Alessia Pirolo, Corriere della Sera 28/8/2007, 28 agosto 2007
PADOVA
Parenti e amici, petali di rosa e chicchi di riso, poesie d’amore. Gli ingredienti del «giorno più bello» c’erano tutti, il 3 febbraio, quando all’anagrafe di Padova Giorgio e Tommaso si sono dichiarati amore eterno e hanno firmato il primo certificato di «vincolo affettivo». E cioè la versione dei Pacs approvata dal consiglio comunale mentre il progetto di legge nazionale si arenava tra le polemiche.
Ma l’immagine da Spagna di Zapatero spostata al Nordest, nella Padova diventata capitale dei diritti gay e delle coppie di fatto, è stata cancellata dal Tar del Veneto. Quel primo «vincolo affettivo» celebrato in pompa magna, e le decine che sono seguite più in sordina, sono stati tutti annullati. Il motivo? Troppa «confusione » tra la nuova «famiglia anagrafica » e la «famiglia vera e propria».
Dimenticati i Pacs e archiviati pure i Dico, annacquati nella proposta di legge dei Contratti di unione solidale, tramonta ora anche la «via padovana» alle unioni civili, già celebrata come la prima possibilità di certificazione ufficiale per le famiglie «basate su vincoli affettivi e di convivenza». Era partito tutto da una mozione del consiglio comunale per portare al centro dell’attenzione la questione delle convivenze. Impossibilitata a stravolgere
IL CERTIFICATO
Tommaso e Giorgio, prima coppia a firmare il «vincolo affettivo»
le leggi nazionali, l’amministrazione del sindaco Flavio Zanonato aveva puntato su norme che già riconoscono la famiglia anagrafica. Il tutto si era tradotto in un semplice modulo diventato occasione per celebrazione di simil nozze, tra i brindisi dell’Arcigay e le proteste della Chiesa.
Il progetto aveva funzionato. Titoloni della stampa, anche nazionale, al debutto. E decine di coppie di fatto, soprattutto eterosessuali, che nei mesi successivi avevano approfittato del nuovo strumento. Ma presto due avvocati hanno deciso di opporsi ai sogni di Tommaso e Giorgio, di Stefano e Alice e delle altre coppie di conviventi padovani. Ivone Cacciavillani e Giovanni Ardini, difensori dell’«istituto del matrimonio», hanno fatto ricorso al Tar perché annullasse il provvedimento del sindaco e tutte le unioni celebrate finora.
I giudici, almeno in parte, hanno dato ragione ai due legali. Il modulo, in sé, prevede un’autocertificazione e nulla più, attuabile anche in qualunque altro comune italiano. Ma sul piano simbolico il certificato padovano si è spinto troppo oltre. E ha generato un «equivoco» che i giudici hanno voluto chiarire, con una lunga lista di precise norme cui fare riferimento. Dunque la modulistica va corretta perché «per effetto di ben evidenti errori ed omissioni in essa presenti e presumibilmente compiuti con intenzionalità, induce in effetti i terzi in quell’equivoco che il ricorrente pretende sia rimosso: ossia, la "confusione" tra famiglia nucleare e famiglia anagrafica fondata su vincoli affettivi ».
Tradotto, il matrimonio resta solo quello da Costituzione. Per convivenze gay o etero un’autocertificazione si può anche fare, ma non deve generare equivoci. Perdono così efficacia i certificati rilasciati finora. «Il nostro obiettivo – spiega l’assessore all’anagrafe Gaetano Sironone, in quota Sdi – era di porre il problema delle coppie di fatto a livello nazionale. Per questo la nostra iniziativa è stata comunque un successo».