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 2007  agosto 29 Mercoledì calendario

Questo significa che il potere-ombra oggi gestito dai militari attraverso il Consiglio di sicurezza nazionale, che tra il 1960 e il 1997 ha loro consentito di rovesciare quattro governi sgraditi, rischia di evaporare

Questo significa che il potere-ombra oggi gestito dai militari attraverso il Consiglio di sicurezza nazionale, che tra il 1960 e il 1997 ha loro consentito di rovesciare quattro governi sgraditi, rischia di evaporare. A meno che le gerarchie dell´esercito non tentino un quinto golpe, meno morbido di quello che dieci anni fa liquidò l´esecutivo dell´islamico Necmettin Erbakan. Ipotesi piuttosto avventurosa, almeno a breve termine, visto il consenso di cui godono Erdogan e Gül. Ma le rabbiose minacce del capo delle Forze armate turche, generale Yasar Büyükanit, contro l´"attacco dei centri del male, che stanno sistematicamente cercando di erodere la natura laica" dello Stato, testimoniano dell´insofferenza dei militari nei confronti di colui che, costituzionalmente, è da oggi il loro comandante supremo. Ma che è anche marito e padre di donne fieramente use ad esibire il velo in pubblico, a dispetto delle prescrizioni kemaliste sempre rispettate dai leader della Turchia post-ottomana. Il mutamento non è solo politico-istituzionale. Comporta serie conseguenze geopolitiche. Visibili da tempo, ma oggi macroscopiche. Erdogan ha incrinato l´asse strategico che ha legato la Turchia agli Stati Uniti e ad Israele. Agli americani ha inaspettatamente sbattuto la porta in faccia ai tempi dell´invasione dell´Iraq; con Gerusalemme i rapporti si sono alquanto raffreddati, soprattutto per le aperture di Ankara ad Hamas. Non resta molto dell´alleanza turco-israeliana sognata mezzo secolo fa da David Ben-Gurion e consolidata dopo il 1997, quando i due paesi collaboravano in ogni campo sull´impulso della comune avversione nei confronti degli arabi e dell´intesa con Washington. Certamente non piace né agli israeliani né agli americani (e nemmeno ai russi) la recente intesa energetica fra Ankara e Teheran, destinata a trasportare 35 miliardi di metri cubi di gas naturale iraniano (e turkmeno) verso la Turchia e di qui verso l´Europa – per tacere dei progetti turco-persiani di cooperazione nel settore idrico. E sembra ancora più lontano quel 3 ottobre 2005, quando Erdogan e il suo ministro degli Esteri Gül firmavano l´intesa con i partner europei per avviare i negoziati che avrebbero dovuto aprire alla Turchia le porte dell´Ue. All´epoca, la grandissima maggioranza dei turchi guardava con speranza e fiducia all´integrazione comunitaria, non imminente (si parlava della seconda metà del prossimo decennio) ma finalmente possibile. Un´operazione di lungo periodo che nelle intenzioni degli islamici moderati era la leva per cambiare il paese. Grazie al "vincolo esterno" – ossia alle condizioni poste dall´Ue per integrare Ankara – si sarebbe innescato un processo di modernizzazione sociale ed economica e di riforme istituzionali destinato a emarginare i militari, a recuperare spazio per i governi eletti dal popolo nei confronti delle burocrazie autoproclamatesi vestali della laicità. Oggi solo il 27% dei turchi risulta favorevole all´ingresso nell´Ue. Con qualche ritardo, quella grande nazione si è resa conto della persistente ostilità delle opinioni pubbliche europee e dell´ipocrisia di molti tra i loro leader. I quali concepiscono il defatigante negoziato con Ankara – ormai congelato o quasi - come un modo per spingerla a gettare la spugna. Ciò per due ragioni principali: i turchi sono musulmani e sono troppi. Per chi concepisce il nostro continente come spazio d´elezione del cristianesimo, l´ammissione al club di un paese islamico è la fine dell´Europa. Soprattutto se gli aspiranti soci sono 72 milioni, destinati a diventare in un paio di decenni – subito dopo l´eventuale battesimo comunitario – il più popoloso paese dell´Ue. Si può immaginare, ad esempio, un cancelliere tedesco che accetti di perdere a favore del collega turco il titolo di leader del maggiore paese (per abitanti) dell´Unione Europea, con tutte le conseguenze che la demografia comporta nella ripartizione del potere nei Palazzi comunitari? L´incrocio delle nuove tendenze politiche e geopolitiche produce interessanti paradossi. Politicamente, la Turchia sta diventando più democratica – con i politici che tendono a emanciparsi dalla morsa militare – e meno laica. Geopoliticamente, meno atlantica e più orientale. A esaltare il suo rango di crocevia strategico fra la ricostituenda area d´influenza russa in Europa sudorientale e in Asia centrale, il Medio Oriente arabo e persiano, e l´Unione Europea. Anche se Gül, più di Erdogan, non ha abdicato alle aspirazioni europee, cui ha dedicato il suo quadriennio da capo della diplomazia. Ma senza una sponda nelle cancellerie comunitarie – qualcosa forse si muove a Parigi - il sincero slancio degli islamici moderati e riformisti è condannato a fallire. I rapporti fra i turchi e noi tornerebbero molto indietro, per la maggior gioia dei nostalgici di Lepanto. E per la preoccupazione di chi laicamente guarda ai nostri interessi.