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 2007  agosto 27 Lunedì calendario

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI

VIGEVANO (Pavia) – «Sono stanchissima, guarda...». Ogni tanto Rosa Muscio stacca, per non impazzire. Telefona a qualche amico. E si concede sussurri: «Una fatica enorme. Non mi fermo da due settimane. Sto lavorando come non mai...». Rosa tiene sempre le tende basse. La luce accesa fino a tardi. Gli occhiali da secchiona sulle carte. Parla solo se non la sentono. Esce solo se non la vedono: a notte fonda, o la mattina prestissimo, e con la certezza certissima che i giornalisti abbiano mollato l’assedio di piazzetta Lavezzari, davanti alla Procura. Un’ossessione, l’occhio pubblico sul suo lavoro: «Questa pressione mediatica è dannosa – si sfoga con un collega ”. Mi sta costringendo a fare tutto di fretta».
Di fretta. Due settimane dopo l’assassinio di Chiara, i tempi di chi indaga non sembrano quelli di chi aspetta. Rosa Muscio va passin passetto. Una qualità, se le andrà bene. Un segno di debolezza, se non ne verrà a capo. «Scrupolosa, coscienziosa e tenace», come la definisce la sua ex capa Carmen Manfredda, la pm Rosa s’è finora fatta notare solo nel non farsi notare. Imperturbabile, com’è stata un mese fa di fronte a Calogero Vaccarello, papà d’un ragazzo di Gaggiano travolto da un pirata della strada, un uomo disperato che chiedeva l’intervento di Mastella e intanto le urlava: «Dottoressa Muscio, come mai avete rintracciato l’assassino di mio figlio, sapete chi è, eppure non l’arrestate? Perché? Se fosse successo a una sua parente, credo che l’articolo giusto della legge giusta sarebbe saltato fuori, per arrestarlo!...». Impermeabile, Rosa, come si mostrò tre anni fa nel caso di Lovina Oboh, una colf nigeriana di 24 anni sgozzata in cucina che tranquilla aveva accolto in casa l’assassino (proprio come Chiara) e fu sepolta senza che si trovasse l’arma, il movente, figurarsi il colpevole: gli investigatori avevano elementi per incastrare un tale, raccontano, ma per la pm quelle non erano prove e s’archiviò tutto.
Poco cordiale, molto formale. Bocca di Rosa è sempre cucita, dicono gli avvocati. Studi romani, una tappa a Brescia. La famiglia viene dalla Lucania, patria giudiziaria di Woodcock. La carriera nasce in Polizia, culla investigativa di Di Pietro. 38 anni, un marito in banca, nessuna frequentazione di Lyons o di mondanità lomelline, un buon rapporto col collega di Procura, Claudio Michelucci, e col capo della Polfer di Bologna, Ferdinando Palombi, che lavorava qui. Aspettando di diventare toga, la dottoressa Muscio ha fatto il vicecommissario dell’anticrimine a Pavia, è stata un anno a Milano, il 13 ottobre festeggerà i quattro anni di questo suo primo incarico a Vigevano. «Un po’ inesperta», è il giudizio di qualche collaboratore. Come s’è visto mercoledì, quando ha accolto la richiesta del fidanzato di Chiara e l’ha interrogato: «Di solito è il pm a dettare i tempi di un’inchiesta, non l’indagato ». Eppure, torchiare dovrebbe essere il suo pane: qualche mese fa, ha incastrato un’insospettabile maestra elementare che s’era invaghita d’un rapinatore e che, per amore, saccheggiava con lui banche e supermarket. Omicidi colposi, stupri, i reati di routine, Rosa li chiude rapida: un ex assessore provinciale della Lega che aveva ammazzato il padre, una vicesindaca lomellina che fumava hashish con tutta la famiglia... Anche il 9 agosto, con l’ultima indagine «normale» prima dello tsunami di Garlasco: il suicidio in carcere d’un malato di Aids. Se il giallo è giallo vero, però, càpita che il fascicolo resti sul tavolo: come venire a capo dello strano omicidio dei fratelli Di Martino, due agrigentini di Abbiategrasso trovati uccisi a distanza di anni nello stesso luogo e nello stesso modo?
Casi così a impolverarsi, adesso. C’è la pressione mediatica, addosso. Ieri pomeriggio, una troupe tv bivaccava in piazzetta Lavezzari. Suolo pubblico, ma l’occhio di Rosa non ha tollerato. Un piantone è sceso imbarazzato: «La dottoressa dice di levarvi da qui...». La Muscio non ha fretta, l’Italia aspetta: magari a debita distanza.