Hokkaido più selvaggio, dando lezioni e diplomi retribuiti, il che significava esibire le sue tecniche, che con uno sguardo, uno solo, gli allievi dovevano carpire. In cambio erano tenuti a massaggiarlo, servirlo in tutto, nutrirlo e pagarlo oltremodo. Anche il trentaduenne Morihei Ueshiba, di pochi centimetri più alto, ma con identica determinazione, considerato ch’era il suo migliore allievo. Sokaku Takeda era capace di meraviglie misteriose e però più pratiche di quelle che Jigoro Kano aveva organizzato nel Judo. E infatti un primo gigante volò per aria appena prese Morihei per un braccio; gli altri già in corsa si videro sfiorare la pancia, e caddero come querce. Takeda stirò le labbra, parve ancora più cattivo. Invece era contento. Si era applicato il principio «affrontate un singolo avversario come ce ne fossero molti, molti come uno solo». Morihei a sua volta gli si inginocchiò davanti, impassibile, ma pervaso d’inquietudine, malgrado la splendida prova. Fuggì nella foresta dove però temprarsi sotto le acque gelide delle cascate non lo quietò. E se ne andò lasciando a Sokaku casa e beni, tutto. Morihei Ueshiba era nato il 14 dicembre 1883 a Tanabe, dove le montagne, le fonti e l’incantevole mare interno fanno dire ai giapponesi che là dei e uomini divengono tutt’uno. Figlio di un ricco mercante, aveva la madre imparentata al clan dei Takeda. Non si curò che fosse la parte dei vinti; iniziò a studiare le arti marziali. Nel 1902 si sposò. Nella guerra russo-giapponese venne assegnato alla polizia militare: ben perito nell’uso della baionetta, trafisse banditi cinesi.Maabituatosi da bambino alle visite ai templi, pure se all’occorrenza feroce, non amava la guerra. Era estatico; ed avversò il sequestro delle proprietà eccedenti dei templi mettendosi con Kumagusu Minakata, che parlava una dozzina di lingue, e sosteneva tra l’altro, sacrilego, la non unicità dei giapponesi. Altra follia: con un gruppo di coloni nel ”12 era emigrato nell’Hokkaido. Costruì un villaggio,maincendi e carestie terminarono il suo esperimento. Morihei proseguì tuttavia a praticare le arti della spada e della lotta che sono, se ben intese, una sola cosa; e imparò anche come addomesticare gli orsi. Si accorse che il suo addestramento in quelle misteriosi arti gli generava nel cuore luce, saggezza, calore, compassione. Vi badò più che alle seimila tecniche che le componevano. Ma non fu Sokaku l’ultimo degli stravaganti a cui si votò in vita. Ad Ayabe, vicino a Kyoto, incontrò Onisaburo Deguchi. Del quale difficile è dire ciò di cui non fosse capace: mistico, calligrafo, ceramista, tiratore con l’arco, vestito di broccati e con i capelli agghindati da donna. Dopo una gioventù depravata s’era chiuso in una caverna, dalla quale era uscito illuminato. Anzi riconosciuto capo della Omoto-kyo, corrente shinto con milioni di fedeli alla meditazione chinkon-kishin. Onisaburo predicava la pace, il ritorno a un mondo di eguali, e di agreste purezza. Ma nel 1924 tentò in Mongolia un’avventura proprio con Ueshiba, che lasciò tutto per seguirlo e fondarvi l’umanità perfetta. Impressionarono i mongoli coi loro talenti, misteriosi persino in Tibet. Morihei sopravvisse alla grandine, ai cibi guasti, alle inondazioni, all’ottimismo di Onisaburo, ai corpo a corpo con i tagliagole, e divenne lama. Mani e piedi incatenati, vennero condotti dai cinesi in un campo di cadaveri sgozzati, davanti al plotone di esecuzione. Venne graziato. Ma il vedersi morto gli mancava. Rivide come un neonato la bellezza scintillante del mondo. Al ritorno si distaccò da Onisaburo. Era la primavera del ”25 quando Ueshiba si trovò a essere sfidato da un grande maestro di Kendo, lo mise fuori misura costringendolo all’ossequio, quindi alla resa. Dopo di che andò in giardino per asciugarsi all’ombra. Ed ecco quanto ne narrò. «La terra tremò, un vapore dorato fuoriuscì dal terreno, mi avviluppò trasformato in immagine dorata, leggero come una piuma, potevo capire il linguaggio degli uccelli. Compresi che la via del guerriero deve manifestare l’amore divino che abbraccia, nutre tutto. Lacrimedi gratitudine e gioia scesero lungo le mie gote. La terra era la mia casa, il sole, la luna, le stelle erano miei amici intimi». A quei tempi non era infrequente che si venisse uccisi o almeno storpiati, se sconfitti. L’invitto Morihei invece non causò più serie lesioni. Giudicando che vincere era dissolvere prima il conflitto interno, e ferire un avversario era ferire se stessi. Perciò proiettava con un sorriso assente e le sue vittime si sentivano atterratema galleggianti su una nuvola. Gozo Shioda, tra i suoi allievi più collerici e grevi, non facile ai misticismi, spergiurò di averlo una volta visto in un poligono farsi sparare e quindi schivare le pallottole. Ueshiba sostenne di poterne vedere la luce. Fuprotetto dagli ammiragli e aristocratici, suoi allievi; e anche il fatto di essere considerato il migliore matroppo mite, lo salvò dall’essere arrestato. Per parte sua egli applicò alla dittatura il principio: se l’avversario tira, lasciatelo fare tutto ciò che vuole e non sarà in grado di afferrare niente. Per la guerra tuttavia soffrì al punto di ammalarsi, ma aveva un kiai, un vigore d’urlo capace di far cadere gli uccelli in volo. Del resto la voce in armonia con il respiro cosmico è un’arma davvero potente. Il respiro lega all’universo, e Ueshiba assorbiva il cielo nell’addome come il flusso e il riflusso della marea. Guarì anche ritemprandosi in commercio vitale sulle punta delle dita con le querce. E nel 1940 ebbe un’ulteriore visione. Si sentì di avere obliato tutte le arti che aveva imparato: le rivide però tutte, in un sogno desto trasformate in una nuova arte. Si trasferì nel ”42 a Iwama, borgo rurale, per allenarsi, pregare e coltivare la terra. E fu là che iniziò a chiamare la sua scuola Aikido, arte che abbraccia e purifica, insegnando a guardare la morte in faccia, e fondersi totalmente con chi vuole procurarcela. Dopo la guerra apparve in due programmi televisivi, uno giapponese e uno americano. Il viso era sempre austero, ma non più feroce; i capelli bianchi fluenti gli oscillavano come la barba mentre con un sorriso beatifico vinceva chiunque. Il suo dojo a Tokio venne visitato da membri della famiglia reale, politici, sacerdoti, uomini d’affari, maestri marziali, attori Kabuki, scienziati. La luce illumina tutto, aureola fiammeggiante, o leggero fulgore. E perciò venne premiato con solennità dall’imperatore, e morì il 26 aprile 1969 ottantaseienne, a Tokio ed armoniosamente. (4. Continua) GEMINELLO ALVI