Francesco Ramella, La Stampa 27/8/2007, 27 agosto 2007
E’ noto che i processi di fusione nucleare, oltre a sprigionare energia, tendono a innescare reazioni a catena
E’ noto che i processi di fusione nucleare, oltre a sprigionare energia, tendono a innescare reazioni a catena. Qualcosa di simile è in corso in Italia con la nascita del Partito democratico che, complice la prospettiva di una riforma elettorale, sta generando ripercussioni sia alla sua destra sia alla sua sinistra. E se a destra, per il momento, ci si muove ancora sul piano delle ipotesi, a sinistra invece è già stato avviato qualcosa di più concreto. Seppure in forma contrastata e incerta, i partiti della sinistra radicale hanno compiuto i primi passi che li porteranno - stando alle dichiarazioni - a creare un nuovo soggetto politico di tipo confederativo. Che ci siano difficoltà, resistenze, ostacoli da superare è scontato. La fisica insegna che per ottenere la fusione di due nuclei è necessario fornire loro un’energia sufficiente per superare le resistenze elettrostatiche che li tengono separati. In politica ciò significa che, per sfruttare un’opportunità favorevole a una riaggregazione di partiti, deve emergere una leadership sufficientemente abile e motivata da vincere le resistenze interne alle proprie organizzazioni. La sinistra radicale possiede una simile classe dirigente? Difficile dire a priori se quelli che finora si sono configurati come abili «imprenditori della divisione» (tre dei quattro partiti in questione sono nati da scissioni successive) risulteranno altrettanto efficaci nei giochi di cooperazione. L’esperienza di Izquierda unida Indubbiamente, però, la nascita del Pd ha creato un’occasione molto favorevole per un rassemblement della sinistra radicale. La scomparsa dei Ds, infatti, lascia scoperto lo spazio della tradizione comunista e socialdemocratica, che ha ancora un notevole appeal nell’elettorato italiano. Non c’è dunque da stupirsi se molti esponenti della sinistra radicale sottolineano la deriva moderata e centrista del nuovo partito riformista. Più riescono ad accreditare presso gli elettori questa rappresentazione, più spazio di manovra si apre per la costituenda «cosa rossa». E tuttavia questa tattica ha dei limiti e dei rischi ben precisi: sia sul fronte dei rapporti interpartitici sia su quello elettorale. Al proposito basta fare un veloce richiamo all’esperienza di Izquierda unida (Sinistra unita), l’alleanza varata dai partiti della sinistra radicale spagnola nel 1986. Questa coalizione riesce, in una prima fase, ad arrestare il declino del Partito comunista e, successivamente, ad allargare i propri consensi elettorali opponendosi al governo socialista di González. La dura contrapposizione con il Psoe - accusato di aver abbandonato le posizioni di sinistra e di attuare politiche neo-liberiste e antisindacali - conduce però Izquierda unida in un «cul de sac». Una lezione da non trascurare Da un lato, ne neutralizza la capacità coalizionale e, dall’altro, rinforza tra gli elettori la logica del «voto utile» a favore del Psoe, per arginare il pericolo, questo sì «reale», di una vittoria della destra. Il risultato è che nelle elezioni del 2000 e del 2004 Izquierda unida dimezza i suoi consensi crollando al 5%. Certamente ci sono differenze rilevanti tra la Spagna e l’Italia: non solo il sistema elettorale, ma anche la presenza di un forte Partito socialista che presidia la competizione a sinistra. E tuttavia, la lezione spagnola non dovrebbe essere trascurata dai dirigenti della «sinistra unita» italiana, quando in autunno si troveranno a riprendere il loro processo unitario e a decidere fino a che punto spingere la mobilitazione contro il governo Prodi. La competizione-scontro con i riformisti, infatti, non può essere portata oltre certi limiti, altrimenti rischia di far saltare il banco e produrre un fenomeno piuttosto noto, quello delle «profezie che si autoavverano», facendo imboccare definitivamente al Partito democratico la strada delle alleanze di centro. Stampa Articolo