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 2007  agosto 26 Domenica calendario

C’è un numero, nei conti dell’Eni, che rivela quanto ormai pesino le nuove sette sorelle, come il Financial Times chiama la Saudi Aramco, la russa Gazprom, la venezuelana Pdvsa, l’iraniana Nioc, la cinese Cnpc, la brasiliana Petrobras e la malese Petronas, tutte grandi compagnie nazionali a proprietà statale

C’è un numero, nei conti dell’Eni, che rivela quanto ormai pesino le nuove sette sorelle, come il Financial Times chiama la Saudi Aramco, la russa Gazprom, la venezuelana Pdvsa, l’iraniana Nioc, la cinese Cnpc, la brasiliana Petrobras e la malese Petronas, tutte grandi compagnie nazionali a proprietà statale. Il numero è quello delle riserve accertate di olio e gas: nel 2006 queste riserve sono scese da 6,8 a 6,4 miliardi di barili e barili equivalenti. La tendenza al calo dura dal 2003, quando l’Eni raggiunse il picco di 7,2 miliardi. La flessione delle riserve deriva dagli accordi di condivisione della produzione fatti dall’Eni con le compagnie nazionali dei Paesi produttori, i cosiddetti product sharing agreement. In base a questi accordi, dato un certo prezzo di riferimento contrattuale, la quota di produzione di competenza della compagnia internazionale, qual è l’Eni, varia in misura inversamente proporzionale al variare del prezzo del petrolio. L’aumento del prezzo, per effetto di altre clausole, può accelerare il rientro dell’investimento sostenuto per sviluppare i nuovi campi, e questo è bene data la rischiosità dei luoghi. Ma favorisce anche in modo più che proporzionale le compagnie nazionali che possono onorare i loro impegni assegnando ai partner un numero decrescente di barili ed esaltando, al tempo stesso, le proprie opportunità di profitto e la propria forza patrimoniale, basata su riserve ormai triple rispetto a quelle delle vecchie sette sorelle di matteiana memoria. Non è un caso se la produzione dell’Eni di Paolo Scaroni è «ferma» a 1 milione e 735 mila barili rispetto al milione e 714 mila di due anni fa: l’aumento del prezzo del petrolio fa «mancare » 60 mila barili.
Vedremo in autunno, quando saranno rese note le stime ufficiali, quale sarà l’impatto delle acquisizioni del primo semestre in America, Africa e Russia su produzione e riserve dell’Eni. Ma intanto va detto che anche il cane a sei zampe sta cambiando natura: da padrone del business, certo con rapporti assai meno imperialistici con i Paesi produttori di quelli delle vecchie sette sorelle, sta diventando un pregiatissimo fornitore di servizi di esplorazione, impianto e coltivazione dei campi di olio e gas. Lavora con Gazprom come Pininfarina con la Fiat, con la differenza che è pagato in natura. Che ne pensa l’azionista Stato? I governi italiani – di qualsiasi colore – non hanno mai pensato, nemmeno per un minuto, di cedere il controllo dell’Eni. Un po’ perché, senza il Tesoro o chi per esso al 30%, l’Eni sarebbe scalato il giorno dopo e l’Italia perderebbe uno strumento di politica estera. E un po’ perché i dividendi, che l’Eni versa in misura nettamente superiore alla media del settore, sono più consistenti del risparmio di interessi passivi sul debito pubblico cancellabile con gli introiti della privatizzazione. In vista del rinnovo delle cariche nella primavera del 2008, il governo farà bene a non esaltarsi per i profitti di un’impresa i cui margini salgono o scendono di 300 milioni di euro per ogni dollaro di variazione del prezzo del Brent a parità di cambio. Farà forse meglio a ragionare sul perché la Borsa valuti comunque a sconto questa che è la prima azienda italiana. Un po’ di rischio Paese? Probabile. Ma pesa anche la struttura di un gruppo che è ancora quella disegnata da Mattei. Il centrosinistra sostenne Vittorio Mincato che era pronto a uscire, se ben pagato, dai business regolati (Italgas, Snam) per concentrarsi su quelli a maggior rischio e maggior ritorno come le major. Scaroni, che la pensa in modo opposto, riceve l’applauso di Rifondazione comunista. Che opinione ne ha Prodi? E Veltroni?
(con la consulenza tecnica di Miraquota)