Edmondo Berselli, la Repubblica 27/8/2007, 27 agosto 2007
«...il leader del Carroccio è riuscito per anni a condizionare tutti gli equilibri politici, e anche l´atteggiamento dell´opinione pubblica, facendo intendere che al momento buono, nel caso di un trauma politico o economico grave, tutto il grande Nord si sarebbe schierato come un sol uomo dietro le insegne della Lega, accettando e sostenendo la secessione come un destino fisiologico e inevitabile
«...il leader del Carroccio è riuscito per anni a condizionare tutti gli equilibri politici, e anche l´atteggiamento dell´opinione pubblica, facendo intendere che al momento buono, nel caso di un trauma politico o economico grave, tutto il grande Nord si sarebbe schierato come un sol uomo dietro le insegne della Lega, accettando e sostenendo la secessione come un destino fisiologico e inevitabile. Si tratta di un pensiero popperianamente non falsificabile, quindi né vero né falso, visto che sulle ipotesi non si costruiscono progetti realistici. Eppure Bossi ha sempre brandito il suo schema indimostrabile come una verità assoluta. Non si è fatto scoraggiare nemmeno dai fallimenti, come avvenne con la marcia sul Po di metà settembre 1996, o con la carnevalata delle elezioni "padane" nei gazebo. Si è divertito con i riti «celtici», pagani o panteisti, delle ampolle con l´acqua del Po raccolta alle sorgenti del Monviso, e con il disperso parlamento di Mantova e l´autocostituito governo della Padania, a cui è seguita «la dichiarazione di indipendenza» a Venezia, con i «ministri» in completo blu, sempre agitando il fantasma del «popolo», o ancora meglio dei «popoli» del Nord. In compenso, se l´egemonia sulla società settentrionale risulta soltanto virtuale, è invece molto sostanziale la seconda risorsa politica di Bossi, cioè il ruolo della Lega come elemento decisivo nella formazione delle alleanze e delle maggioranze politiche. I politologi lo chiamano potere di coalizione: è la condizione invidiabile che consente a un partito di esercitare veti e ricatti nei confronti delle altre forze politiche, in forza della propria insostituibilità. La storia insegna: Bossi silura l´accordo sottoscritto da Roberto Maroni con Segni e Martinazzoli nel 1994, condannando il Patto per l´Italia a una sconfitta anonima, con sei milioni di voti sacrificati sull´altare del sistema maggioritario; si allea nelle regioni del Nord con Forza Italia e diventa l´elemento fondamentale, anzi cruciale, del primo governo Berlusconi. Bossi è convinto, di solito a ragione, che senza la Lega il centrodestra non può vincere le elezioni. Ritira la fiducia al governo Berlusconi, a «Berluscaz, Berluskaiser», urla «con la porcilaia fascista mai!», appiccica Pier Ferdinando Casini all´etichetta di «carognitt de l´oratori» e per la destra diventa immediatamente il «traditore», «il ladro di voti», l´orrendo ribaltonista, disonesto e voltagabbana. Ribattezzatosi Braveheart, eroe solitario e di popolo, sconfitto e moralmente vincitore, si nega all´alleanza con il Polo, e nell´incerta qualità di «costola della sinistra» che gli ha attribuito Massimo D´Alema, Bossi nel 1996 consegna la vittoria elettorale al centrosinistra. Ma nel 2001 ritorna nella Casa delle libertà, e regala il successo a Berlusconi, ripristinando «l´Asse del Nord» con il vecchio amico-nemico. Non raggiunge la soglia di sbarramento del 4 per cento, ma che importa: il super-tattico Berlusconi gli ha concesso preventivamente un numero elevato di seggi sicuri, e la Lega mantiene il suo potere di incursione e di scorribanda. Ciò che può stupire è che una figura così rocambolesca, poeta dialettale, medico mancato, elettrotecnico per corrispondenza, sia riuscito a scuotere l´Italia dalle fondamenta...» (Edmondo Berselli)