Alberto Pezzotta, Corriere della Sera 26/8/2007, 26 agosto 2007
«Che cosa mi ha spinto verso il western? La fame!». Dopo i film di Lattuada, Maselli e Visconti, per Tomas Milian nel 1966 arrivò l’ora dello spaghetti-western
«Che cosa mi ha spinto verso il western? La fame!». Dopo i film di Lattuada, Maselli e Visconti, per Tomas Milian nel 1966 arrivò l’ora dello spaghetti-western. Molti storsero il naso; ma oggi i suoi film sono tra quelli celebrati dalla retrospettiva di Venezia 2007 sul western all’italiana, a cura di Marco Giusti e Manlio Gomarasca. Per Milian, che ora vive a Miami e sta finendo con Gomarasca l’autobiografia «Monnezza amore mio», il western non fu però sinonimo di disimpegno. Anzi. «Sapevo che era un genere molto popolare, e io volevo arrivare al popolo e non all’intellettuale. Intellettuali semmai erano gli sceneggiatori e i registi». «Tepepa (diretto da Giulio Petroni nel 1969 e in programma al Lido il 5 settembre, ndr), che aveva un copione-capolavoro scritto da Franco Solinas e Ivan Della Mea, è un film molto politico. E interpretando questo personaggio larger than life, ho capito davvero il significato dell’essere comunista. Tre anni prima mi ero comprato un appezzamento proprio dove stavamo girando, in Almeria, e sentivo che possedendo quel terreno non potevo essere fedele all’ideologia del mio personaggio, che lottava per la libertà del suo popolo... così l’ho venduto. Oggi sono felice di aver conquistato, dopo tanta fatica, sudore e lacrime, il diploma di uomo comune». Il suo Cuchillo, il sottoproletario di «La resa dei conti» e «Corri uomo corri» di Sollima, è stato definito da Tarantino il primo vero eroe del Terzo Mondo. «Ne sono molto onorato. In effetti lì dentro c’era già l’idea che avrei poi sviluppato nel personaggio di Monnezza. Era una cosa istintiva, non calcolata. Da quando lasciai le mie origini di alta borghesia a Cuba per diventare interprete – e bada, non dico «attore», ma «interprete» ”, ho cercato di provare sulla mia pelle tutto quello che capita ad un uomo comune. I miei personaggi uscivano dalle esperienze che ho vissuto in prima persona». C’è un regista di western che ricorda in particolare? «Sergio Corbucci, era una goduria lavorarci assieme. Con lui ho fatto tre film, tra cui «La banda di J&S»: una sorta di Bonnie & Clyde all’italiana. Aveva il suo caratteraccio, però anch’io ce l’avevo! Ma sentivo che sotto sotto lo divertivo moltissimo, e il fatto che lo facessi ridere mi spronava a inventarmi situazioni comiche. Mi stimava molto, e con lui in Almeria ho passato veramente il periodo più bello della mia vita». Perché oggi si rivalutano i western italiani? «Perché erano fatti per l’uomo comune, ma con tematiche subliminali che scavavano nel sociale. All’epoca certi intellettuali facevano gli snob e non andavano a vederli perché li consideravano film minori. Ma sono proprio questi film «minori» ad avere resistito alla prova del tempo».