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 2007  agosto 28 Martedì calendario

In un’intervista al Corriere del 14 agosto scorso Raffaele Bonanni ha posto con vigore la questione salariale; le retribuzioni italiane – dice il segretario generale della Cisl’ sono inferiori a quelle dei maggiori Paesi europei: vanno dunque aumentate

In un’intervista al Corriere del 14 agosto scorso Raffaele Bonanni ha posto con vigore la questione salariale; le retribuzioni italiane – dice il segretario generale della Cisl’ sono inferiori a quelle dei maggiori Paesi europei: vanno dunque aumentate. Già, ma come? In un’economia aperta e concorrenziale, quale vuol essere la nostra, lo spazio per la contesa marxiana tra salari e profitti c’è pur sempre, ma è assai limitato. Una prima indicazione Bonanni la dà: aumentare la produttività del lavoro. Una leva utilizzabile sono gli incentivi: si può aumentare la parte della retribuzione che varia in relazione ai risultati individuali, di gruppo, aziendali. Questa scelta può effettivamente consentire un aumento medio rilevante dei redditi dei lavoratori, non solo perché stimola l’impegno individuale e collettivo, ma anche perché riduce il contenuto assicurativo del contratto, quindi anche il «premio assicurativo » pagato dal lavoratore, in Italia più alto che altrove. Un contratto di lavoro dipendente funziona sempre, in qualche misura, come una polizza assicurativa, ponendo a carico dell’azienda il rischio che le cose vadano male; più è alta la «copertura», più è bassa la retribuzione, perché i lavoratori pagano all’impresa un «premio » implicito proporzionale alla copertura. L’entità non trascurabile del «premio assicurativo» pagato dai lavoratori italiani è stimata in uno studio recente della Banca d’Italia curato da Piero Cipollone e Anita Guelfi. Il problema è che mutare la struttura della retribuzione implica un modello di sindacato diverso da quello predominante da decenni in Italia. Il nostro modello tradizionale è quello di un sindacato che privilegia la sicurezza e l’uniformità del trattamento dei lavoratori sul piano nazionale, riducendo al minimo la parte della retribuzione suscettibile di variare in relazione al risultato: un sindacato interessato essenzialmente a garantire ai lavoratori dei «diritti », cioè dei trattamenti sui quali la performance individuale e collettiva non ha alcuna influenza. Il modello opposto è quello del sindacato che attribuisce maggiore spazio alla remunerazione dell’impegno individuale e alla «scommessa comune» tra lavoratori e imprenditore sull’innovazione: disposto quindi ad ampliare notevolmente la parte della retribuzione che varia in relazione ai risultati, sulla base di una valutazione positiva circa la qualità del management e del piano industriale, per dare ai propri rappresentati maggiori prospettive di guadagno. In altre parole, il primo è il sindacato che preferisce un contratto-polizza assicurativa ad alta copertura, dove la maggior sicurezza è pagata dai lavoratori con un minor livello di reddito; il secondo è il sindacato che si propone di guidare i lavoratori in una scommessa redditizia sulle capacità proprie e del management, anche al costo di una minor sicurezza e uniformità di trattamenti. Quale dei due modelli dia risultati complessivamente migliori per i lavoratori non si può dire in astratto. Ma i lavoratori avrebbero un forte interesse a poter confrontare i risultati conseguiti, in aziende diverse, con sistemi di relazioni sindacali, quindi di retribuzione, ispirati all’uno o all’altro modello; e a poter scegliere liberamente come proprio agente contrattuale, secondo le circostanze, il sindacato dell’un tipo o dell’altro. Invece proprio questa scelta oggi è impedita, in Italia, da un sistema incapace di selezionare l’agente contrattuale: un sistema nel quale, dunque, se i sindacati maggiori non sono tutti d’accordo, e non stipulano unitariamente il contratto, scelte incisive come quella di sperimentare una nuova struttura della retribuzione non si possono compiere.