Martin Scorsese, la Repubblica 28/8/2007, 28 agosto 2007
Millenovecentosessantotto... tanto tempo fa. Quasi cinquant´anni. Ma quella sensazione che provai quando vidi L´avventura per la prima volta è sempre dentro di me, come fosse ieri
Millenovecentosessantotto... tanto tempo fa. Quasi cinquant´anni. Ma quella sensazione che provai quando vidi L´avventura per la prima volta è sempre dentro di me, come fosse ieri. Dov´è stato? All´Art Theater dell´Ottava strada? O forse al Beekman? Non saprei dirlo. Ma ricordo benissimo la carica che mi ha scosso da capo a piedi quando ho ascoltato per la prima volta il tema musicale d´apertura - quel pizzicato inquietante, staccato, come strappato alle corde, semplice e spoglio come il suono dei corni che annunciano il «tercio» nei combattimenti dei tori. E poi il film. Una crociera sul Mediterraneo, sole splendente, immagini in bianco e nero che riempiono lo schermo, mai viste prima e così diverse, precise nella composizione, ad accentuare, ad esprimere. Che cosa? Una forma stranissima di disagio. Con personaggi in un certo senso ricchi e belli, ma oserei dire brutti spiritualmente. Chi erano per me? E cosa sarei stato io per loro? Arrivano su un´isola. Si separano, si disperdono, prendono il sole, bisticciano. Poi, d´un tratto, la donna interpretata da Lea Massari, che sembrava la protagonista, scompare. Sparisce dalla vita degli altri personaggi e dallo stesso film. Un altro grande regista, più o meno nello stesso periodo, ha fatto qualcosa di quasi identico, ma in un tipo di film molto diverso. In "Psycho", Hitchcock ci racconta l´intera vicenda di Janet Leigh; mentre Antonioni non rivela mai la sorte del personaggio interpretato dalla Massari. annegata? precipitata dalle rocce? Ha snobbato la compagnia dei suoi amici per iniziare una nuova vita? Non siamo mai riusciti a scoprirlo. Frattanto però nel film l´attenzione si sposta su Claudia, l´amica di Anna, interpretata da Monica Vitti, e su Sandro, il suo ragazzo (Gabriele Ferzetti). I due incominciano a cercare Anna, e per un momento sembra che il film diventi una specie di giallo. Ma subito dopo la nostra attenzione si sposta dai meccanismi della ricerca al modo in cui si muove la cinepresa. Impossibile sapere dove sta andando, chi sta inseguendo o che cosa. E allo stesso modo si sposta l´attenzione dei personaggi, attratta dalla luce, dal caldo, dal senso dello spazio. Finché si sentono attratti l´un l´altro. Così il film diventa una storia d´amore. Che però a sua volta si dissolve. Antonioni ci rende consapevoli di qualcosa di molto strano e inquietante, che non si era mai visto prima in un film. I suoi personaggi fluttuano attraverso la vita, da un impulso all´altro, e alla fine ogni cosa si rivela come un pretesto. La ricerca di Anna era un pretesto per stare insieme, e lo stare insieme diventa un altro tipo di pretesto per dare una qualche forma alla loro vita, per attribuirle una sorta di significato. Più rivedevo L´avventura - e sono tornato a vederlo molte volte - più mi rendevo conto di come il linguaggio visivo di Antonioni si focalizza sui ritmi planetari: i ritmi visivi della luce e dell´oscurità, delle forme architettoniche, delle persone viste come figure in un paesaggio che appare sempre di una terrificante vastità. E poi le sue cadenze, come in sincronia col ritmo del tempo, con un procedere lento, inesorabile, che quietamente porta al superamento di quelli che sono - come alla fine ho scoperto - i problemi emotivi dei personaggi: la frustrazione di Sandro, l´automortificazione di Claudia; per sospingerli verso un´altra «avventura», e poi un´altra e un´altra ancora. Esattamente come quel tema d´apertura che è tutto un susseguirsi di punti culminanti e di dissolvenze. Ripetuti all´infinito. Mentre quasi tutti i film che ho avuto modo di vedere si dipanano con un moto ascensionale, L´avventura procede in senso inverso. Ai personaggi manca la volontà, o la capacità di acquisire una reale coscienza di sé. Quella che hanno è solo una parvenza di consapevolezza, dietro cui si dissimula la loro incostanza e apatia, puerili e al tempo stesso molto reali. E nella scena finale, così desolata, così eloquente - una delle sequenze più suggestive della storia del cinema - Antonioni realizza qualcosa di straordinario: il puro e semplice dolore di essere vivi. E il mistero. L´avventura mi ha dato uno shock profondo, più ancora di altri film straordinari come "Fino all´ultimo respiro" o "Hiroshima mon amour" (opere di due maestri della regia moderna, Jean-Luc Godard e Alain Resnais, entrambi tuttora viventi e attivi), o come "La dolce vita". In quel periodo si erano formati due partiti: da un lato i cultori di Fellini, dall´altro quelli de L´avventura. Quanto a me, ero un convinto sostenitore di Antonioni, ma se qualcuno me ne avesse chiesto il motivo probabilmente non sarei stato in grado di spiegarlo. Amavo Fellini e ammiravo "La dolce vita", ma L´avventura per me era una sfida. I film di Fellini mi hanno commosso e divertito, ma quelli di Antonioni hanno trasformato la mia percezione del cinema e del mondo intorno a me, come se l´uno e l´altro non avessero più limiti. (Due anni dopo ho però riscoperto Fellini con "Otto e mezzo", che mi ha dato lo stesso tipo di rivelazione). I tipi umani dei film di Antonioni, tanto simili a quelli dei romanzi di F. Scott Fitzgerald (uno dei suoi autori preferiti, come ho scoperto in seguito), non avrebbero potuto essere più estranei al mio modo di essere. Ma questo, in fin dei conti, non aveva importanza. Ero come elettrizzato da L´avventura e dalle opere successive di Antonioni; e non mi stancavo di rivederle, proprio perché da un punto di vista convenzionale erano irrisolte. Proponevano una serie di misteri - o piuttosto il mistero di chi siamo, di cosa siamo, l´uno per l´altro, per noi stessi e nel nostro rapporto col tempo. Si potrebbe dire che Antonioni guardava direttamente ai misteri dell´anima. Ecco perché non mi stancavo mai di ritornare sui suoi film: per riviverli sempre di nuovo, per ripercorrerli come in un pellegrinaggio. E continuo a farlo tuttora. come se con ciascuna delle sue creazioni avesse aperto nuove possibilità. Gli ultimi sette minuti de "L´eclissi" (il terzo film di una sorta di trilogia non codificata, dopo L´avventura e "La notte") sono anche più eloquenti e terrificanti del finale dell´opera precedente. Alain Delon e Monica Vitti si danno appuntamento, ma nessun dei due compare. Vediamo diverse cose - le linee di un attraversamento pedonale, un pezzo di legno che galleggia in un barile - e incominciamo a renderci conto che stiamo vedendo i luoghi dove sono stati, ma senza la loro presenza. Gradualmente, Antonioni ci mette a confronto col tempo e con lo spazio - niente di più, niente di meno. Si girano verso di noi e ci guardano diritto in faccia. Terrificante, e liberatorio. All´improvviso, le possibilità del cinema non hanno più limiti. Siamo stati tutti testimoni di miracoli nei successivi film di Antonioni, e anche in quelli, straordinari, che hanno preceduto L´avventura: come "La signora senza camelie", "Le amiche", "Il grido", o "Cronaca di un amore", che ho scoperto più tardi. Tante meraviglie - i paesaggi dipinti (letteralmente dipinti, molto prima del CGI) di "Il deserto rosso" e di "Blow-up"; e poi il giallo fotografico del suo film tardivo, che finisce per portarci sempre più lontano dalla verità: in quel finale che espande la mente, tanto vituperato al momento della sua uscita, la protagonista di "Zabriskie Point" immagina un´esplosione che fa cadere attraverso lo schermo i detriti del mondo occidentale, come in una cascata lentissima dai vividi colori (per me, Antonioni e Godard erano oltre tutto autentici, grandi pittori moderni); o l´ultima, straordinaria ripresa di "Professione: reporter", dove l´obiettivo si muove lentamente uscendo dalla finestra verso un cortile, e si distacca dal dramma di Jack Nicholson per entrare nel più vasto dramma del vento, del caldo, della luce, del mondo che si dipana nel tempo. Ho incontrato varie volte Antonioni nel corso degli anni. Una volta, dopo un periodo molto difficile della mia vita, abbiamo trascorso insieme il giorno del Ringraziamento, e in quell´occasione ho fatto del mio meglio per dirgli quanto ci tenessi ad averlo con noi. Più tardi, dopo la malattia che gli ha fatto perdere l´uso della parola, ho cercato di aiutarlo a far decollare il progetto di "The crew": una splendida sceneggiatura scritta con un suo abituale collaboratore, Mark Peploe, diversa da tutto ciò che aveva fatto prima. E mi spiace molto che non si sia mai realizzato. Ma assai meglio dell´autore ho conosciuto le sue immagini, che continuo a portarmi dentro, e che tuttora m´ispirano. Per espandere in me la percezione di ciò che significa vivere in questo mondo. (Copyright NYT-la Repubblica Traduzione di Elisabetta Horvat) 1968