La Repubblica 23/08/2007, Luca e Francesco Cavalli Sforza, 23 agosto 2007
Come sono fatte le idee. La Repubblica 23 agosto 2007. In Inghilterra, si sa, la guida è a sinistra, anziché a destra come nel resto d´Europa
Come sono fatte le idee. La Repubblica 23 agosto 2007. In Inghilterra, si sa, la guida è a sinistra, anziché a destra come nel resto d´Europa. Si dice che questo costume si sia tramandato dai tempi in cui si viaggiava a piedi o a cavallo: non si poteva sapere chi si sarebbe incontrato per strada, e nel dubbio ci si teneva pronti a incrociare, in caso di bisogno, la spada. Si sa che gli inglesi amano conservare le antiche tradizioni, ed è probabile che le cose siano andate proprio così. Per noi italiani, o europei "continentali", come gli inglesi amano definirci, guidare in Gran Bretagna o nei paesi dell´ex impero inglese, come l´India, richiede un piccolo aggiustamento delle nostre abitudini, o meglio di quel flusso di pensieri che ci permette di mantenerci in carreggiata evitando incidenti, quando siamo al volante. In fondo, come usa dire, "è lo stesso, soltanto che è al contrario". Ma a molti sarà capitato, in un momento di distrazione, di trovarsi improvvisamente, e paurosamente, a procedere contromano. Quando insegniamo a un bambino a traversare la strada, gli spieghiamo che deve guardare prima a sinistra e poi a destra (in Italia; in Inghilterra naturalmente gli si dice il contrario). All´inizio, il bambino potrà restare perplesso: perché questa prescrizione astrusa? le macchine vengono da tutte le parti; è ovvio che per traversare la strada bisogna guardare dappertutto. Poi, piano piano, la logica di questa prescrizione si farà strada nel suo cervello, fino a trasformarsi in una sorta di automatismo psichico, che lo aiuterà a sopravvivere al traffico cittadino. Un automatismo che dovrà imparare a rovesciare se vorrà sopravvivere, una volta cresciuto, ad una visita in Inghilterra. Che si tratti di imparare a guidare su un lato o su un altro, o a guardare prima da una parte e poi da un´altra della strada, o di una qualsiasi delle centomila cose in cui veniamo istruiti vivendo, ciò che accade quando impariamo è che un´idea, una nozione, un´informazione presente nella mente di chi insegna si trasferisce nella mente di chi apprende: crea, insomma, una copia di se stessa, che continuerà ad esistere nella mente di chi impara anche quando chi insegna non è più presente. Di cosa sono fatte le nostre idee? non lo sappiamo, o meglio non lo sappiamo ancora bene, perché è chiaro che deve trattarsi di associazioni fra le cellule del sistema nervoso, i neuroni. Non si parla di un pugno di cellule: ciascuno di noi dispone di cento miliardi di neuroni, e ciascuno di questi è connesso in media con mille altri neuroni, per un totale di centomila miliardi di connessioni, un numero mille volte superiore a quello delle stelle nella nostra galassia. Non dovremmo correre il rischio di restare a corto di idee! Gli esseri viventi si riproducono perché il DNA forma copie di se stesso, quando trova le condizioni adatte all´interno della cellula. In modo analogo, anche le idee riproducono se stesse, quando trovano condizioni adatte all´interno di un altro cervello: semplicemente, si trasferiscono da un cervello a un altro. Come il genitore può trasmettere al figlio il proprio patrimonio biologico, così un individuo può trasferire a un altro il suo patrimonio di conoscenze, convinzioni, consuetudini: in una parola, la sua cultura, se con questo termine intendiamo tutto ciò che una persona può imparare e trasmettere a un´altra, quindi in generale ogni comportamento, informazione, creazione, credenza o attività umana. L´esistenza dei geni, che sono le unità minime del patrimonio biologico, è stata individuata quasi cent´anni prima che si scoprisse la loro natura chimica. Sappiamo da sempre che esistono le idee: possiamo sperare che in questo secolo la ricerca neurobiologica ci illumini sulla loro natura. Forse si scoprirà che non sono, almeno non solo, un fatto chimico, come i geni, ma un fatto fisico. Forse ci renderemo anche conto che la nostra cultura è immensamente più complessa della nostra biologia: in fondo, un genoma umano si compone di poco più di tre miliardi di nucleotidi. Come i geni, anche le idee possono cambiare nel corso del tempo. Un´idea nuova può affiancare e poi sostituire un´idea precedente. Tutta la storia del pensiero umano è lì a dimostrarlo. Mentre le mutazioni biologiche, però, sono un fenomeno del tutto casuale, le idee nuove nascono di solito intenzionalmente, e in genere con l´obiettivo di risolvere un preciso problema pratico. Sono strumenti di sopravvivenza e di adattamento: non diversamente, in questo, dai geni. C´è poi un´altra differenza fondamentale. I geni possono essere trasmessi solo da genitori a figli, cioè in verticale (salvo eccezioni, specie nei batteri), per cui una novità può presentarsi solo al cambio di generazione. Di conseguenza, l´evoluzione biologica è lentissima. Anche le idee, e quindi la cultura in generale, vengono trasmesse in verticale, da genitori a figli, e passando di generazione in generazione si conservano per lunghi periodi di tempo senza subire mutamenti di rilievo, tanto che troviamo in popoli di tutto il mondo usanze, costumi, rituali che proseguono inalterati per secoli e millenni, anche quando più nessuno ne ricorda il senso. Le idee e la cultura, però, possono trasmettersi anche in orizzontale, cioè all´interno di una stessa generazione, e questo moltiplica la loro velocità di diffusione. Oggi, con le informazioni che viaggiano in tempo reale sulle reti informatiche che avvolgono il pianeta, è facile rendersene conto: basti pensare alla rapidissima diffusione di un´invenzione degli ultimi anni, il telefono cellulare. Ma anche in passato era così: la stampa a caratteri mobili, inventata in Germania a metà del Quattrocento, con la fine del secolo era già presente in tutta Europa. Tremila anni fa, vediamo l´alfabeto fonetico raggiungere in pochi secoli tutte le sponde del Mediterraneo. Ventimila anni fa, l´arco e le frecce si propagano in pochi millenni. Sono tempi brevi rispetto a quelli del cambiamento biologico. Se la trasmissione verticale di idee e costumi è molto conservatrice, la trasmissione orizzontale può portare cambiamenti anche rapidissimi, ma solo nei casi in cui si diffonde da un unico trasmittente a molti riceventi, e quando il centro di trasmissione gode di particolare autorità o prestigio. Così, le decisioni dei sovrani del passato raggiungevano tutti i sudditi, come le leggi promulgate oggi dall´autorità centrale valgono per ogni cittadino; i pronunciamenti dei capi religiosi influiscono su milioni di fedeli; una nuova moda o canzonetta può diffondersi con velocità fulminea a un´intera nazione o continente; una barzelletta spiritosa si propaga in onde concentriche, come una malattia infettiva in un´epidemia. Quando, all´opposto, si verifica una trasmissione concertata da molti verso uno solo, la trasmissione della cultura è estremamente conservatrice e rafforza tradizioni e norme acquisite: così i genitori e gli insegnanti trasmettono ai ragazzi le norme del vivere civile; la società impone all´immigrato le proprie leggi; l´esercito le proprie regole alla recluta; la mafia ai suoi associati. In generale, il gruppo umano prescrive in questo modo ai suoi membri i modelli di comportamento collettivamente riconosciuti e accettati. Un padre e una madre possono trasmettere i loro geni a più figli, ma si tratterà sempre di uno stesso patrimonio biologico. Un figlio, per la sua parte, può ricevere solo una copia del genoma di due genitori. Anche nella trasmissione culturale i genitori sono i primi maestri, ma presto intervengono parecchi altri emittenti: insegnanti, coetanei (fratelli, amici, compagni di scuola), e tutti i mezzi di comunicazione oggi disponibili. A nostra volta, possiamo comunicare le nostre scoperte e intuizioni a un numero virtualmente elevatissimo di persone, anche a chi non parla la stessa lingua. La circolazione delle idee e la disponibilità di informazioni, conoscenze, tecnologie, divengono un fenomeno di portata gigantesca. Si crea una grande varietà di atteggiamenti. La cultura batte sul tempo la natura, e il cambiamento culturale rende possibile in poche generazioni modifiche che in natura richiederebbero un numero enorme di generazioni, o non sarebbero possibili. così che la cultura si è andata affermando, nel corso della storia, come lo strumento più potente a disposizione dell´umanità: ha permesso non solo un eccellente adattamento all´ambiente naturale, nelle mille forme praticate dalle diverse culture, ma ha consentito di modificare la natura stessa. sufficiente uno sguardo dall´alto al nostro pianeta per rendersi conto della portata dell´intervento umano sulla superficie terrestre. L´allungamento della vita media e gli oltre sei miliardi di persone che vivono sulla Terra, sia pure nelle più miserabili condizioni, ne sono la più evidente testimonianza. Se le idee sono il DNA della cultura, la comunicazione è il meccanismo che permette di riprodurle. Nella trasmissione della cultura ritroviamo, con alcune modifiche, gli stessi fattori di evoluzione che agiscono in biologia: la mutazione (idee e invenzioni nuove); la selezione, che qui naturalmente è selezione culturale (la comunità umana decide quali idee promuovere e quali rifiutare); il drift, per cui quelle manifestazioni culturali che non hanno un forte valore adattativo fluttuano in modo casuale di generazione in generazione nei diversi luoghi (così varia la pronuncia di una stessa lingua nelle varie regioni dove la si parla); la migrazione, che fa sì che credenze, lingue, tradizioni, stili di vita siano introdotte nei luoghi raggiunti dai migranti. Dell´evoluzione culturale si può dire, come dell´evoluzione biologica, che porta aumento di varietà, differenziazione e trasformazione, e in generale migliora la capacità di interagire con l´ambiente. Anche se la cultura è spesso in grado di esercitare vere e proprie forme di controllo sulla natura, come quando una terapia medica salva una persona altrimenti condannata a morire, è però pur sempre la selezione naturale, alla fine, a decidere del futuro delle nostre innovazioni. Così, per esempio, benché le nostre tecnologie ci permettano di produrre una straordinaria quantità di cibo, e benché il numero degli esseri umani sia cresciuto di un milione di volte in centomila anni, rimane comunque vero che nessuna popolazione può crescere al di là delle dimensioni consentite dal suo ambiente di vita: quando questo accade, entrano in opera meccanismi retroattivi di controllo, che per l´umanità si chiamano carestie, epidemie, guerre, come ogni giorno abbiamo modo di osservare. Per quanto approfondite e potenti, le conoscenze e le tecnologie sviluppate nel corso di tante generazioni non forniscono alcune garanzia che le scelte via via compiute dalla collettività umana siano le più opportune per il futuro della specie: questo è molto evidente oggi, nel progressivo degrado dell´ambiente naturale da cui dipende la qualità delle nostre vite e la nostra stessa esistenza. Pure, la competenza collettiva che si è andata accumulando nel tempo fornisce tutti gli strumenti necessari per fare fronte alle sfide dell´oggi, se li si vorranno usare con saggezza, e l´era elettronica rende ormai possibile la trasmissione da molti verso molti, una novità assoluta nella storia umana. una comunicazione fondamentalmente bidirezionale, dove ciascuno può essere al tempo stesso emittente e ricevente. Forse la migliore speranza per il nostro futuro è che sia questa modalità originale di scambio e confronto a permettere alle intelligenze individuali di coalizzarsi e a mobilitare le risorse dei singoli, scavalcando gerarchie consolidate, generando modelli di sviluppo praticabili e indirizzando in modo consapevole l´evoluzione delle società umane. (9 - continua) LUCA E FRANCESCO CAVALLI-SFORZA