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 2007  agosto 27 Lunedì calendario

SETTIMO GRUPPO DI ARTICOLI SUL CROLLO IN BORSA COMINCIATO IL NOVE AGOSTO 2007 (GRUPPO AAAJCW)



LA REPUBBLICA GIOVED 23/08/2007
HUGO DIXON
Ecco perché Bernanke non dovrebbe tagliare i tassi. Ben Bernanke sembra averla capita: il problema non è l´inflazione, ma la liquidità e la crescita. Tuttavia, non solo l´inflazione rappresenta una minaccia maggiore di quanto molti investitori ammettano, ma un´inflazione stabilmente contenuta può essere un obiettivo più rilevante rispetto a un esiguo aumento della crescita. Al Federal Reserve Board manca un tasso di riferimento esplicito, un´omissione che consentì ad Alan Greenspan di tagliare i tassi al minimo accenno di crisi. Bernanke vuole più regole e meno intuizioni, in altre parole vuole un tasso di riferimento esplicito. Ipotizzando che la soglia venisse fissata al 2%, è chiaro che Bernanke ora dovrebbe lavorare di più sul fronte dell´inflazione, che al momento negli Usa è al 2,4%. Questo, forse, spiega il motivo per cui la Fed ha mantenuto la sua propensione all´inasprimento. Una simile cautela infastidisce gli operatori di mercato, che amano i tagli ai tassi veloci, stile Greenspan, il cui effetto sul lungo periodo è discutibile, giacché favoriscono gli eccessi. I sostenitori dei tagli dicono che la crisi attuale è così grave che una riduzione dei tassi è l´unico modo per evitare il tracollo economico. Bernanke farebbe bene, invece, a dare ascolto a Jeffrey Lacker, il presidente della Fed di Richmond, secondo il quale «altri rischi di natura finanziaria che potrebbero danneggiare la crescita economica appaiono di scarso rilievo». Infine, c´è da considerare a chi giovi l´espansione monetaria, tenendo conto che la metà più povera della popolazione Usa non possiede azioni, ma risente dell´inflazione, specialmente sui prezzi alimentari ed energetici. Concentrarsi sull´inflazione per la Fed vorrebbe dire fare di meno per chi si arricchisce nelle bolle e fare di più per la stabilità e gli indigenti.
Ian Campbell


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LA REPUBBLICA, VENERD? 24/8/2007
SARA BENNEWITZ
MILANO - Dopo due giorni di recuperi, arriva la quiete sui mercati finanziari. Anche se l«incertezza continua a regnare sul mercato. A dare tranquillit? ai mercati sono stati necessari due nuovi interventi delle banche centrali: 17,5 miliardi di dollari per la Fed e 40 miliardi da parte della Bce. Una mossa che ha premesso a tutte le piazze del vecchio Continente di chiudere in leggero rialzo, da +0,15% di Francoforte al +0,3% di Piazza Affari. Mentre Wall Street ha viaggiato intorno alla parità per tutta la seduta.
Per la prima volta da settimane, la volatilità dei mercati è tornata sotto i livelli di guardia, un segnale che ha fatto sperare gli investitori, che il peggio potrebbe essere alle spalle. Se l«indice che misura la febbre del mercato è tornato sui livelli di normalità, questo risultato è stato raggiunto solo grazie al massiccio intervento delle banche centrali: sommando l«intervento della Federal Reserve di ieri, dagli inizi di agosto hanno riversato sul mercato risorse per circa 400 miliardi di euro. Ora il timore degli operatori è che il mercato imbocchi quello che in gergo tecnico si chiama un canale laterale: se ciò avvenisse le prossime sedute non dovrebbero conoscere grandi oscillazioni, in attesa dei risultati delle aziende nel periodo luglio-settembre. Trimestre che coincide con lo scoppio della crisi dei muti di cattiva qualità.
Il terremoto dei subprime potrebbe far sentire i suoi effetti anche sull’economia reale, appesantendo i bilanci delle aziende americane, ma non solo. Non a caso ieri per l’ennesima volta la Federal Reserve e la Banca Centrale Europea sono intervenute per immettere nuova liquidità sul mercato: attraverso tre diverse operazioni l’istituto guidato da Ben Bernake ha offerto ben 17,5 miliardi di dollari, mentre dall’Eurotower di Francoforte sono arrivati altri 40 miliardi di euro.
E ieri, per la prima volta, si sono mosse anche le istituzioni finanziarie private. Bank of America ha comprato due miliardi di dollari in azioni privilegiate Countrywide, una sorta di prestito a un tasso agevolato (7,25%) che avrà come garanzia proprio parte del capitale dell’azienda in crisi, specializzata sui mutui ipotecari. L’intervento della seconda banca Usa ha aiutato ad allentare i timori di un tracollo della società californiana; tuttavia l’amministratore delegato di Countrywide, Angelo Mozilo, ha dichiarato che il mercato immobiliare americano non mostra segnali di miglioramento, tanto che potrebbe anche portare l’economia Usa alla recessione.
Sul futuro dell’economia mondiale, più caute sono state le parole del direttore generale dell Fondo monetario internazionale, Rodrigo de Rato, a suo parere la crisi finanziaria del settore mutui avrà un certo impattoo sulla crescita al punto che le stime del 2007 saranno riviste al ribasso dall’attuale 5%. Rato ha aggiunto, però, che i fondamentali dell’economia a livello globale restano buoni e che gli istituti centrali hanno agito in modo decisivo e appropriato per mantenere sotto controllo la situazione.


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CORRIERE DELLA SERA, SABATO 25/8/2007
GIANCARLO RADICE
La crisi dei mutui ora colpisce la Cina. MILANO - Il crollo dei titoli legati ai mutui subprime americani ora minaccia anche le grandi banche cinesi, quelle con maggiori attività all’ estero. E in Francia, il governo di Nicolas Sarkozy annuncia sgravi fiscali per le famiglie in cerca di casa. Ma ieri, a segnare il tono sui mercati internazionali, sono state soprattutto due notizie, del tutto inattese, sull’ inesorabile propensione alla spesa dei consumatori Usa e sul buono stato di salute dell’ industria. .Innanzitutto, i buoni dati economici Usa sono limitati a un solo mese. E non solo: proprio quei dati, secondo molti analisti, possono contribuire ad allontanare la data in cui la Federal Reserve abbasserà i tassi sui federal funds. Ma, più in generale, gli effetti della «bolla» speculativa sui mutui sono ancora tutti da vedere. Ne è convinto, per esempio, Angelo Mozilo, amministratore delegato di quella Countrywide che è una delle società più esposte: «La crisi del settore porterà a una recessione economica in America», ha scandito senza mezzi termini. Quel che è certo è che negli Usa il numero degli occupati nel settore immobiliare ha già subito una netta contrazione, con 20 mila posti di lavoro svaniti nel solo mese di agosto Dalla Germania, poi, è arrivata ieri la conferma che un’ altra banca esposta nei mutui ad alto rischio, la SachsenLb, ha deciso di mettersi in vendita per effetto delle perdite accumulate. A salvare l’ istituto regionale controllato al 37,04% dal land della Sassonia, sarà un pool di banche attraverso una linea di credito da 17 miliardi di euro. In Francia, invece, proprio per limitare le difficoltà delle famiglie che vogliono comprare casa, il ministro degli Interni Christine Lagarde ha annunciato un credito d’ imposta sugli interessi dei mutui pari al 40% il primo anno e al 20% nei quattro anni successivi. La misura si applicherà a chi ha acquistato un’ abitazione dopo il 6 maggio, mentre il presidente Sarkozy avrebbe voluto addirittura che gli sgravi fossero estesi a chiunque ha contratto un mutuo per la casa, senza limiti di tempo. E la crisi legata ai subprime comincia a farsi sentire anche in Cina, dove la Bank of China ha annunciato che la sua esposizione in titoli derivati dai mutui ad alto rischio raggiunge i 9,65 miliardi di dollari. Alla Borsa di Hong Kong il titolo è precipitato dell’ 8%, ma a Shanghai ha invece guadagnato l’ 1%. Segno che nella madre patria i media trasmettono agli operatori notizie con toni più «rassicuranti», ma anche che il «sistema Paese» è in grado di assorbire quelle perdite senza scalfitture.

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LA REPUBBLICA, VENERD 25/8/2007
HUGO DIXON HUGO DIXON dare alle banche abbastanza denaro per andare avanti e, nel contempo, eliminare qualsiasi supporto di politica monetaria che favorisca l«inflazione ? certamente un atteggiamento elogiabile, ma con tutta probabilit?, insostenibile. Contemporaneamente al recente annuncio di supporto supplementare, fornito con l«immissione di 40 miliardi di euro a tre mesi, la Banca centrale europea ha confermato che la posizione sulla politica monetaria rimane quella del 2 agosto. Rimane quindi in piedi l«aumento dello 0,25% atteso per settembre. L«asta di gioved?, a cui sembra abbiano partecipato 146 banche formulando offerte che hanno superato di ben tre volte i 40 miliardi di euro in palio, ? stata accolta con entusiasmo. Le banche hanno bisogno di fondi perch? molti cosidetti ?ondotti? fondi d«investimento sponsorizzati da banche, non sono in grado di autofinanziarsi nel mercato dei commercial paper e devono chiedere aiuto agli sponsor. Un impegno che si ? gi? rivelato troppo grande per due banche di medie dimensioni tedesche, IKB e Sachsen Landesbank, per le quali si ? reso necessario il salvataggio. Inoltre, la Bce dice di voler tenere bassa l«inflazione, che per? attualmente viaggia all«1,8% rispetto alla soglia del 2% fissata dalla banca. L«istituto dice poi che vuole evitare un surriscaldamento dell«economia, anche se nel secondo trimestre la crescita di Eurolandia ? calata dello 0,3%. Poi c«? la crescita dell«offerta monetaria, che ha favorito gli eccessi finanziari degli ultimi anni. Giustamente la banca centrale vuole rendere pi? difficile per i prestatori imprudenti accedere ai fondi, e le ultime statistiche mostrano che la massa monetaria M3 cresce a un preoccupante tasso a due cifre. Ian Campbell [A spasso per Wall Street] Pochi mesi fa il fascino e gli alti stipendi offerti dagli hedge fund, dalle societ? di acquisizioni aziendali e da Wall Street rendevano quasi impossibile trovare personale per gli impieghi meno allettanti del settore obbligazionario, ma dopo molte settimane di caos nei mercati gli aspiranti ai posti vacanti si sono moltiplicati. La spiegazione logica ? l«incerto futuro che attende molti dipendenti di banche e hedge fund: per quel che se ne sa, finora i licenziamenti hanno colpito alcuni uffici di Bear Stearns e Lehman Brothers direttamente coinvolti nella crisi dei mutui subprime, lasciando indenni le banche, ma anche qui alcuni dipendenti si troveranno a scrutare nel vuoto, tra i quali gli alchimisti che elucubravano collateralised debt obligations e altre diavolerie i cui rating sono stati polverizzati dalla crisi di fiducia. Chi rischia di pi? sono i dipendenti degli intermediari esposti a transazioni finanziarie garantite da ipoteche, come Bear Stearns e Lehman Brothers, societ? il cui coinvolgimento per di pi? ? stato troppo profondo per poter approfittare con qualche colpo di mano della recente volatilit?, come hanno fatto altri operatori pi? diversificati. Alcuni dipendenti potrebbero andarsene spontaneamente per guadagnarsi altrove le gratifiche svanite, anche se i consulenti di acquisizioni (un altro gruppetto destinato ad essere disoccupato) potrebbero trovare sbarrata la porta, una volta spalancata. Tra i perdenti, infine, ci sono anche molti hedge fund, che vedranno l«esodo dei dipendenti dai fondi che chiuderanno verso quelli pi? grandi e consolidati. Richard Beales (Traduzioni a cura di MTC) -

LA REPUBBLICA, DOMENICA 26/8/2007
GIUSEPPE TURANI
Ormai il mondo finanziario è diviso a metà: c´è chi dice che la crisi è stata passeggera e salutare e chi sostiene che invece si è innestato un fenomeno sistemico. A parte le buone ragioni degli uni e degli altri, quello che invece sta chiaramente emergendo sono le condizioni - ma ormai possiamo tranquillamente chiamarle colpe - che hanno generato questa situazione. I colpevoli sono infatti di almeno tre categorie:
1 - Le banche centrali. Che gli hedge fund, gli strutturatori di operazioni (gli ormai famosi "impacchettatori" di subprime, crediti al consumo, private equity e chissà cosa altro ancora) e gli operatori finanziari più spregiudicati stessero progressivamente esagerando con prodotti derivati e cartolarizzazioni di ogni genere lo si capiva da tempo. E lo capivano tutti. Però nessuna banca centrale ha mai alzato un dito contro coloro che stavano inquinando il sistema con iniezioni di droghe sempre più pesanti. Non si é sentita, né in America, né in altri paesi, nessuna revoca di licenze, nessuna limitazione all´attività, nessun maggior vincolo posto a strutture spesso minime e sprovviste anche dei normali criteri di compliance che ogni istituzione finanziaria dovrebbe avere. Dove erano in questi anni le banche centrali? A bearsi dell´esistenza di una liquidità poi rivelatesi più finta che vera? A bearsi del proliferare del numero di intermediari finanziari senza preoccuparsi della loro qualità? Ad alzare e ad abbassare i tassi in modo semiautomatico ma mai - oggi lo si capisce con grande evidenza e lo hanno sottolineato bene Boeri e Guiso in un loro recente studio - in modo veramente «strategico»? Che delusione vederli oggi vomitare in pochi giorni oltre 325 miliardi di dollari sul mercato per turare le falle di una liquidità improvvisamente scomparsa. Non solo, ma sentendo Paulson, il nuovo responsabile dell´economia americana, la crisi é ben lungi dall´essere sanata. Per cui per ora queste iniezioni di liquidità sembrano solo l´inizio.
2 - Le società di rating. Lo hanno detto già in molti ma vale la pena di ribadire che questi teorici garanti di valore e qualità dei titoli sono indubbiamente co-colpevoli di questo stato di cose. Il fatto che i "piccoli mostri" impacchettati avessero anche dei bollini blu (spesso tripla A, meglio della qualità del debito di un paese come l´Italia) da parte delle primarie agenzie di rating é realmente inaccettabile. E la circostanza che da qualche giorno si siano accorte dei loro bluff e abbiano improvvisamente abbassato i giudizi su migliaia di titoli é la conferma della superficialità con cui si fanno queste cose. Purtroppo però, come nel caso Parmalat, sembrano intoccabili. Sono sempre li.
3 - Le banche. Nessuno invece parla delle colpe delle banche, che sono in realtà enormi. Forse non é chic parlare male dei banchieri, ma se ci si domanda come gli hedge fund potessero fare il famoso "effetto leva", cioè indebitarsi e molto, se ci si chiede chi consentiva la confezione e la vendita degli impacchettamenti, se si indaga sui tassi da capogiro del credito al consumo o sulle operazioni "a tutto leverage" del private equity, si finisce sempre e solo, fatalmente, in banca. D´altra parte, se si volevano impiegare i soldi a tassi un po´ più alti, un po´ di rischi andavano presi ed ecco che insospettabili banchieri si sono riempiti le casse e hanno riempito i fondi dei clienti di questa strana roba. Con il meccanismo dei fondi di fondi sembrano non esserci strutture bancarie esenti da questo contagio in tutto il mondo. Infatti anche i tanti comunicati diramati in questi giorni parlano di mancata partecipazione "diretta" ai piccoli mostri. Peccato che per scoprire i misteri delle partecipazioni indirette ci vorranno mesi, come ammette anche Paulson.
Adesso però bisognerà vedere il comportamento delle banche. Ci sono forti pressioni affinché mantengano i rubinetti aperti verso almeno parte di coloro che fino a ieri hanno finanziato senza problemi. Però qualcuno si é accorto che forse sarebbe meglio selezionare i debitori con maggior criterio. Ma come qualche soldo viene meno ecco che agenzie di vendita mutui, impacchettatori ed hedge fund di vario calibro saltano come birilli. Se si pensa che uno dei maggiori operatori americani del settore dei mutui ha licenziato il novanta per cento dei dipendenti mandando una semplice e-mail, vengono i brividi. Anche senza pensare all´Alitalia.
Comunque le dimensioni del disastro sono rilevanti. Quasi trentamila persone sono state licenziate da società del settore finanziario da fine luglio. Alcuni commentatori d´oltreoceano danno per definitivamente finita, distrutta, l´industria dei piccoli mutui immobiliari. E le banche che l´hanno finanziata che buchi hanno in bilancio? O a loro volta hanno ricaricato il tutto su qualche ignaro sottoscrittore, magari arabo, cinese o nel cosiddetto retail, cioè sul vasto pubblico? Dal vertice tra Bernanke e Paulson è emerso che il livello di complessità della questione è enorme. Come dire che pochi ci capiscono qualcosa. Ma se non capiscono neanche il livello di gravità della situazione personaggi di quel calibro, che peraltro continuano a dare messaggi rassicuranti mentre iniettano liquidità a fiumi, l´unica cosa certa è che c´è da stare in guardia ancora per un bel po´. Potrebbero esserci forti scosse di assestamento.

CORRIERE DELLA SERA, MERCOLEDì 29/8/2007
GIACOMO FERRARI
MILANO – La tregua è finita. Dopo sette sedute sostanzialmente positive, ieri sui mercati azionari è arrivato un primo storno. Come da copione, tutto è partito da Wall Street. Una raffica di notizie negative ha salutato l’apertura delle contrattazioni alla Borsa americana. E in Europa, dove già regnava una situazione di incertezza, le vendite hanno avuto immediatamente il sopravvento. Risultato: indici in perdita ovunque. Dal -2,08% di Parigi al -1,9% di Londra. A Piazza Affari l’S&P-Mib è sceso dell’1,95% e il Mibtel dell’1,71%. Dow Jones e Nasdaq, che a metà seduta perdevano già oltre il punto percentuale, a fine giornata hanno poi registrato forti flessioni, pari rispettivamente al 2,10% e al 2,37%.
Il nuovo calo dei listini Usa è stato innescato da una serie di eventi concomitanti. Prima di tutto il taglio dei rating
di alcuni colossi bancari. Merrill Lynch ha ridotto quelli di Bear Stearns, Lehman Brothers e Citigroup, provocando l’immediata discesa delle quotazioni dei rispettivi titoli. Da parte sua Goldman Sachs ha aggiunto alla lista anche Morgan Stanley. Ma a suscitare nuovi timori sulla tenuta dell’economia Usa sono arrivati anche i dati statistici relativi ai prezzi delle case e alla fiducia dei consumatori. Ebbene, le quotazioni immobiliari hanno subìto un ribasso record nel secondo trimestre dell’anno (-3,2% rispetto allo stesso periodo del 2006). E l’indice che rileva la fiducia dei consumatori americani è sceso da 111,9 a 105: si tratta del calo più forte dai tempi dell’uragano Katrina di due anni fa.
Come se non bastasse, sempre ieri si è saputo che State Street, un gestore di fondi di Boston, sarebbe esposto per ben 22 miliardi di dollari su cosiddetti «conduit », prodotti finanziari ad alto rischio basati su debiti a breve emessi da aziende private e non garantiti. Una compagnia finanziaria statunitense, Home Depot, da parte sua ha dovuto ufficializzare una perdita di 1,8 miliardi di dollari riducendo di questo importo il prezzo di vendita di una propria controllata, la Hd Supply. Motivo? Nessuna banca è disposta a finanziare l’operazione.
Insomma, la bufera innescata all’inizio di agosto dalla crisi dei «subprime» non è affatto superata. Tanto che la Federal Reserve è intervenuta anche ieri con una nuova iniezione di liquidità (2 miliardi di dollari attraverso un «pronti contro termine» della durata di un giorno) per mettere il sistema finanziario americano in grado di fronteggiare la crisi. Nessuna iniziativa analoga, invece, da parte della Banca centrale europea, il cui board si riunirà giovedì 6 settembre. I mercati si aspettano possibili decisioni sul costo del denaro (attualmente i tassi d’interesse in Europa sono fermi al 4%).

CORRIERE DELLA SERA 29/8/2007
FEDERICO FUBINI
MILANO – In queste settimane, mentre i listini crollavano e il sistema del credito diventava ogni giorno più inagibile, molti si sono concentrati sulla principale ragione di fiducia: i mercati finanziari si saranno anche trovati in preda a un colpo di freddo di mezz’estate, ma l’economia «reale» sembrava restare in salute un po’ ovunque nel mondo. Forse nei prossimi mesi questa diagnosi verrà confermata eppure per ora, almeno per gli Stati Uniti, il Fondo monetario internazionale si prepara a tagliare decisamente le sue previsioni di crescita.
Il tasso di sviluppo della prima economia mondiale, pari a quasi un quarto del prodotto interno lordo globale, dovrebbe ridursi di circa lo 0,6% l’anno prossimo rispetto alle stime di qualche tempo fa. Nelle previsioni dell’aprile scorso l’Fmi puntava per l’America su un tasso di sviluppo del 2,8%. Adesso la stima per il 2008 non va oltre il 2,2%, con l’implicazione che il prodotto lordo degli Stati Uniti sarà di circa 120 miliardi di dollari inferiore alle attese.
Toccherà al «World Economic Outlook » del Fondo monetario il compito di fissare la previsione più ufficiale, subito prima degli incontri annuali di Washington a metà ottobre. Prima di allora i tecnici dell’organismo internazionale potrebbero ritoccare ancora le loro stime, ma difficilmente per cambiarle in meglio. Sull’economia americana rischia infatti di farsi sentire sempre di più nei prossimi mesi la debolezza dei consumi imposta dal crescente indebitamento delle famiglie. Su questo fronte a farsi sentire non ci sono solo la caduta dei valori immobiliari e le insolvenze sui mutui «subprime », quelli concessi alle famiglie indigenti. Un rapporto pubblicato questa settimana dall’agenzia di rating Moody’s sottolinea infatti che i conti degli americani scricchiolano anche sul fronte delle carte di credito, ossia del finanziamento diretto dei consumi. Nella prima metà del 2007 le società emittenti di carte di credito hanno dovuto classificare come irrecuperabili il 4,58% dei pagamenti compiuti. Rispetto allo stesso periodo del 2006, si tratta di un balzo del 30%. L’aumento delle insolvenze sulle carte di credito è probabilmente legato a doppio filo alla caduta del mercato immobiliare: le famiglie americane non riescono più a cambiare a proprio favore le condizioni del mutuo grazie alla rivalutazione della casa e vedono ridursi drasticamente i margini per coprire con il valore del mattone il loro indebitamento crescente sugli altri fronti. Una forte stretta ai consumi nei prossimi mesi appare sempre più inevitabile.
Non è detto che i dati messi in luce da Moody’s preludano fatalmente a una recessione americana. Nel 2004, mentre gli Stati Uniti crescevano al 3,9%, l’aumento dei fallimenti sui pagamenti da carte di credito era arrivato al livello-record del 6,29%. Ma anche così non si tratta di buone notizie per l’Europa: l’America, di gran lunga primo mercato per l’export della Ue, nella prima metà del 2007 ha già importato dal Vecchio Continente per il 3% (in valore) meno di un anno fa.

LA REPUBBLICA, MERCOLEDì 30/8/2007
MILANO - Se una rondine non fa primavera, figuriamoci un singolo rialzo. Tuttavia, dopo le ferite della vigilia, il rimbalzino dei mercati azionari ha funzionato come un balsamo, almeno in Europa e in America. Le Borse asiatiche, invece, hanno pagato il fio al forte calo del giorno prima a Wall Street: Tokio ha perso l´1,69%, Seul il 3,12% e Hong Kong il 2,3%. Al contrario, il Vecchio continente ha tentato di recuperare e la maglia rosa va a parimerito al Mibtel (più 0,83%) e al Cac 40, salito dello 0,84%, mentre Francoforte si è limitato a guadagnare lo 0,12% (dimostrandosi la meno volatile, in entrambe le direzioni, negli ultimi tempi)e Londra è salita dello 0,49% mentre a New York Dow Jones e Nasdaq sono partiti in deciso rialzo, fino a guadagnare il 2,3% per il listino tecnologico e l´1,8% per la Borsa principale.
Tutto bene, quindi? Sono in pochi a crederci, nonostante i tentativi di recupero e le parole rassicuranti del presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso, secondo il quale la crescita europea è «sana ed equilibrata e dovrebbe proseguire» e del commissario europeo agli Affari economici e monetari, Joaquin Almunia, secondo cui le turbolenze delle ultime settimane non avranno «serie ed immediate conseguenze» sull´economia Ue: «Nonostante i problemi che si sono verificati, da una parte la situazione ha dimostrato che i sistemi di controllo hanno funzionato bene, dall´altra i fondamentali dell´economia sono solidi e non ci sono immediate preoccupazione che la crescita possa essere seriamente colpita», ha riferito il portavoce dalla commissione. Una nuova iniezione di liquidità da 5,25 miliardi di dollari da parte della Fed ha contribuito a rasserenare gli animi.
Ma in realtà, i segnali di stato di allerta continuano ad esserci. A partire da un veicolo d´investimento legato all´hedge fund inglese Cheyne Capital Management, che ha annunciato una ricapitalizzazione e la vendita di alcuni asset a causa delle perdite riportate; sebbene abbia affermato di avere sufficiente capitale per coprire le passività nei prossimi mesi, Standard & Poor´s gli ha ridotto il rating e il mercato l´ha considerato l´ennesimo scricchiolio legato alla crisi innescata dai mutui subprime. Ieri il premio Nobel per l´Economia, Joseph Stiglitz ha confermato questo genere di timori, affermando che la crisi probabilmente «peggiorerà», contagiando anche i settori limitrofi. «Ci sono altissime probabilità che i problemi del subprime cominceranno ad emergere anche nei mercati che stanno un gradino sopra quello subprime», ha detto in un´intervista, perché il restringimento dei criteri per concedere i mutui taglierà fuori dai finanziamenti - o peggio ancora rifinanziamenti - una fetta crescente di popolazione, che si troverà così a non essere in grado di rimborsare il debito.
Dagli Stati Uniti, le statistiche relative alle richieste di mutui per l´acquisto della casa sono scese nell´ultima settima del 4% mentre quelli per rifinanziare i mutui in essere sono diminuiti del 4,2%: la crisi dell´immobiliare comincia a far paura, anche a degli inguaribili consumatori di credito come gli americani.

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Il Foglio 30 agosto 2007.
Una Consob a Bruxelles. Il governo di Berlino ha iniziato una indagine sul sistema di controllo degli intermediari finanziari tedeschi. Infatti non è chiaro come sia stato possibile che banche statali tedesche abbiano fatto impieghi rischiosi in mutui immobiliari americani, mediante fondi di investimento impegnati per cifre molto superiori ai propri patrimoni. In realtà, questa è la spia di un problema più vasto. Perché la Commissione europea per la concorrenza non si è occupata di banche pubbliche che avvalendosi della garanzia statale fanno operazioni azzardate distorcendo la concorrenza fra gli operatori finanziari. Chi è che controlla che cosa? In Europa, a livello di Commissione europea o altrove esiste una autorità di controllo dei mercati finanziari? Sembrerebbe che la risposta sia negativa. Infatti non può essere considerata tale la Commissione europea che si occupa della concorrenza. A parte le omissioni di cui sopra, essa non può andare oltre la tematica della concorrenza e delle intese fra le banche. Può tutelare la banca X dalla concorrenza sleale dell’intermediario finanziario Y, ma tutela il cliente solo se c’è una intesa rivolta a sfruttare il mercato. Quanto alla Bce, la Banca centrale europea, essa mediante la sua politica di tassi influenza il mercato finanziario e monetario, ma non può essere considerata una autorità di vigilanza sugli operatori di tali mercati, essendone un attore, sia pure quello di ultima istanza. E le banche centrali dei paesi membri assolvono a compiti di vigilanza sulle banche solo nella misura in cui i governi nazionali affidino loro una competenza al riguardo, diversa da stato a stato. Essa, inoltre, si ferma ai mercati domestici. In definitiva, manca una Consob europea, che assicuri la trasparenza delle offerte degli operatori finanziari, nel loro intreccio internazionale. Come quello di un fondo di investimento, che appartiene alla banca del paese A, con sede legale nel paese B, che investe in derivati finanziari che sono già passati per due o tre mani di paesi C e D e li offre a clienti di A, se non di E. Sinora, su questo problema elementare di economia di mercato s’è sentita solo la richiesta isolata d’un vertice europeo e del G8 di Nicolas Sarkozy.

CORRIERE DELLA SERA, VENERDì 31/8/2007
MILANO – Le Borse europee hanno proseguito il rimbalzo ieri, mettendo a segno la nona giornata positiva nelle ultime dieci. Ma i rialzi di 0,89% all’S& P/Mib di Milano, dell’ 1,09% di Francoforte e dell’ 1,3% di Parigi e di Londra non segnalano che le tensioni siano sparite. A rassicurare i mercati hanno contribuito i dati rivisti al rialzo della crescita americana nel secondo trimestre (più 4% annualizzato) e, ancora di più, le parole di Ben Bernanke: il presidente della Fed nella notte di ieri si era detto «pronto ad agire se necessario ». Ma troppi fattori, soprattutto nel mondo del credito in Germania, continuano ad alimentare le incertezze.
Al centro dell’attenzione di tutti in questi ultimi giorni si trovano infatti sempre più le banche commerciali europee, la loro solidità patrimoniale e la trasparenza dei bilanci messa alla prova dai titoli di finanza strutturata a rischio per la caduta del mercato immobiliare Usa. La Germania è in primo piano su questo fronte, ma nel pomeriggio di ieri sono emerse preoccupazioni anche in Gran Bretagna. L’allarme scattato quando la Bank of England ha fatto sapere che un istituto privato le ha chiesto e ottenuto credito, per un totale di 1,6 miliardi di sterline (2,3 miliardi di euro), dallo «sportello permanente » («standing facility») della Boe: ciò significa che una banca ha accettato di pagare interessi dell’1% sopra ai tassi ufficiali, pur di ricevere credito immediato. Il nome dell’istituto non è stato diffuso, ma la notizia ha ricordato ai mercati i rischi legati ai mutui Usa più vulnerabili e la sterlina ha perso subito terreno.
Ancora più seria la situazione appare in Germania, soprattutto per alcune delle Landesbanken, le banche pubbliche legate alle amministrazioni locali. Sette consiglieri d’amministrazione di WestLB, la grande banca del Nordreno- Westfalia, sono finiti sotto inchiesta dalla procura di Düsseldorf per perdite da 604 milioni in operazioni di trading quest’anno. Più grave ancora la situazione della SachsenLB: l’istituto è alla bancarotta e sarà salvato fondendolo alla Landesbank del Baden- Württemberg. Intanto però è emerso che SachsenLB aveva fondi investiti in titoli immobiliari Usa a rischio in due veicoli fuori bilancio. Il primo a Dublino per quasi 20 miliardi, il secondo a Lipsia per 46 miliardi. Ieri si è dimesso l’intero vertice della banca ma ora rischia di saltare anche l’amministrazione del Land, guidata dalla CDU del cancelliere Angela Merkel.

CORRIERE DELLA SERA, SABATO 1/9/2007
MICHELE FARINA
DAL NOSTRO INVIATO
NEW YORK – Il presidente degli Stati Uniti corre in aiuto dei «mutuati» che rischiano di perdere la casa, ma mette in chiaro che il governo «non salverà gli speculatori ». Il capo della Banca Centrale ammette che le perdite finanziarie scatenate dalla crisi immobiliare «hanno superato le previsioni più pessimistiche» e che la Federal Reserve è pronta a intervenire «per promuovere la stabilità» dei mercati, ma avverte che «non è compito della Fed proteggere gli investitori e le società che erogano prestiti dalle conseguenze delle loro decisioni».
Qualche carota e la minaccia di un bastone. Alla vigilia del weekend lungo del Labour Day, a distanza di un’ora l’uno dall’altro, come un rasoio bilama George Bush e Ben Bernanke sono intervenuti ieri mattina per tagliare cautamente le paure degli americani. Rassicurandoli che la cura è in atto, ma che la malattia è ancora minacciosa.
I mercati aspettavano le parole di Bernanke, il suo primo discorso dopo la crisi di liquidità che due settimane fa ha innescato crolli a catena nelle Borse di tutto il mondo. Parlando a un simposio a Jackson Hole, Wyoming, il capo della Fed ha messo in chiaro che la decisione su un eventuale taglio dei tassi dipenderà da come si evolverà la crisi dei mutui: «Ovviamente, se persistono le attuali condizioni, la domanda di case potrebbe indebolirsi ulteriormente con possibili ripercussioni sul resto dell’economia. Stiamo seguendo gli sviluppi da vicino». Wall Street, così come le Borse europee, ha reagito positivamente, con gli indici in rialzo. E con l’inflazione che abbassa la cresta (0,1% su base mensile contro lo 0,2 delle previsioni) i mercati scommettono su un imminente taglio dei tassi: «Continuiamo ad aspettarci un abbassamento di un quarto di punto quando l’esecutivo della Fed si riunirà il 18 settembre – ha detto Drew Matus di Lehman Brothers – seguito da un altro quarto di punto a ottobre».
Al centro dell’attenzione, dai palazzi dell’economia a quelli della politica, resta la crisi dei subprime, i mutui ad alto rischio erogati a clienti con dubbio «merito creditizio » (circa 2 milioni in tutti gli Stati Uniti). Parlando dal Giardino delle rose, il presidente Bush ha definito questa crisi «modesta » rispetto al complesso dell’ economia, che è «in salute» e forte abbastanza da superare le turbolenze del mercato». Fosse così modesta non avrebbe indotto il presidente a un intervento senza precedenti. la prima volta che la Casa Bianca si fa avanti direttamente per alleggerire il rischio di insolvenze sul settore del credito e assicurare che il desiderio di una casa di proprietà continui a restare, come ha detto Bush, «al centro del sogno americano».
Il governo puntella i sogni «pericolanti », le case acquistate a tasso variabile da famiglie oneste con i conti tirati, quelle rimaste indietro con le rate lievitate negli ultimi mesi anche del 100%. Il grosso degli aiuti arriverà con l’ampliamento dei mutui garantiti dalla Federal Housing Administration, che dispone di 22 miliardi di dollari di riserve per coprire le eventuali insolvenze. Agli attuali beneficiari (160.000) se ne dovrebbero aggiungere altri 80.000. Il presidente vuole alzare anche il tetto massimo da 362.000 a 417 mila dollari. Si calcola che il rialzo dei mutui subprime che andranno rivisti nei prossimi due anni sarà pari a 500 miliardi di dollari.
Rispetto a queste cifre (2 milioni di mutui) il piano Bush si annuncia «leggero» anche se fortemente simbolico.

CORRIERE DELLA SERA, SABATO 1/9/2007
SERGIO BOCCONI
MILANO – Definirla una svolta stile Roosevelt rappresenterebbe una forzatura. Ma per la prima volta il presidente George Bush si presenta disposto a una mossa di welfare lanciando un salvagente alle famiglie coinvolte nella crisi dei mutui. Di certo non esente da calcoli di consenso da fine mandato, la decisione individua comunque il carattere di novità della crisi dei subprime: diversamente dal ’29, questa volta si può dire che il rapporto causa-effetto muove in via prioritaria dal crac sociale a quello finanziario.
Certo, in ultima istanza sono i banchieri senza scrupoli ad avere le maggiori responsabilità. Perché hanno spinto le famiglie a violare la regola aurea americana sui mutui che colloca la soglia inviolabile del loro peso al 30% dello stipendio: con i subprime si è andati al 50% grazie al miraggio dei tassi bassi e del continuo aumento di valore delle abitazioni.
Non c’è nemmeno bisogno che vadano in tilt i presupposti spesi in buona o cattiva fede perché il passo si riveli troppo lungo: metà reddito nella rata è uno sforzo insostenibile per molti. E gli intermediari hanno approfittato dell’analfabetismo finanziario dei sottoscrittori dei mutui, incapaci di prevedere l’impatto sulle loro tasche.
Ecco perché Bush alla fine si è risvegliato interventista, superando il dibattito che ha già diviso l’America sull’opportunità o no di lanciare un salvagente. Ed ecco perché sia Bush sia il numero uno della Fed Ben Bernanke ieri hanno sottolineato che non proteggeranno prestatori, investitori e speculatori. A prima vista Casa Bianca e Fed possono sembrare di fronte alla crisi su fronti opposti: la prima soccorre le famiglie, la seconda si preoccupa come sempre di non far saltare il sistema ma limita il proprio intervento all’impatto sull’economia, quindi liquidità sì, reti di protezione no. In realtà governo e autorità di vigilanza si rivolgono ai rispettivi «mercati» con il risultato concorde di dire: welfare per le famiglie sì, per la finanza no. Non siamo nel ’98 quando la Federal Reserve si è fatta regista del salvataggio dell’hedge fund Ltcm. Anzi, è diffuso il pensiero che Bernanke in fondo auspichi il fallimento di un pugno di piccole banche come monito e lezione per tutto il sistema.
E non siamo nemmeno al crac Enron, quando la controffensiva è stata essenzialmente rivolta a tappare evidenti buchi di regolazione: il complesso Sarbanes-Oxley Act è il primo intervento di riforma della legislazione finanziaria negli Stati Uniti. Questa volta non ci sono lacune normative: non si può certo mettere per legge un rapporto massimo fra reddito familiare e rata del mutuo. E non sembra nemmeno prioritario mettere i lacci al risvolto finanziario della crisi, cioè a titoli-salsiccia, veicoli bancari extrabilancio ed hedge fund: al Tesoro c’è Henry Paulson che ben conosce i mercati e sa che la finanza speculativa non è da mettere sotto chiave in blocco perché concorre alla diversificazione del rischio. La priorità oggi è il welfare per chi non ce la fa con le rate.

CORRIERE DELLA SERA, SABATO 1/9/2007
FEDERICO FUBINI
BERLINO – Le «locuste» in casa propria. Dopo aver portato al G8 la campagna contro i fondi d’investimento portatori di instabilità, il governo di Angela Merkel ( foto)
scopre che il pericolo della speculazione è più vicino di quanto sospettasse.
Ieri si è dimesso Host Metz, ministro della Finanze della Sassonia (Cdu) e presidente del Consiglio di sorveglianza della banca pubblica del Land SachsenLB. La sua posizione era insostenibile.
Le strozzature imposte dalla crisi dei «subprime», i mutui americani a rischio, hanno fatto emergere enormi falle nella banca di cui Metz doveva garantire la trasparenza. Due veicoli fuori dal bilancio dell’istituto di credito gestivano un totale di 66 miliardi di euro per speculazioni sui differenziali sui tassi e le perdite sui «subprime» hanno portato alla luce le attività coperte. La banca verrà tenuta in vita fondendola con la Landesbank del Baden-Württemberg. La battaglia della cancelliera Merkel contro gli speculatori «anglosassoni» sarà invece più difficile da salvare.

LA REPUBBLICA, SABATO 1/9/2007
NEW YORK - La crisi dei mutui subprime si abbatte sui vertici delle agenzie di rating e colpisce la più prestigiosa: Standard & Poor´s. La società ha deciso infatti di sostituire Kathleen Corbet, alla guida della compagnia dal 2004, al suo posto è stato nominato Deven Sharma, senior executive della holding di controllo McGraw-Hill. E´ stata la stessa capogruppo McGraw-Hill a renderlo noto attraverso un comunicato nel quale non si forniscono le motivazioni del cambio tranne che il generico riferimento al desiderio della manager 47enne di «cogliere altre opportunità professionali».
Corbet, in una email di saluto ai dipendenti, spiega «di voler dedicare molto più tempo alla famiglia». Fatto sta che il malcontento verso le agenzie di rating è aumentato sia da parte di esponenti politici sia del variegato mondo degli investitori. Sotto accusa, le critiche per i ritardi con i quali sono stati valutati i rischi dei titoli garantiti da mutui subprime. La Commissione europea ha annunciato l´avvio di un´inchiesta e nel Congresso statunitense sale la pressione bipartisan per un´analoga iniziativa. Chris Dodd, presidente della Commissione bancaria del Senato, ha ribadito due giorni fa che le agenzie di rating devono spiegare le ragioni alla base dell´assegnazione di «rating AAA a titoli che non lo avrebbero mai meritato».

CORRIERE DELLA SERA, DOMENICA 2/9/2007
MARIO SENSINI
ROMA – Il momento di un nuovo possibile aumento dei tassi di interesse in Europa si avvicina, e con la crisi dei mutui che dilaga negli Usa, crescono le pressioni sul governo perché si faccia carico dei problemi delle famiglie alle prese con le rate di mutui e prestiti. Dopo la proposta dell’Udeur di istituire con la Finanziaria un Fondo di solidarietà per far fronte alle insolvenze temporanee delle famiglie sulle rate dei mutui prima casa, appoggiata dalla sinistra radicale, ma accolta con qualche freddezza dal Tesoro, nei confronti dell’esecutivo ora è iniziato anche il pressing dei sindacati.
Raffaele Bonanni ha chiesto ieri la creazione, accanto al Fondo, di «una task force, un polo di coordinamento delle azioni a tutela dei mutuatari in difficoltà», che secondo il segretario della Cisl «devono essere risarciti, di fronte all’instabilità del mercato finanziario». « importante che ci sia questo sostegno per le famiglie che pagano un mutuo a tasso variabile. Lo hanno fatto altri Paesi e lo può fare anche l’Italia» ha detto Bonanni, aggiungendo che «la soluzione al problema deve essere rapida ». Anche Luigi Angeletti, segretario della Uil, appoggia l’idea del Fondo proposto dall’Udeur (che si accollerebbe i costi bancari e notarili di un differimento delle rate fino a 2 anni), ma ritiene inadeguata la sua dotazione. «L’idea è ottima, ma 10 milioni di euro per il Fondo sono una cifra ridicola. Il governo deve prima stabilire chi deve usufruire del Fondo e poi decidere quanti soldi stanziare».
L’esecutivo, tuttavia, continua a frenare. Venerdì il Tesoro aveva precisato di non aver preso alcun impegno con l’Udeur sulla sua proposta e ieri il ministro del Lavoro, Cesare Damiano, è tornato in campo per ridimensionare l’allarme. «L’Italia non è particolarmente esposta alla crisi che ha investito i mutui americani» ha detto il ministro. Di tutt’altro avviso le associazioni dei consumatori, che temono un nuovo rialzo dei tassi di interesse nella riunione della Bce del 6 settembre prossimo, peraltro già anticipato sul mercato dalle banche. Con un nuovo aumento del costo del denaro, secondo l’Adusbef, le rate dei mutui a tasso variabile potrebbero aumentare, per un mutuo da 200 mila euro, tra 326 e 625 euro l’anno. Il tutto quando gli italiani pagano già mutui ben più salati rispetto al resto d’Europa: la media dei mutui a tasso variabile, a maggio, era in Italia del 5,67% contro il 4,72% della media della zona euro, quasi un punto percentuale in più. Come il governo, anche le banche cercano di tranquillizzare i consumatori, ricordando che i mancati rimborsi dei mutui non hanno registrato incrementi particolarmente significativi. Difficile ipotizzare in Italia una crisi come quella degli Usa, dove la flessione dei valore degli immobili, usati dalle famiglie come leva finanziaria, ha causato insolvenze e conseguenti difficoltà al sistema finanziario. Ciò detto, l’aumento del costo del denaro nell’ultimo anno in Europa è un fenomeno destinato ad avere conseguenze negative anche in Italia. Basti pensare alla crescita esponenziale dei mutui negli ultimi anni: da 180 miliardi di euro a fine 2004, a 213 miliardi nel 2005, poi 240 nel 2006, fino ai 254 miliardi di euro del luglio 2007 (appena un quarto a tasso fisso, quando la media Ue è del 50%). Solo lo scorso anno, secondo Bankitalia, i debiti finanziari delle famiglie sono cresciuti di 50 miliardi, salendo dal 43 al 47% del reddito disponibile. Mentre gli interessi su questi debiti sono saliti dal 6,6% al 7% del reddito.

CORRIERE DELLA SERA, 2/9/2007
MASSIMO MUCCHETTI
E’ possibile che la caduta delle Borse, provocata dalla crisi dei crediti subprime americani, rientri grazie al buon andamento dell’economia reale. E tuttavia il balbettio delle banche centrali e delle altre istituzioni preposte alla vigilanza dovrebbe indurre qualche riflessione. Il fatto che queste abbiano difficoltà a misurare il rischio sistemico derivante dall’esposizione delle loro vigilate ai subprime e ai connessi strumenti finanziari derivati fa pensare che per anni non si sia ben monitorato il fenomeno. Una sottovalutazione del pericolo, come ben si capisce confrontando la rasserenante preferenza per l’autoregolamentazione degli operatori, ribadita dai banchieri centrali ancora nella primavera scorsa, con l’attuale ricorso alla spesa pubblica da parte del liberista Bush per soccorrere le «vittime» di una finanza ritenuta perfetta.
I fatti ci dicono che la fiducia nell’innovazione finanziaria, madrina dei subprime e dei derivati, non è stata sostenuta né dalla conoscenza del fenomeno nel suo complesso né dalla capacità di prevederne gli sviluppi, ma sembra essere stata esaltata dal pregiudizio simpatizzante di chi dagli hedge fund piuttosto che dalle merchant bank internazionali ricava pane, lavoro e status. In queste materie, come ricorda l’economista non ortodosso Andrew Glyn nel suo Capitalismo scatenato, nemmeno i premi Nobel offrono una garanzia assoluta se è vero che Robert Merton definiva il Long Term Capital Management, alla cui creazione aveva preso parte, la «miglior facoltà di finanza al mondo» e un anno dopo questo andò a picco facendo perdere quattrini perfino alla Banca d’Italia (su questo vedi rettifica successiva - ndr).
Si è creduto che, allontanandolo dalla sua origine tramite i derivati, il rischio si frazionasse al punto da scomparire e, invece, si scopre che i derivati non sono la pietra filosofale del nuovo millennio. Gli scandali finanziari americani hanno fatto scuola sul piano della governance societaria. Basti pensare al Sarbanes Oxley Act e alle pesanti condanne inflitte ai bancarottieri della Enron. Ma non al punto da fermare l’eterna rincorsa tra avidità e rigore. Anche l’Italia ha avuto le sue storie esemplari: la Cirio, in fondo, è stata un’anticipazione alla vaccinara dei più sofisticati subprime. Temendo che il gruppo di Sergio Cagnotti non rimborsasse, le banche gli fecero emettere obbligazioni a tassi abbastanza alti da ingolosire il pubblico e con il ricavato ottennero l’agognato rientro, salvo ritrovarsi i risparmiatori inferociti perché poi Cirio non onorò le obbligazioni. Le banche americane hanno finanziato i loro clienti per acquistare casa anche al cento per cento e poi, temendo di ritrovarsi tanti Cragnottini, hanno rifinanziato i prestiti emettendo obbligazioni coperte da strumenti finanziari derivati spesso sottoscritti da banche e fondi europei.
Il gioco poteva reggere fino a quando il prezzo degli immobili, posti a garanzia del rischio assunto dal primo creditore della catena, avesse continuato a salire. E invece, com’ era fatale, a un certo punto è sceso. E così la bomba con la miccia già accesa è rimasta in mano ai più sprovveduti. Ricordate la comica Charlot Soldato? Il generale della Grande Guerra che si gira e passa la bomba al colonnello, questi al maggiore e il maggiore al capitano e così via fino al soldatino Charlie Chaplin che si gira anche lui ma non trova nessuno: esattamente come oggi non trovano sottoscrittori certe obbligazioni.
Per ritrovare un equilibrio non troppo fragile occorrerà riancorare l’economia di carta all’economia reale ricostruendo nei banchieri la capacità di governare il rischio invece di addossarlo ad altri per ritrovarselo infine, senza rendersene conto, sulle proprie spalle. Con l’Erario che paga il conto.

CORRIERE DELLA SERA, 4/9/2007
RETTIFICA A MUCCHETTI
Il fondo Ltcm e la Banca d’Italia
Inesatto è il riferimento di Massimo Mucchetti alla Banca d’Italia nel suo articolo sul Corriere del 2 settembre. Ltcm non fece «perdere quattrini perfino alla Banca d’Italia». Come reso noto all’epoca, l’investimento ebbe un rendimento medio annuo pari a circa l’8 per cento.

LA REPUBBLICA, LUNEDì 3/9/2007
VI.P.
MILANO - Sulla riapertura dei mercati (tranne quello americano, chiuso per il Labor Day) grava un nuovo elemento di incertezza, come se non bastassero tutti quelli esistenti. La Bri, la Banca dei Regolamenti Internazionali, la "banca centrale delle banche centrali" di Basilea, ha espresso ieri tutta la sua preoccupazione per le turbolenze che attraversano la finanza internazionale. Secondo l´istituto, genera inquietudine soprattutto «il credit crunch dovuto all´impennata nella richiesta di liquidità da parte degli investitori, e alla risposta delle banche in cerca di salvaguardia». Qualche perplessità poi l´analisi pubblicata sulla "Rassegna Trimestrale" della Bri la riserva anche alle cospicue iniezioni di liquidità che le banche centrali si sono viste costrette ad effettuare.
A conti fatti, in agosto gli indici segnano ribassi contenuti (il -1,6% di Parigi è il risultato peggiore in Europa) o addirittura qualche passo avanti: nel Vecchio Continente, la maglia rosa spetta proprio a Piazza Affari, dove l´S&P Mib segna un +1,64%, in linea con i mercati americani che hanno guadagnato poco meno del 2% nel Nasdaq e poco più dell´1% nel Dow Jones. Insomma, l´infezione della crisi dei mercati per i mutui subprime finora è stata circoscritta. Rispetto a tre mesi fa, il Nasdaq è sugli stessi valori e Wall Street perde meno dell´1,5%. Peggio sono andati i mercati europei: Piazza Affari in un trimestre ha lasciato sul terreno il 6%. Crisi dei mutui, dunque, che non è detto abbia finito di mordere, e tanto nervosismo rispetto a valori che corrono da quattro anni. E che non è detto restino così alti. Un´occhiata a come si sono comportati i titoli dello S&P Mib la dice lunga: penalizzati nell´ultimo mese sono stati molti titoli industriali. A partire da Fiat, meno 9,13%, battuta in negativo solo da Italcementi (che supera i 10 punti di perdita) mentre Impregilo e Bulgari cedono i più dell´8%, Buzzi si ferma poco oltre il 6% e Luxottica fa appena peggio, - 6,5%. Di contro i titoli bancari e le assicurazioni hanno il segno più, incuranti del fatto la crisi dei mutui dovrebbe colpire ben prima i titoli finanziari e solo in un secondo momento quelli ciclici, che scendono quando le previsioni sono per un forte rallentamento della crescita.
(vi.p.)

CORRIERE DELLA SERA, MERCOLEDì 5/9/2007
GIANCARLO RADICE
MILANO – Gli effetti della crisi finanziaria legata ai mutui subprime americani non si sono ancora fatti sentire. Ma il progressivo sgonfiarsi del boom immobiliare, unito alla frenata degli investimenti, ha già provocato un brusco rallentamento della crescita economica di Eurolandia. L’istituto comunitario di statistica, Eurostat, ha reso noto ieri che nel secondo trimestre di quest’anno il tasso di sviluppo nei 13 paesi dell’euro si è fermato a più 0,3% (e più 0,5% nella Ue a 27), contro il più 0,7% dei primi 3 mesi 2007. All’Italia spetta il ruolo di coda: soltanto lo 0,1% la crescita fra aprile e giugno, contro un progresso dello 0,3% nei tre mesi passati.
Si tratta di un segnale chiaro anche per la Banca centrale europea, che con tutta probabilità, nella riunione di domani, lascerà inalterati al 4% i tassi di riferimento. A contribuire al rinvio di quel rialzo che il governatore Jean-Claude Trichet aveva annunciato all’inizio dello scorso mese, sono anche le incertezze che ancora regnano sui mercati finanziari. Non a caso la Bce ha immesso ieri nel sistema interbancario nuova liquidità per 46 miliardi di euro, con un’operazione pronti contro termine che ha visto i tassi salire fino al 4,30%. La Bce ha anche assegnato, nella sua asta settimanale, altri 256 miliardi a un tasso del 4,15%, per far fronte alle richieste di 356 istituti di credito per un totale di 426,35 miliardi.
Nessun intervento sul mercato, invece, da parte della Federal Reserve americana. Che però, insieme ad altre authority di regolamentazione del settore bancario, ha messo a punto alcune linee guida per la gestione dei rischi di default sui mutui immobiliari: un «vademecum» rivolto alle società che erogano finanziamenti, affinché gestiscano con i propri clienti i possibili mancati pagamenti delle rate dei prestiti sull’acquisto di case.
In Europa, a contrastare il calo delle nuove richieste di costruzioni d’immobili,non sono bastati nè il buon andamento dei consumi nè l’incremento dell’export. Trasferiti su base annuale, i dati trimestrali annunciati ieri da Eurostat dicono di un prodotto interno lordo in crescita del 2,5% nell’area euro, contro il 3,2% dei tre mesi precedenti (e del 3,3% per l’Unione dei 27 paesi). Crescono invece dell’1,1% (e dello 0,27% per la Ue) le esportazioni, mentre i consumi delle famiglie sono saliti dello 0,5% nei paesi dell’euro e dello 0,6% nell’Unione a 27.
Per il resto dell’anno, comunque, la Commissione di Bruxelles rimane fiduciosa su una crescita dell’economia «in maniera decisa». I dati diffusi ieri dalla Direzione per gli affari economici e monetari parlano di un Pil in aumento fra lo 0,3% e lo 0,8% nel terzo trimestre 2007, e fra lo 0,2% e lo 0,8% nel quarto. Si tratta di stime solo lievemente inferiori rispetto a quelle emanate all’inizio di agosto, prima della bufera finanziaria che ha investito i mercati internazionali. Per il primo trimestre 2008, infine, la Commissione indica un tasso di crescita nell’euro zona tra lo 0,2% e lo 0,9%.

LA REPUBBLICA, MERCOLEDì 5/9/2007
SARA BENNEWITZ
MILANO - Sono tante le aziende italiane che hanno bisogno di reperire nuove risorse sul mercato e l´attuale crisi dei mutui di seconda scelta fa tremare i polsi a società come Gemina, Italease, Tiscali e Snia, che si apprestano a chiedere agli investitori oltre 2,2 miliardi di liquidità. L´agenda di Piazza Affari per quest´autunno è inoltre fitta d´impegni, tra cui il bond da 10 miliardi (di cui 2 riservati ai risparmiatori) di Enel per l´acquisto di Endesa, o l´arrivo di una pattuglia di Ipo che, date le condizioni di mercato, potrebbero anche fare retromarcia. La crisi dei subprime ha già costretto il colosso americano Home Depot a fare uno sconto del 18% ai fondi private equity che avevano acquistato la sua divisione all´ingrosso. Ieri invece sotto i riflettori è finita l´offerta da 71 miliardi di Bank of Scotland su Abn Amro: la triplice alleanza tra scozzesi spagnoli e belgi potrebbe usare la clausola sulle «oggettive condizioni avverse» per ridurre l´Opa pari a 38,2 euro per ogni azione, del resto il debole andamento dei mercati ha reso l´offerta concorrente di Barclays meno competitiva che mai e pari a 33,2 euro per ogni Abn. A Milano, invece, Gemina si appresta a lanciare un aumento di capitale da 1,25 miliardi per reperire le risorse che lo scorso giugno hanno permesso alla società di liquidare McQuarie dagli Aeroporti di Roma. Il gruppo che gestisce gli scali di Fiumicino e Ciampino si è avvalso di un prestito ponte che ora dovrà rimborsare ricorrendo al mercato. Ma Gemina ha anche bisogno delle risorse da investire in Adr (a marzo si parlava di almeno 2 miliardi), per rendere gli scali romani adeguati a smaltire i bagagli, che quest´estate sono costati al gruppo non pochi reclami. Anche Tiscali ha annunciato una ricapitalizzazione da 220 milioni per finanziare lo sviluppo. E questo vale sia per l´inglese Pipex (rilevata a luglio per 310 milioni), ma anche per i nuovi progetti tra cui l´asta per Tele2. Un boccone che per l´Isp sardo potrebbe risultare indigesto, anche perché la rivale Wind non si arrenderà facilmente. Tuttavia per colpa dei subprime, Naguib Sawiris ha rinunciato all´Ipo della sua Orascom (la controllante di Wind) ripiegando per una vendita del 20% della società ai private equity. Banca Italease, invece, è costretta a ricorrere al mercato per ripianare il buco creato con l´utilizzo dei derivati e di una gestione «garibaldina» delle attività di leasing. A questo proposito sabato 8 verrà chiesto ai soci di Italease di autorizzare un aumento fino a 700 milioni. Quanto a Snia, da tempo versa in gravi difficoltà economiche, tanto che a giugno è finita nella lista nera della Consob. Il gruppo chimico ha liberato una ricapitalizzazione da 44 milioni, la terza in quattro anni e potrebbe non essere l´ultima: l´aumento, garantito da Banca Imi, basta appena per ripianare i debiti, ma Snia brucia cassa e non riesce a vendere nemmeno i terreni in via di bonifica.
MILANO - Aggrappati alla Federal Reserve. I mercati finanziari sembrano avere una fiducia totale nelle mosse della Banca centrale americana. accaduto anche ieri: la nuova immissione di liquidità per 5 miliardi di dollari da parte della Fed (che aveva richieste per 43 miliardi) ha avuto il doppio effetto di diffondere ottimismo in tutte le Borse tra le due coste dell´Atlantico e di rimuovere le notizie negative sui dati macroeconomici in arrivo dagli Stati Uniti.
Nel primo caso, la giornata sui mercati ha visto il Dow Jones, il principale indice di Wall Street, tornare sopra i 14mila punti, ai livelli precedenti la bufera di Ferragosto scatenata dal crac dei mutui cosiddetti subprime (destinati ai risparmiatori ad alto rischio di insolvenza). Il Dow Jones ha poi perso quota, ma ha chiuso in frazionale rialzo. E ancora meglio ha fatto il Nasdaq dei valori tecnologici. La partenza sprint di New York ha permesso anche alle piazze europee di terminare in terreno positivo dopo una partenza stentata.
Sulla cattiva partenza delle Borse del Vecchio Continente ha pesato la pubblicazione del dato del Pil nell´Eurozona. Eurostat ha confermato le previsioni della vigilia su un rallentamento della crescita economica: nel secondo trimestre 2007 il Pil ha messo a segno un +0,3% nell´area dell´euro, contro il +0,7% dei primi tre mesi. L´Italia, da parte sua, sta in coda all´intera Unione europea, con una crescita dello 0,1%, contro lo 0,3% del precedente trimestre. Ora i mercati attendono le decisioni della Banca centrale europea sui tassi di interesse: ma la ripresa delle Borse, confermata anche ieri, fanno intendere che gli operatori scommettono sul fatto che il costo del denaro non verrà modificato.
Dall´altra parte dell´Atlantico, invece, ci sperano. E si attendono a breve che il governatore della Fed, Ben Bernanke traduca in fatti la sua disponibilità ad agire per il bene dell´economia Usa. Sebbene, al momento, preferisca continuare nella sua politica di aumentare le disponibilità di denaro. Con i cinque miliardi di ieri, ha annullato il potenziale effetto negativo di due dati macro. Entrambi inferiori alle attese degli analisti. Il primo riguarda l´indice Ism manifatturiero, una sorta di sondaggio tra i responsabili degli acquisti di 400 imprese industriali: a luglio ha avuto un calo dello 0,4%, il peggiore degli ultimi sei mesi. Mentre il secondo interessava le spese per le costruzioni, a sua volta in calo dello 0,4% (-1,4% le sole spese per abitazioni).
Il mercato immobiliare continua a costituire la principale preoccupazione per la Federal Reserve. Assieme ad altre authority di regolamentazione del settore bancario, la Fed ha messo a punto le linee guida speciali per la gestione dei rischi default dei mutui. In particolare, con una nota, ha sollecitato le società che erogano finanziamenti a gestire con i propri clienti i possibili mancati pagamenti delle rate. In particolare, si invitano le istituzioni finanziarie a convertire il tasso variabile in fisso o indicizzato, oltre a un più attento esame delle condizione finanziaria dei mutui e di quei fattori che possono impedire i pagamenti. Infine, nelle linee guida si prevede un uso più accorto delle cartolarizzazioni garantite da prestiti ad alto rischio.