Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  agosto 23 Giovedì calendario

Kashagan L’Eni e il ricatto degli oleodotti. La Stampa 23 Agosto 2007. Petrolio da estrarre per quarant’anni - al ritmo di un milione e mezzo di barili al giorno -, duecento miliardi di profitti (in dollari) per le compagnie petrolifere

Kashagan L’Eni e il ricatto degli oleodotti. La Stampa 23 Agosto 2007. Petrolio da estrarre per quarant’anni - al ritmo di un milione e mezzo di barili al giorno -, duecento miliardi di profitti (in dollari) per le compagnie petrolifere. Benvenuti nel grande gioco di Kashagan, mar Caspio, un’ottantina di chilometri al largo delle coste del Kazakhstan. Sul più ricco giacimento di oro nero scoperto negli ultimi 30 anni (categoria giant field, campo gigante) sventola la bandiera italiana: dal 2001 l’Eni guida il consorzio che si è aggiudicato le attività di ricerca, sviluppo e produzione. Dopo sei anni e dieci miliardi di dollari di lavori già appaltati, il governo kazako ha giocato due mosse curiose. Un paio di settimane fa il primo ministro Karim Masimov ha prospettato una revoca della concessione perché il consorzio ha annunciato che l’avvio della produzione slitterà di due anni, dal 2008 al 2010, e i costi saranno più alti del previsto (per la prima fase del progetto sono cresciuti da 10 a 19 miliardi di dollari). Masimov chiede un risarcimento per i due anni di produzione mancata. Poi è arrivato il ministro dell’Ambiente Nurlan Iskakov: accusa l’Eni di non rispettare le leggi ambientali del paese e minaccia di «sospendere le operazioni». I numeri dicono che Kashagan è l’affare del secolo, l’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni si prepara a partire per il Kazakhstan. Più difficile del previsto Sostiene l’Eni che dietro al rinvio ci sono ragioni più che solide. Non è facile strappare l’oro nero alle viscere del Caspio, si lavora in condizioni estreme: lassù il mare è coperto di ghiaccio per quattro mesi l’anno. Nel greggio ci sono alte concentrazioni (fino al 20%) di acido solfidrico, che va eliminato. I giacimenti si trovano 5000 metri sotto il livello del mare, l’oro nero esce a una pressione di mille atmosfere. D’inverno le temperature scendono fino a meno 40, d’estate raggiungono i 40 gradi. Altro che tecnologie avanzate: Kashagan, assicurano i tecnici Eni, è un vero e proprio laboratorio di ingegneria dell’estrazione. E se è vero che il consorzio ha rinviato due volte (la prima dal 2006 al 2008) l’avvio della produzione e ha alzato il budget, è altrettanto vero che le prospettive, con il passare del tempo, migliorano. S’era partiti da una stima di un milione 200 mila barili al giorno (a pieno regime), oggi - dopo i test fatti sui primi tre pozzi messi in opera - le previsioni dicono un milione e mezzo, una crescita del 25%. Anche l’aumento dei costi si spiega, secondo la compagnia, con fattori esterni: i rincari di materie prime e servizi nell’industria petrolifera (nel 2001 il barile di petrolio viaggiava sotto i 20 dollari, oggi è a quota 70), una serie di difficoltà tecniche inattese che si sono dovute affrontare, e diverse migliorie agli impianti rispetto ai progetti originari: quelle che hanno permesso di alzare le stime di produzione. Quanto alle leggi sull’ambiente, a Roma ostentano tranquillità assoluta. Spiegano: Eni estrae petrolio a Karachaganak, nel nord del Paese, dal 1997. Mai ricevute contestazioni. Il gioco delle pipeline Ora si tratta di capire se, come ha ipotizzato il Wall Street Journal, il governo kazako sta semplicemente alzando la posta: Masimov non nasconde che la «sua» quota sull’estrazione (il 10%) non gli basta. Vorrebbe quadruplicarla. L’eventuale revoca della concessione, d’altro canto, è un’arma a doppio taglio. Ne è consapevole per esempio il ministro dell’Economia kazako Bakhit Sultanov, più conciliante dei suoi colleghi di governo: l’allontanamento dell’Eni, ha detto, rischia di provocare altri rinvii e - soprattutto - un buco nelle casse dello Stato. Resta il fatto che Kashagan e il Kazakhstan rappresentano qualcosa più del «giant field» e dei miliardi di dollari che se ne possono ricavare. La leadership su due giacimenti kazaki garantisce all’Eni un ruolo di primo piano nella geopolitica della produzione e - soprattutto - del trasporto dell’oro nero attraverso il Caucaso. Che non è solo una delle zone più ricche di petrolio del mondo, è la cerniera tra Europa e Asia. Il petrolio prodotto a Kashagan dovrebbe prendere due strade: verso oriente grazie all’oleodotto che collega i giacimenti di Atasu con Alashankou in Cina. Dall’altra parte si lavora invece a una pipeline che porterebbe il petrolio kazako fino al porto di Baku, in Azerbaijan, sulla costa occidentale del mar Caspio: i governi kazako e azero hanno già firmato un’intesa. A quel punto, grazie all’oleodotto Baku-Tiblisi-Ceyan (di cui Eni possiede una quota) il greggio potrebbe arrivare direttamente in Europa: il progetto è appoggiato dal ministro kazako per l’Energia Baktykozha Izmukhambetov. In entrambi i casi la Russia è tagliata fuori. Mosca s’è già fatta sentire nel 2002, intervenendo sulla questione del gas naturale che esce con il petrolio dai pozzi del mar Caspio. Il big russo dell’energia Gazprom, proprietario di tutti i gasdotti kazaki, ha annunciato nel 2002 che non trasporterà il gas di Kashagan, nonostante gli ottimi rapporti tra Eni e Gazprom. Appena si sono aperte strade alternative alle vecchie rotte sovietiche (via Russia), sono cominciate le difficoltà. Il ruolo degli italiani Nè bisogna sottovalutare che l’Eni ha un ruolo di primo piano in un paese che già oggi è il più importante produttore di petrolio dell’Asia centrale ed è destinato - con l’avvio della produzione a Kashagan - a diventare il quinto produttore mondiale. Un paese che cresce a rotta di collo (9%), nel quale gli idrocarburi rappresentano il 30% del Pil e il 50% delle entrate dello Stato e che ha assoluto bisogno di investimenti stranieri per far fruttare la sua ricchezza sotterranea. Nessuno mollerà la presa: anche perché nel sottosuolo kazako, oltre agli idrocarburi, ci sono interessanti riserve di uranio. Ancora energia: questa è un’altra storia ma è lo stesso grande gioco. MARCO SODANO