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 2007  agosto 27 Lunedì calendario

Saint-Exupéry (1900-1944) fu in tutta la sua vita esigente, eccessivo e in fondo, forse giocosamente contraddittorio

Saint-Exupéry (1900-1944) fu in tutta la sua vita esigente, eccessivo e in fondo, forse giocosamente contraddittorio. In letteratura appartenne a una pattuglia di scrittori debuttanti tra le due guerre mondiali, Drieu La Rochelle, Malraux, Henry Michaux, Jean Prévost, André Gide, Charles du Bos, Ramon Fernandez. Ma appartenne anche a un´altra pattuglia, parallela, diversa, quella dei piloti, dei comandanti, dei meccanici. Nato col secolo, di sé diceva «io sono della mia infanzia, come si è di un paese» e non si vergognò di dichiararlo in tutti i modi. Antoine Marie Roger de Saint-Exupéry era nato a Lione, terzogenito del conte Jean de Saint-Exupéry, ispettore di assicurazioni, e di Marie de Fonscolombe, limosino dal lato paterno e provenzale da quello materno. Studiò come esterno al Collegio gesuita di Notre-Dame de Sainte-Croix; allievo discontinuo in profitto e in condotta, come discontinuo e irregolare, e anche po´ distratto, sarà da pilota. A dodici anni aveva scritto una poesia aeronautica di cui restano solo tre versi: Le ali fremevano sotto il soffio della sera / Il motore cullava l´anima addormentata / Il sole ci sfiorava con il suo pallido colore. Nel 1919 fu respinto all´esame orale di ammissione alla Scuola Navale; era stato ammesso a malapena, con un voto molto basso in lettere, sette su venti. Si iscrisse allora alla Scuola di Belle Arti, sezione Architettura, e nel frattempo faceva la comparsa al Théâtre du Châtelet. Due anni dopo prese servizio militare presso il II° reggimento d´aviazione a Strasburgo, addetto alle officine di riparazione. Più tardi dirà: «Un pistone è un pistone e una biella è una biella». Economizzando sul misero stipendio trovò il necessario per pagare le lezioni di pilotaggio tenute da un istruttore civile. Volò da solo, troppo presto, sull´aereo scuola: primo incidente, senza gravi conseguenze. Ottenne il brevetto di pilota civile a Rabat dove era stato inviato come allievo ufficiale, e nel 1922 quello di pilota militare a Istres, secondo incidente con frattura al cranio. Nel 1926 pubblicò un racconto breve, L´aviateur, prima versione di Corriere del Sud; entrò nell´aviazione francese e l´anno successivo assicurò i collegamenti postali tra Tolosa e Casablanca e tra Dakar e Casablanca, nel gruppo dei pionieri: Vacher, Mermoz, Estienne, Guillaumet. Nel 1929 è a Buenos Aires, direttore di gestione della "Aeroposta Argentina", dove ritrova i compagni della linea Francia-Marocco: Mermoz, Guillaumet e altri. L´anno dopo pubblica Vol de nuit, il suo capolavoro, il cui grande tema più che il volo è la responsabilità. Scrive: «Ciascuno è responsabile per tutti. Ciascuno è il solo responsabile. Ciascuno è il solo responsabile per tutti. Per la prima volta comprendo uno dei misteri della religione dalla quale è sorta la civiltà che rivendico come mia: "Portare i peccati degli uomini…". E ciascuno porta i peccati di tutti gli uomini». Quando André Gide presentò Vol de nuit al pubblico francese, disse: «Qui c´è una verità paradossale: la fortuna dell´uomo non è nella libertà, ma nell´accettazione di un dovere». Responsabilità e serietà. Nove anni dopo, in Terra degli uomini, osserva: «Esiste una qualità indefinibile, forse è la serietà, ma la parola non è soddisfacente, poiché questa qualità può accompagnarsi alla più sorridente gaiezza; è la stessa qualità del carpentiere che si pone da pari a pari di fronte al suo pezzo di legno». E anche appartenenza. Per lui il tema dell´appartenenza era un bisogno di essere con gli altri e per gli altri, parte di una squadriglia di amici e compagni, fossero letterati ai caffè di Saint-Germain o comandanti e tecnici con mani sporche di grasso nero negli hangar degli aeroplani in riparazione. La sua formula ricorrente era «essere per qualcuno», che non è poi grande impresa, ma comunque un piccolo dono e desiderio, qualcosa almeno che si può fare. Nel tempo questa sua idea attraverserà una sorta di filosofia dell´umanesimo in pieno Ventesimo secolo, l´uomo nella sua azione, un´etica del mettersi in gioco e del non sottrarsi mai. Che sarà poi il tema di La Cittadella, libro iniziato nel 1943 e interrotto per l´ultima missione di ricognizione di Saint-Ex con il P-38 Lightning, da cui non tornò mai più. Adorava i suoi compagni, Henry Guillaumet e Jean Mermoz, Guillaumet soprattutto, che aveva attraversato novantadue volte la Cordigliera delle Ande nella tratta Buenos Aires / Santiago del Cile per la Compagnie Générale Aéropostale. La volta successiva era partito come d´abitudine da Santiago con la posta per l´Europa, ma trovò la Transandina, rotta abituale, completamente ostruita da una violenta tempesta di vento. Tentò lo stesso di passare ma trovò nuvole a otto, novemila metri di quota e una tempesta di neve che appesantiva l´aereo. Provò a scendere a tremila metri, tra le montagne, ma senza più carburante fu obbligato a un atterraggio d´emergenza che si risolse in un cappottaggio. A testa in giù, appeso alle cinture si lasciò cadere. Si riparò la prima notte nelle Ande, e poi altre sette notti e giorni. Alla fine cominciò a scendere tra i ghiacci in cerca di un segno di vita, e perché, anche se morto, voleva che il suo cadavere fosse ben in vista per assicurare la pensione a sua moglie. Quando arrivò a valle e fu portato al commissariato di polizia, nessuno credeva fosse ancora vivo. In tutti quei giorni tra le rocce pensava alla preoccupazione dei suoi compagni, e sapeva bene che non potevano fare passaggi bassi tra le rocce, e il meteo era proibitivo. Poco dopo passò un aereo a bassa quota, e Guillaumet disse: « il mio amico Antoine de Saint-Exupéry che mi viene a prendere con i meccanici». Il ritrovarsi fu una grande festa. Quando Guillaumet morì molti anni dopo nel Mediterraneo, Saint-Exupéry scrisse: «Io sono di Guillaumet». Diceva spesso: «Quando devo prendere una decisione importante, mi chiedo: cosa farebbe Guillaumet?». Di lui scrisse ancora: «Il coraggio di Guillaumet, prima di tutto, è conseguenza della sua rettitudine». Perché il coraggio da solo non è nulla. «Ho anche capito, cosa che mi aveva stupito sempre, perché Platone (o Aristotele?) pone all´ultimo posto tra le virtù il coraggio - osservò ancora in Terra degli uomini -. Perché non è fatto di gran buoni sentimenti […], non ammirerò mai più un uomo che sia soltanto coraggioso». Compagni che erano anche figure di narrazione, innanzitutto Didier Raudat, primo comandante e caposcalo a Cap Juby, personaggio centrale di Vol de nuit con il nome di Rivière, il vero eroe che non vola ma ha «l´oscuro sentimento di un dovere più grande di quello d´amare», cioè rendere eterni gli uomini che ama. Eternità illusoria o no? La risposta è d´ordine religioso - anche se si tratta soltanto di una «religione dell´uomo». L´atteggiamento di Rivière è esistenziale, pascaliano, ciò che accosta Volo di Notte a La via regale di Malraux. Nel libro, Rivière dichiara a un suo sottoposto: «Vede, Robinau, nella vita non esistono soluzioni. Esistono forze in cammino: bisogna crearle e le soluzioni seguono». E ancora: «Forse il fine non giustifica nulla, ma l´azione libera dalla morte». In Lettera a un ostaggio, del 1943, lo stesso anno in cui uscirà Il piccolo principe, Saint-Exupéry ritorna sul tema: «Qualunque sia l´urgenza, ci è vietato dimenticare la vocazione che deve comandarla, senza la quale l´azione resterà sterile. Vogliamo fondare il rispetto dell´uomo». Azione di responsabilità, che col tempo sarà la responsabilità-libertà di quelli che hanno scelto la «Linea», la linea aerea, «come gli altri scelgono il monastero», è una «mistica della Linea». Fine primario il trasporto della posta. Più tardi, il fine sarà la ricognizione come pilota da guerra nella squadriglia II/33, per il suo ultimo comandante, René Gavoille. Fece di tutto per essere rimesso nella sua squadriglia, con il P-38 Lightning, il caccia più potente dell´epoca, ma armato solo di macchine fotografiche. Del ritorno alla sua squadriglia scrive: «Torno a casa mia. Il gruppo II/33 è casa mia. E quelli di casa mia io li capisco, non posso sbagliarmi». Sono gli ultimi mesi di vita di Saint-Ex, basato prima ad Alghero e poi a Bastia in Corsica. Da lì, la mattina del 31 luglio 1944, partì per una missione inutile e che non era la sua, decollò per una ricognizione sulla Savoia, e non tornò mai più. Dopo la sua scomparsa, i primi a ricostruirne le imprese e la vita furono i compagni di volo, i suoi «camerati». Nell´arco di dieci anni, dal 1974 al 1984, la più prestigiosa rivista aeronautica francese, Icare, pubblicò in sette volumi tutto Saint-Exupéry, recuperando lettere, disegni, fotografie, taccuini, la vita e la morte di Saint-Ex. Ho parlato molte volte con René Gavoille. E ancora negli anni Novanta i suoi vecchi compagni si riunivano un giorno al Senato di Francia per ricordare un grande uomo, un grande aviatore, un grande scrittore. Una volta venni invitato a una delle loro riunioni, e fu per me una vera emozione.