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 2007  agosto 29 Mercoledì calendario

La più ricca d’Europa - anche se sta passando non pochi guai - è certamente la chiesa tedesca. Una legge dello stato infatti vuole che i cittadini che dichiarano di appartenere a una confessione religiosa come quella cattolica, o quella luterana, devolvano ogni anno l’8% di quanto pagano di Irpef alla propria chiesa

La più ricca d’Europa - anche se sta passando non pochi guai - è certamente la chiesa tedesca. Una legge dello stato infatti vuole che i cittadini che dichiarano di appartenere a una confessione religiosa come quella cattolica, o quella luterana, devolvano ogni anno l’8% di quanto pagano di Irpef alla propria chiesa. E’ certamente un modo oneroso di sostenere la propria fede, che fa sì che alcune diocesi, come Colonia, abbiano un bilancio più grande di quello della Santa Sede. Ma dall’unificazione si è aggiunta - e questa è obbligatoria - una tassa di solidarietà del 7,5% per l’ex DDR. Come conseguenza, è aumentato il numero di quanti dichiarano di non appartenere a nessuna confessione. Un esodo che ha procurato problemi e difficoltà, quasi il rischio di bancarotta, ad alcune diocesi, fra cui quella di Berlino. Le tasse sugli immobili sono appannaggio dei comuni, che godono di larga autonomia in questo campo; e vengono imposte a seconda dell’uso che viene fatto dell’immobile. I luoghi di culto ne sono esenti. La Chiesa se non più povera, ma fra le più povere, è quella francese. Spogliata dalla Rivoluzione del 1789, vede la propria situazione regolata dall’accordo del 1905, che prevede una totale separazione fra la Chiesa e lo Stato. Così le diocesi transalpine sono registrate presso il tribunale come delle associazioni civili, non a scopo di lucro. Possono fare profitti, ma ovviamente in maniera molto moderata, come si addice a questo genere si organizzazioni. L’accordo del 1905 però prevedeva anche che tutte le chiese costruite prima di quella data siano di proprietà dello Stato; e visti i costi di manutenzione - pensate a Notre Dame, ma anche a molte piccole chiese di campagna che certamente non godono dello stesso flusso turistico - c’è stato qualche vescovo che ha parlato di una «benedizione» riferendosi alla legge del 1905. Gli edifici di proprietà delle diocesi in Francia godono delle stesse regole, ed eventuali facilitazioni fiscali, delle società senza scopo di lucro. La situazione più simile a quella italiana la troviamo in Spagna. La conferenza episcopale e il governo di Madrid hanno stabilito che la Chiesa potrà ricevere il 7 per mille (analogo all’8 per mille italiano) da parte dei cittadini che barreranno la casella apposita sulla dichiarazione annuale dei redditi. Fino all’anno scorso la percentuale era del 5,2 per mille e il nuovo accordo entrerà in vigore con la prossima dichiarazione fiscale. Ma rispetto all’Italia, sono molti di meno gli spagnoli che scelgono l’opzione «chiesa»: il 33,4%. La Chiesa è esentata dal pagamento della tassa sugli immobili (un’inchiesta Ue aperta nel 2006 non ha ancora dato una risposta), mentre è stata cancellata dagli accordi del gennaio scorso fra Stato e Conferenza episcopale l’esenzione dall’Iva. Infine, la Gran Bretagna; dove ovviamente la chiesa cattolica - vista la discriminazione sociale e politica di cui è stata vittima fino a non molto tempo fa - non può sperare in aiuti da parte dello Stato, e dove agisce come una «registered charity», come un’organizzazione caritativa, che può ricevere donazioni e gode delle esenzioni valide per tutte le altre attività benefiche, laiche o religiose che siano. La Chiesa cattolica viene di conseguenza sostenuta economicamente dai suoi fedeli, e dagli investimenti del «Catholic Trust for England and Wales».