Giulia Zonca, La Stampa 27/8/2007, 27 agosto 2007
GIULIA ZONCA, LA STAMPA
Un incontro a metà pista e non c’era tempo per i convenevoli. Tyson Gay e Asafa Powell si sono visti per la prima volta intorno ai 60 metri, una stagione a evitarsi e l’unico secondo in cui sono stati davvero vicini, ha deciso tutto. Powell si è spaventato, Gay ha capito di poter andare da solo ed è diventato il campione del mondo in 9"85. Come da previsioni della mamma.
Non si erano parlati mai, sfidati mai, persino nella camera di chiamata, quando il mondo si allontana e gli atleti vengono messi sottovuoto fino al momento di uscire nello stadio, i due velocisti hanno fatto attenzione a non guardarsi. Si sono quasi incrociati per un solo involontario istante, nel su e giù che scioglie la tensione, ma inconsapevoli, a testa bassa. Se ne deve esistere uno solo, meglio che sia da subito.
Gay stava aggrappato alla sua musica, Powell ai suoi pensieri e sono sgusciati in fretta dentro un Nagai Stadium troppo grande per la giusta atmosfera. Comparsi sui blocchi prima di un boato o un applauso e l’afa, la tensione, l’attesa, una miscela opprimente si è abbassata sulla linea di partenza. Gay ha preso la sua corsia, la numero 5, il numero che gli porta fortuna, quello da puntare al Kentucky derby, ma ora è a Osaka con il tempo migliore dell’anno e due record del mondo rovinati dal vento.
Con mamma, papà e figlia al seguito, una ragazzina minuscola tutta capelli. Si chiama Trinity, ha 6 anni e vive a Lexington con la madre. Gay non pensava di portarla, non avrebbe avuto tempo di starle dietro, ma la nonna ha insistito: «Tutta la famiglia deve esserci perché avrà qualcosa da ricordare». Gay non pensa a lei quando si piega sui blocchi, pensa che non sa partire e che perderà dei preziosi decimi. Può sperare su una falsa, uno start sballato che riporti indietro lo sprint e alzi i tempi di reazione, invece allo sparo sono tutti fuori e Powell è davanti. Morbido per 60 metri, sfrutta lo stacco, gioco che gli viene sempre bene e poi: «Ho sentito Gay e sono entrato nel panico». questo il suo problema, l’avversario, chiunque esso sia.
I record li ha fatti in solitaria, senza tattica o gestione della gara, solo correre. E andare veloce gli riesce sempre particolarmente bene, stare calmo, no. Il sudore non era una maschera, era lui, fradicio e stravolto con gli occhi che puntavano da tutte le parti in uno stadio dove si sentiva già perso. In semifinale ha preferito rallentare, come nelle batterie: non ha portato uno solo dei 100 metri giapponesi alla fine, neanche quello buono «perché come l’ho percepito, come ho sentito arrivare la sua ombra mi sono rialzato, l’errore della vita, un enorme errore. Non sono stato capace di fare la mia gara». La sa spiegare però, con gli occhi fissi a terra. Lui parla del terzo posto e non riesce ancora a rendersi conto che è andata così, che ha preso il bronzo in 9"96, dietro a Gay e a Atkins. Il clan giamaicano gli sventola le bandiere davanti, per fargli aria e tirarlo un po’ su e lui non reagisce. A dire il vero non reagisce neanche Gay, la figlia gli fa ciao con la mano dal fondo di un taboga di transenne che trascina il vincitore per le varie tappe: interviste, antidoping, conferenza stampa, fiori, pacche sulle spalle e striscioni americani. Passa un’eternità prima che risponda al ciao di Trinity e dovrà passare ancor più tempo perché Powell riesca ad alzare lo sguardo dal pavimento. Gli è arrivato davanti anche il cugino, Derek Atkins. Parenti di secondo grado, si sono conosciuti a Roma, per il Golden Gala dove Powell ha fatto il miglior tempo della stagione, 9"90. Qui ci ha corso contro anche in semifinale e lo ha lasciato vincere, rallentando un’altra volta quando ormai era ora di lasciarsi andare. «Non mi sono nascosto. Non ho tirato, pensavo fosse più giusto farlo solo in finale». In finale gli è preso il panico, Gay lo ha superato e abbandonato. Dovrà cambiare approccio, prima di Pechino sarà costretto agli scontri diretti anche se li detesta. E’ sempre scappato dai duelli, il mezzogiorno di fuoco non lo carica anzi gli leva la concentrazione e non è abbastanza cattivo per creare una vera rivalità che faccia da molla. Era convinto che bastasse andare forte e partire bene, però a forza di frenate in prova è rimasto inchiodato, a guardare Gay battersi il petto sotto la bandiera a stelle e strisce davanti all’imperatore Akihito e all’imperatrice Michiko. Tyson Gay si è preso il titolo che gli mancava per sentirsi davvero l’uomo da battere. Non ha più solo «buoni tempi», come ha sempre definito la sua carriera, ma una medaglia d’oro. Ora ne vuole due come Maurice Green e Justin Gatlin e vuole salutare sua figlia in un modo decente e staccare il cervello almeno fino alla prossima batteria. Ha vinto prima di partire, mentre stava a occhi chiusi, dentro lo stadio sbagliato, senza tifo e con un rivale vicino distrutto dal sudore e dalla paura.
Come ha vissuta la gara?
«Male. O meglio, la gara benissimo, grandi sensazioni, è il giorno più bello della mia vita ma le ore che mi hanno portato qua sono state orribili».
Troppa tensione?
«Peggio, cattive sensazioni. Mia madre mi ha calmato. Mi ha detto: devi trasformare te stesso in uno che ci crede, fa di te un uomo convinto. E ha aggiunto che sapeva di avere davanti il campione del mondo».
bastato questo?
«No, sapevo che la partenza mi avrebbe dato problemi e tutta la mia attenzione, il mio cervello stavano su quei maledetti blocchi, era una fissazione. Ed è toccato di nuovo a mia madre Daisy sdrammatizzare. Mi ha guardato severa e mi ha sgridato: ora basta, quando stavo in terza media e vincevo tutti i campionati uscivo malissimo dai blocchi. Però poi arrivavo prima perché ero la più forte. Non c’è differenza».
E come è uscito dai blocchi?
«Non così male, lo start non mi ha tolto sicurezza e a 70 metri ho capito di aver vinto. Devo ringraziare Drummond che ha lavorato con me sulle partenze in quest’ultimo periodo. stato davvero prezioso».
Come ha percepito il sorpasso su Powell?
«Andavo, io ho tenuto il ritmo che avevo e cercavo di stare rilassato. Correvo per la vita, andavo e basta, questo appuntamento ha occupato tutta la mia testa per così tanto tempo. Quando sono entrato nello stadio mi sono chiesto: ma se perdo, mi rispetteranno ancora? Non avevo dubbi su amici e parenti, però tutte le persone che in questa stagione hanno imparato a riconoscermi cosa avrebbero pensato di me?».
Si chiede cosa penseranno di Asafa Powell?
«Ha il record del mondo, un bronzo mondiale è l’orgoglio del suo Paese. La gente sventola la bandiera giamaicana nel suo nome. Non ha perso nulla, solo una gara. Io dovevo ancora venir fuori, mi giocavo la reputazione. Lui ha difeso il 9"77».
Al record ci ha pensato?
«Non me lo ricordo, ora sto troppo bene. Ho tempo, un giorno quel primato sarà mio. Vorrei incontrare di nuovo Asafa entro la fine della stagione, ci sono ancora molti meeting in cui incontrarci, ci ho preso gusto».
Con chi ha parlato subito dopo la gara?
«Un delirio, ancora devo capire, leggere tutti messaggi, salutare i miei fans».
Nessuna frase speciale?
«Mia figlia mi ha detto che potevo festeggiare anche un po’ di più, forse ha ragione. Eppure mi è sembrato di aver urlato come un pazzo».
Il suo allenatore, Lance Brauman l’ha chiamata dal carcere?
«Abbiamo fusi orari complicati e lui deve rispettare regole precise, l’ho sentito prima dei 100 e ha riso. Ha chiuso la telefonata così: la prossima volta che ci sentiamo sarai campione del mondo. Gli dedico la vittoria».
Ma a questo punto ha ancora voglia di correre i 200, dove la danno favorito?
«Non intendo pensarci in questo momento, arriveranno e so che esisteranno solo quelli per un paio di giorni. Ma non fino a che tengo questa medaglia in mano. Ho bisogno di godermela fino in fondo, di guardarla bene, di sentirla mia. Ho aspettato così tanto questo momento. Non voglio perdermelo».
Cosa le ha messo più paura in questi giorni?
«L’aspettativa. In pista so di essere in grado di affrontare ogni cosa, ma non avevo idea di cosa sarebbe successo fuori. Non lo so ancora, starò a vedere. Almeno ora ho vinto il titolo mondiale e non devo chiedere agli altri cosa pensano di me». /
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