Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  agosto 28 Martedì calendario

I marajia dell’acciaio, i Mittal, che hanno appena annesso quanto resta degli altoforni d’Europa, sono stati i primi ad accorgersi che in Africa i tempi, almeno quelli estrattivi e minerari, stanno cambiando

I marajia dell’acciaio, i Mittal, che hanno appena annesso quanto resta degli altoforni d’Europa, sono stati i primi ad accorgersi che in Africa i tempi, almeno quelli estrattivi e minerari, stanno cambiando. La Liberia, con cui avevano siglato un accattivante accordo da un miliardo di dollari per il ferro, ha annunciato che intende rinegoziare il contratto, le antiche condizioni non sono più accettabili visto l’andamento dei mercati mondiali. Quindi è stata la volta della Tanzania, che è diventata uno dei maggiori produttori di oro in Africa e ha ritrovato le furie terzomondiste dei tempi di Nyerere. Il governo ha presentato un rapporto in cui accusa le compagnie di barare e esige che assumano le loro responsabilità verso le popolazioni locali. Traduzione: bisogna pagare di più, preparate i dollari aggiuntivi. Lo Zambia, che produce il 60% del rame estratto in Africa, ha annunciato l’aumento dei diritti per i nuovi contratti. Nessuno sconto per quelli antichi, occorre rinegoziare. Il Congo, l’autentico scrigno minerario dell’Africa australe, appena riagguantate le province orientali dove si praticava l’estrazione selvaggia, ha deciso di riscrivere completamente 60 contratti. La Guinea, che è il primo esportatore mondiale di bauxite, vuole essere ancor più radicale: rimetterà mano all’intero codice minerario. Anche il Ghana ha appena lanciato una «Iniziativa per la trasparenza nell’industria estrattiva». Nel Niger la francese Areva, primo gruppo al mondo nel nucleare, si cullava nelle beatitudini del monopolio. Adesso dovrà lottare: il governo vuole liste aperte per gli appalti a più imprese, per strappare contratti migliori e punire i francesi di avere rapporti peccaminosi con i ribelli Tuareg. Si affaccia anche nelle trattative una parola che le compagnie estrattive ascoltano con orrore: ecologia. Il Mali ha introdotto l’obbligo di procedere prima dell’estrazione a studi sull’impatto ambientale. Pressati da opinione pubblica e Ong, gli africani si sono accorti finalmente dei fiumi inquinati, dell’uso del mercurio, delle infrastrutture derelitte dopo la fine dell’estrazione. Nel Ghana Anglogod Ashanti e Gold Fields sono sotto accusa per i giacimenti d’oro di Obuasi e di Tarwa. Bisogna pagare i danni, investire in attrezzature e tecniche sicure. I costi crescono. Un guaio. L’Africa si è accorta che può far rendere molto di più le sue ricchezze minerarie, che finora ha tratto elemosine, che il terzomondismo può astutamente rivivere, stavolta battendosi a colpi di regole del mercato. Il continente possiede il 30% delle riserve minerarie mondiali; ma in molti settori le sue riserve sono largamente in testa. Il 98% del platino ad esempio si trova in Africa, l’81% del cromo, il 59% del manganese e del cobalto; per l’oro è al 40%, nei diamanti al 46. L’uranio, ormai strategico e preziosissimo, è ancora in gran parte da scavare. Le previsioni di crescita nell’estrazione a breve termine fanno luccicare gli occhi ai governi e agli investitori: per il rame si passerà dal 5 al 9% con la produzione in grande espansione in Congo e nello Zambia. Negli anni 80 questi Paesi erano per i re delle miniere terre di lussurie: legislazioni favorevolissime con vantaggi fiscali e esenzione dalle tasse, le bustarelle a élites corrotte aggiustavano allegramente i contratti. Erano i tempi della parola d’ordine, privatizzare le materie prime, che ha riempito i conti in banca dei dirigenti africani e dei loro clienti e ha confinato il continente nella miseria. Adesso gli interlocutori africani hanno facce aggressive, sono diventati esigenti, a volte esosi. Conoscono alla perfezione il corso dei mercati che hanno fatto segnare incrementi memorabili: il piombo in un anno è cresciuto di tre volte, nichel e argento del 30 e del 20%, l’oro prima di perdere velocità è salito del 38%. Le strategie degli africani si fanno ambiziose: impongono ormai l’obbligo di lavorare sul posto il minerale, ovvero costruire industrie. Il Senegal ha appena annunciato che l’investimento di 2,2 miliardi di dollari di Arcelor Mittal (sempre loro) per il giacimento di ferro di Falémé è legato alla trasformazione sul posto del minerale. Gli africani hanno scelto un momento perfetto per alzare la voce: grazie ai paesi emergenti in Asia, la richiesta di materie prime è bulimica. E se i grandi gruppi decidono di resistere, c’è la Cina pronta a entrare nel gioco: paga bene qualsiasi ricchezza del sottosuolo. I re delle miniere devono fare i conti anche con un’altra novità, i coriacei imprenditori africani. Il marocchino «OCP», che si occupa di estrazione di fosfati ed è il più grande gruppo minerario fuori del Sudafrica, ora investe in India e in Pakistan. E ha appena comprato una quota della belga Prayom. Sì, i tempi stanno davvero cambiando.