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 2007  agosto 27 Lunedì calendario

Dicono che le brave ragazze vanno solo in Paradiso. Le cattive dappertutto. Chiara Poggi sarà là che ci guarda dal Paradiso, e chissà cosa pensa di tutta questa confusione

Dicono che le brave ragazze vanno solo in Paradiso. Le cattive dappertutto. Chiara Poggi sarà là che ci guarda dal Paradiso, e chissà cosa pensa di tutta questa confusione. Oggi forse ci diranno una verità sull’inchiesta, magari ci ripeteranno che non hanno niente. Quando capitano queste cose, è il dramma delle brave ragazze. Anche Chiara non ha lasciato molto, perché quelle come lei non fanno mai niente di strano e le cose buone che fanno le fanno in silenzio. Ce ne siamo quasi dimenticati in questi giorni. Ilenia, una sua compagna di scuola al Luigi Casale di Vigevano, ragioneria, sezione B, c’è stata insieme cinque anni e ricorda solo che «era molto brava, si impegnava tanto ed era un po’ timida». Un altro dice che «sai, era riservata, non è che raccontasse cose sue. Per quel che rammento, alle gite scolastiche, dove fanno tutti una gran baldoria, lei non veniva neanche». Così seria, che poi era quasi normale vederla uscire assieme ad Alberto, con quella sua faccia da bravo ragazzo, i suoi modi un po’ affettati, uno che a scuola, al liceo scientifico Omodeo di Mortara, se la cavava bene in tutte le materie, proprio come lei, che era sempre così ordinato, preciso, severo. Proprio come lei. Chiara Spaltini, figlia del sindaco di Garlasco, conosceva lei e andava a scuola con lui. Dice che «Chiara era una ragazza minuta, poco appariscente, molto attenta e perbene». Ma anche lui era così: «In quattro anni che siamo stati vicini di banco, non l’ho mai visto perdere le staffe, non ricordo un solo episodio in cui mi sia sembrato strano, indecifrabile o, peggio, inquietante. Molto diligente, molto studioso, molto quadrato. Un po’ riservato, ma non lo era in maniera eccessiva, o patologica: con gli amici si apriva, come tutti, senza particolari difficoltà». Anche gli investigatori che indagano su questo delitto se ne sono accorti. Solo che loro ci hanno intravisto quasi un sentimento di freddezza. Molto intelligente e molto freddo. Durante tutte quelle lunghissime ore di interrogatorio, «non ha mai perso la testa, è rimasto sempre attento a tutto quello che gli dicevamo e che succedeva. Quasi scientifico». Forse anche Chiara era così, non lo sapremo mai. A Pavia si era laureata il 20 dicembre del 2005 con una tesi in Economia e gestione delle imprese. Il professor Gabriele Cioccarelli ancora se la ricorda, «perché aveva fatto davvero un ottimo lavoro». E l’assistente che la seguì in quei giorni, Stefano De Nicola, ha detto ai giornalisti che aveva conosciuto «una persona decisa, determinata, quasi cocciuta». Dopo la laurea con 110 e lode, aveva cominciato un lavoro da stagista alla Computer Sharing di Milano. Faceva l’analista contabile: «adattava i nostri software alle esigenze dei clienti». Se ai colleghi chiedi com’era, rispondono come i suoi compagni di scuola, i suoi professori, i suoi amici: «Una ragazza riservata, molto seria e molto professionale. Aveva imparato subito il lavoro e si era ambientata bene». Le parole sono sempre le stesse. Però, quello che colpisce è un’altra cosa, che non viene quasi mai detta. La sua forza erano le sue radici. Quand’era più giovane, non era una di quelle che hanno sempre l’occhio alla strada, ai passanti, alle ville del paese, ai campi perduti in fondo al cielo, a queste distese d’erba davanti alle gaggie. Non era di quelle che sognava di far fortuna, di andare lontano, che chiudeva gli occhi per sperare che al di là di quei prati ci fosse un altro paese più bello e più ricco. «Chiara doveva essere contenta di quello che aveva», ha detto un suo amico di università. «Non è che lo dicesse, ma lo capivi, perché era di poche parole, ed era soprattutto una tipa serena. Positiva». Così timida, così silenziosa e riservata, che persino da vittima, in fondo, è quasi sparita dietro al clamore della sua terribile vicenda, nascosta nell’ombra fra le luci accese sulle sue incontenibili cugine, sul fidanzato della Bocconi e sugli altri fidanzati, su Fabrizio Corona e la sua corte, sul paese e gli stenti dell’inchiesta. Quando hanno cercato attorno alla sua vita, hanno trovato soltanto quello che si può trovare su una brava ragazza come lei. Hanno chiamato amici, parenti, concittadini. Niente, le solite cose. Hanno spulciato fra le sue carte. Niente anche qui. Nient’altro che qualche scarno appunto e pochi numeri di telefono. Sulla rubrica del cellulare, Chiara aveva memorizzato solo quelli di mamma e papà, del fidanzato Alberto, dei parenti e degli amici più stretti. Una decina di numeri in tutto. Cercando fra il suo cellulare e i tabulati del traffico telefonico, gli inquirenti hanno ritrovato alla fine sempre lo stesso ritratto, «quello di una ragazza semplice e pulita», come ha spiegato ai giornalisti uno degli investigatori, «tutta casa, ufficio e fidanzato, che si concedeva solo una uscita il sabato sera e basta, e che conduceva una vita molto tranquilla, persino troppo tranquilla per la sua età». In questo paese di tetti bruni ammonticchiati, quasi dei nascondigli sicuri, Chiara era una che stava bene, come se ce lo avesse nelle ossa, come se lo conoscesse senza bisogno di parlarne. Eppure qui l’hanno uccisa, dove lei si sentiva più sicura. Perché la morte è sbucata dalle sue radici, dal suo passato immobile, da questa quiete che lei si portava dentro anche quando andava via.I genitori al camposanto E’ stata una domenica particolare per i Poggi, trascorsa nel ricordo della figlia , di cui sono andati a visitare la tomba. All’uscita dal cimitero di Pieve Albignola, dove non erano potuti andare per tutta la settimana, Giuseppe Poggi ha commentato: «Non ho più mia figlia e spero mi diranno come è successo». Poche anche le parole della madre: «Dobbiamo ricominciare a vivere». L’omelia in chiesa Il nome di Chiara non è risuonato neppure una volta ieri mattina tra le navate della Chiesa di Santa Maria Assunta di Garlasco, la stessa dove erano stati celebrati i funerali. Ma è come fosse stata lì. Il parroco don Giorgio Amiotti, nella messa domenicale più frequentata, ha chiesto ai fedeli silenzio e preghiera, e non chiacchiere. Nei banchi non c’erano le famiglie più colpite dalla tragedia. I Cappa al cimitero Nel pomeriggio, anche la famiglia Cappa al completo - papà Ermanno e la moglie Maria Rosa Poggi, le due gemelle Stefania e Paola e l’altro figlio Cesare - è andata alla tomba di Chiara. E lì avrebbe voluto andare anche il padre di Alberto Stasi, Nicola, che è stato visto in mattinata avvicinarsi al cimitero, ma è stato dissuaso dalle telecamere.