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 2007  agosto 28 Martedì calendario

DALL’INVIATA A OSAKA


I pizzini dei 100 metri arrivano via mail dal carcere Texarcana, Texas e spiegano come essere i più veloci al mondo. Tyson Gay e Veronica Campbell si sono allenati così, seguendo le tabelle di un carcerato e oggi sono le medaglie d’oro dello sprint, uomini scheggia.
Lance Brauman li ha tirati su bene e pensare che il giudice Belot, quando gli ha comunicato la sentenza, era disgustato: «Nove mesi in carcere e un altro di semilibertà oltre a una multa di 18.896 dollari. E aggiungo il severo rimprovero della giuria perché ha insegnato a dei ragazzi che barare è lecito». Ma due dei suoi ragazzi, ormai cresciuti, vanno in giro con la bandiera legata al collo, dicendo che grazie a lui sono più maturi, più diligenti e più tosti. Grazie a lui hanno vinto i 100 metri.
La giuria non ne esce benissimo anche se aveva ragione: non è una storia finita male. Brauman non è stato incastrato, ha preso soldi da programmi federali fingendo di allenare atleti che non gestiva, ha mentito per intascare parte delle borse di studio destinate agli studenti e ha raggirato genitori speranzosi chiedendo aiuti per lavorare meglio. Un arraffone che sa riconoscere il talento, i professionisti non devono per forza essere onesti. «Il coach» come lo chiamano i seguaci, stava in un giro losco, l’associazione a delinquere dei college. Non è finito dentro da solo, si è tirato dietro il preside e l’allenatore della squadra di basket. Ha scelto una difesa sobria, senza negare: «Servivano fondi per il mio lavoro, per continuare ad aiutare atleti come Tyson e Veronica. Ho solo usato la burocrazia». E poi è entrato in carcere, senza più un commento con l’uso di internet limitato, le telefonate contate e la tv da guardare solo con il permesso.
Ha passato gli ultimi giorni di libertà a scrivere e ha consegnato tre faldoni che i suoi pupilli tengono negli zaini sponsorizzati. Li hanno consumati, hanno spiegazzato ogni singola pagina, sottolineato i carichi e seguito gli aggiornamenti settimanali come fossero segni del destino. «E’ che lui sa sempre cosa facciamo, secondo me sa anche quando andiamo al campo in ritardo», lo ha detto ieri Veronica Campbell, dopo essersi buttata oltre il traguardo «come mi ha insegnato lui». Ha vinto al fotofinish.
Gay gli ha dedicato la vittoria su Powell, lo ha sentito al telefono dopo la semifinale. Per avere due minuti con lui, Brauman ha rinunciato alla chiamata quotidiana destinata alla moglie Kim. Gay ha chiesto: «Come sono andato coach?» e il coach ha risposto, «la prossima volta che ci sentiamo sarai campione del mondo».
La prossima volta non ci sarà più una guardia dall’altra parte del corridoio, Brauman esce giovedì, passa in una casa di detenzione a Orlando, Florida e lì non ci sono regole sulle comunicazioni. Sarà in regime di semilibertà e potrà godersi in diretta i 200 metri quelli di Gay e Wallace Spearmon, altro allievo della squadra Usa, e quelli della Campbell. Tutti tra i favoriti, ovviamente.
Uscirà da quel carcere come il nuovo guru della velocità, il padre dei 100 metri, e lo sdegno della giuria finirà con la pena. L’ha scontata e se la meritava, nemmeno i suoi ragazzi che lo adorano hanno mai detto il contrario. Lo avrebbero volentieri pagato sottobanco, se avessero potuto, pur di averlo come tecnico. Non insegnerà più e non ne sentirà la mancanza perché dopo due ori ai Mondiali potrà dedicarsi a raffinare il suo intuito e scovare future medaglie. Le mazzette arriveranno anche non richieste.
Gay e Campbell hanno vinto perché sono rimasti freddi e distaccati dentro il delirio che sale un attimo prima dello start, una lezione arrivata dal carcere. Il posto ideale da dove spiegare come si fa a fingere di essere altrove. Su una pista della California a spingere come dannati per dimostrare al tuo losco coach di valere il suo tempo. Anche quello contingentato della prigione. /

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