Francesco Giavazzi, Corriere della Sera 26/8/2007, 26 agosto 2007
Le critiche che la sinistra rivolge al governo sono state esposte con grande chiarezza nel bell’articolo («Note per il Presidente ») che Rossana Rossanda ha scritto sul manifesto il 4 agosto, ponendo l’accento sul nodo centrale del confronto politico
Le critiche che la sinistra rivolge al governo sono state esposte con grande chiarezza nel bell’articolo («Note per il Presidente ») che Rossana Rossanda ha scritto sul manifesto il 4 agosto, ponendo l’accento sul nodo centrale del confronto politico. Queste critiche sono in gran parte condivisibili. L’autrice scrive che Romano Prodi « ha fatto troppo poco per la parte socialmente più debole del Paese, quelli che cercano di vivere del proprio lavoro, quelli che devono vivere solo della pensione, quelli che in varia misura sono impoveriti o marginalizzati, e che tutti hanno votato per il Suo governo sperandone una sorte migliore ». L’aumento delle pensioni minime, deciso dal governo all’inizio dell’estate, è sì concentrato a favore della metà meno ricca degli italiani, ma a beneficiarne maggiormente non saranno le famiglie più povere – quelle del primo decile della distribuzione del reddito, cioè il 10% più povero – ma, come mostra Massimo Baldini sul sito lavoce.info, quelle dei decili immediatamente successivi, il secondo e il terzo. In altre parole: l’aumento delle pensioni minime ha favorito solo in piccola parte i veri poveri, cioè le famiglie degli otto milioni di pensionati che non arrivano a 750 euro al mese, l’80% dei quali non raggiunge neppure i 500 euro. La quota principale dei soldi stanziati andrà alle famiglie dei lavoratori tipicamente iscritti ai sindacati, gli stessi che hanno beneficiato più di altri dell’abbassamento, da 60 a 58 anni, dell’età minima per andare in pensione con 35 anni di contributi. Famiglie certo non ricche, ma neppure tra le più povere del Paese. Per decidere come distribuire l’aumento delle pensioni il governo ha guardato solo alla pensione anziché ad altre fonti di reddito della famiglia; non si è quindi potuto evitare che aumenti andassero anche a famiglie in cui una pensione è bassa, ma nelle quali il reddito complessivo è relativamente alto. Circa il 25% dei fondi stanziati andrà a famiglie appartenenti ai cinque decili di reddito più alti. Lo stesso era accaduto con le riforme dell’Irpef e degli assegni familiari, attuate con la legge Finanziaria dello scorso anno; esse pure andate a vantaggio dei redditi medio-bassi, ma non dei più bassi in assoluto. Anche l’abbassamento dell’età minima per andare in pensione è stato pagato dai meno fortunati. Nel prossimo decennio costerà circa 10 miliardi di euro. Di questi, quasi la metà verranno da un aumento dei contributi (fino a 3 punti di aliquota in più) dei parasubordinati, cioè tassando i «precari», che sono i lavoratori meno protetti. A pensarci bene questi effetti non sono sorprendenti: al tavolo delle trattative sul welfare sedevano i sindacati, non rappresentanti dei poveri, né dei giovani precari. Rossana Rossanda ha quindi ragione quando lamenta che il governo fa troppo poco per la parte socialmente più debole del Paese e quando avverte Prodi: « La destra è abile nel populismo e aspetta solo di fare strame dei ceti più deboli. Presidente, non li spinga alla disperazione ». E tuttavia, nel caso dei giovani con lavori precari, c’è un nesso logico che la sinistra – con qualche rara eccezione, come il senatore Gavino Angius – fatica ad accettare. Il maggior ostacolo che questi giovani (ma anche molti purtroppo non più giovani) hanno di fronte a sé è la rigidità dei contratti a tempo indeterminato, in particolare il fatto che licenziare un lavoratore con un posto fisso è spesso impossibile. I motivi dell’azienda possono essere i più ragionevoli, ma se il lavoratore si rivolge a un giudice il più delle volte questi ne ordina il reinserimento nel posto di lavoro. Per evitare questo rischio le aziende (sia private che pubbliche) tendono a offrire contratti a tempo determinato. E quando questi scadono, abbandonano il lavoratore e lo sostituiscono con un altro precario. L’assunzione a tempo indeterminato è troppo rischiosa per il datore di lavoro e così i precari rimangono tali per sempre. Oggi in Italia il 15 per cento dei lavoratori (oltre 3,7 milioni) è precario. Questa cifra include sia coloro che hanno un lavoro a tempo determinato sia coloro che lo hanno avuto, l’hanno perduto e ne cercano uno nuovo: un precario su quattro sta cercando un altro posto di lavoro precario. Invece di pensare in modo nuovo ai problemi di un mercato del lavoro profondamente trasformato, la sinistra continua a porre una condizione irrinunciabile: tutti i precari vengano regolarizzati, cioè diventino lavoratori permanenti. In questo modo si ritornerebbe al sistema in vigore prima delle norme Treu e Biagi, quando c’era un solo tipo di contratto, quello a tempo indeterminato. L’effetto sarebbe di riportare la disoccupazione oltre il 10%, come accadeva prima dell’introduzione dei contratti a tempo determinato. Da quando in Europa (in particolare in Italia, Spagna e Francia) si è fatto qualche passo avanti nella liberalizzazione del mercato del lavoro, l’occupazione è salita. Tra il 1980 e il 1995 nell’Ue furono creati solo 12 milioni di nuovi posti di lavoro, a fronte di 26 milioni negli Usa. Ma nel decennio successivo (1996-2006), quando in Europa è stata introdotta qualche timida liberalizzazione, il numero di nuovi posti di lavoro creati è salito a 18 milioni, esattamente lo stesso dei nuovi posti creati negli Usa nel medesimo decennio. Il problema è che la maggior parte dei nuovi occupati non riesce a uscire dalla condizione precaria. In Europa, come ormai è noto, il modello più efficace è quello danese (il Paese con il minore numero di disoccupati nel continente): nessun vincolo ai licenziamenti (tranne in casi di evidente discriminazione del lavoratore) e forte protezione di chi è temporaneamente senza lavoro. La Danimarca ha raggiunto questo risultato trasformando le tutele che un tempo si applicavano al posto di lavoro in tutele al lavoratore. Per introdurre in Italia un sistema simile occorrerebbe il coraggio di rispolverare le proposte della Commissione Onofri, insediata dal primo governo Prodi nel 1996 e presto dimenticata per l’opposizione dei sindacati. Una soluzione interessante si sta oggi discutendo in Francia. Abolire sia i contratti a tempo determinato che quelli a tempo indeterminato e sostituirli con un contratto unico che offra garanzie crescenti nel tempo: tutti precari all’inizio, ma tutti con la prospettiva di divenire dipendenti via via più stabili se il rapporto tra lavoratore e impresa funziona. E’ questo il modo per sottrarre i lavoratori precari a una situazione oggi senza via d’uscita. Ma richiede che si mettano in discussione i contratti a tempo indeterminato, un tabù per i sindacati. « Senza una Cgil forte un governo di centrosinistra non reggerebbe » conclude Rossana Rossanda. Io non so se reggerebbe: so però che i sindacati difendono – comprensibilmente dal loro punto di vista – i loro iscritti e questi non sono né i veri poveri né i lavoratori precari. «Nell’affrontare molti dei problemi che si affollano su questo inizio di secolo … occorre saper smascherare qualche vecchio tabù» ha scritto Michele Salvati in un articolo lungimirante ( Corriere, 22 agosto).