Varie, 26 agosto 2007
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Palazzolo Vito
• Terrasini (Palermo) 31 luglio 1947 • «L’altra faccia della mafia vive lontano da Montagna dei Cavalli, dalla cicoria di Bernardo Provenzano, dalla vita dignitosa ma decisamente modesta che a Corleone conducono le famiglie dei due padrini di Cosa nostra: don Binu e don Totò Riina. L’altra faccia della mafia vive tra palme lussureggianti e ville coloniali, viaggia in Mercedes, frequenta il jet set europeo che sverna nelle oasi (anche nel senso delle agevolazioni fiscali e delle leggi tolleranti) del Sud Africa. Gode di influenti amicizie politiche, cena con dignitari e ministri di quegli Stati ancora giovani dal punto di vista democratico. Assume i superpoliziotti, ogni volta che questi si apprestano a mettere il naso negli affari miliardari. L’altra faccia della mafia ha i lineamenti meridionali di Vito Roberto Palazzolo , classe 1947, nato a Terrasini (Palermo), a due passi dall’incantevole Cala Rossa, un tempo meta degli amanti del mare pulito e degli spaghetti ai ricci. Ha un forte accento siciliano, l’altra faccia della mafia, seppure facilmente occultato dalla dimestichezza con le lingue europee, indispensabili per i contatti di natura economica e finanziaria. Adesso “Vituzzu” [...] non si chiama più neppure Palazzolo. Ma non ha dimenticato il suo sangue, l’origine. Parla quasi tutti i giorni con amici e parenti. Specialmente con la sorella, Sara, che da Terrasini provvede alle necessità del fratello lontano. Soprattutto, “Vituzzu” deve stare molto attento alle trappole giudiziarie della polizia italiana e del Fbi di New York. E allora “Vituzzu” deve tentare ogni difesa. Compresa quella dell’identità: già, perché oggi Palazzolo è diventato addirittura un erede della dinastia zarista con la roboante identità di Robert von Palace Kolbatschenko, influente uomo d’affari e titolare di svariate attività: dalle banche di Joannesburg, agli struzzi in Namibia. E poi i diamanti in Angola o ancora le acque minerali dell’azienda “La terre de luc” di Franschoek, a Città del Capo. Era già diventato mister Kolbatschenko quando la polizia italiana tentò di riportarlo in patria per processarlo. Accadde nei mesi a cavallo tra il 1996 e il ’97. Tre agenti dello Sco (il servizio centrale) sbarcarono in Sud Africa e puntarono verso Franschhoek (Città del Capo), sede dell’azienda di acque minerali e centro del potere di Palazzolo. Il telefono di “Vito l’Africano” aveva lasciato intendere che in quel periodo a Cape Town si poteva fare buona caccia, perché ospiti del siciliano erano due mafiosi in ascesa e ricercati in Italia e persino don Mariano Tullio Troia, allora indicato come il capo del prestigioso mandamento di Resuttana e San Lorenzo. La polizia italiana trovò, o credette di trovare, un alleato nel generale André Lincoln, nominato da Mandela per contrastare il malaffare e la corruzione. Ma i nostri agenti furono ingannati: invitati a viaggiare come turisti per non scoprirsi finirono addirittura fermati dalla polizia locale, chiusi in una stanza dell’aeroporto e liberati solo dopo il tardivo intervento di Lincoln. Il generale si scusò dicendo che c’era stato un equivoco con gli agenti aeroportuali. Ma anche dopo, il suo atteggiamento rimase collaborativo solo a parole. Addirittura fu inscenato un maldestro tentativo di corruzione, con tanto di “stangone” incaricate di dare compagnia ai poliziotti italiani mentre si aspettava l’ora X per un blitz che non fu mai eseguito. O meglio, Lincoln disse di aver fatto irruzione in un appartamento risultato vuoto. I poliziotti italiani cominciarono ad innervosirsi, anche perché le intercettazioni telefoniche di cui disponevano parlavano chiaramente, con nomi e cognomi, di Giovanni Bonomo e Giuseppe Gelardi, i latitanti ospitati da Vito. A distanza di tanto tempo si può dire che rischiarono la vita, i nostri poliziotti. A salvarli fu un collega del generale, Abraham Smith, che li mise in guardia sulla lealtà di Lincoln. L’ordine di Roma fu di rientrare immediatamente perché non c’erano più le condizioni per operare. Per la verità ci fu un secondo tentativo di mettere le mani sui Palazzolo. Ancora lo Sco agganciò Karin, la giovane moglie tedesca di Christian, figlio di don Vito. La ragazza era fuggita in Germania col figlioletto, una volta resasi conto di dove era finita, e il marito premeva almeno per riavere il bambino. Karin fu convinta dagli investigatori a proporre a Christian un incontro per fargli vedere il bimbo. Tutto sarebbe accaduto in Germania, dove la collaborazione tra polizie era meno complicata. Sembrava fatta ma all’ultimo momento dal Sud Africa arrivò il contrordine: “Se vuoi, vieni tu qui”. Forse don Vito aveva fiutato la trappola. È incredibile, la storia di von Palace. Ma a raccontarla si spiegano anche certi misteri siciliani. “Vituzzu” incarna uno di quei personaggi che fa girare la macchina di Cosa nostra e consente all’economia mafiosa di insinuarsi nei varchi lasciati aperti dai soldi puliti. [...] Il suo buen retiro di Cape Town [...] è stato teatro di sfarzi e ricevimenti. E da lì è passata tanta bella gente: Paolo Pillitteri e Rosilde Craxi, per citare solo i più famosi. In quel paradiso hanno svernato molti rappresentanti della Milano che produce, nomi importanti che rappresentano un buon tramite per gli agganci politici che a “Vituzzu” servono per parare i colpi dei magistrati italiani e americani. A Cape Town von Palace ha ospitato Daniela Palli, una signora milanese ma keniana di adozione, che in tempi recenti sarebbe servita al nostro eroe per per cercare un aggancio col senatore Marcello Dell’Utri. L’obiettivo era quello di invocare difese alla persecuzione giudiziaria: che dire, una raccomandazione, una interrogazione parlamentare, un piccolo intervento ministeriale in direzione dei problemi legati alla partita dell’estradizione. “Vituzzu” incarica la fedele Sara, la sorella di Terrasini, di intrecciare le cose e arrivare al politico. La istruisce al telefono, le consiglia di farsi un promemoria, la induce a far intendere all’interlocutore che saprà ricompensare tutti “col prestigio presso il governo africano, in vista di eventuali affari”. E la conforta suggerendole che non è proprio impresa impossibile agganciarlo, perché il senatore “è già battezzato”, cioè sembra aver già ricevuto la segnalazione. Millanterie di esule perseguitato? Può darsi, infatti non esiste contatto diretto tra il “nobile” Kolbatschenko e il politico che ha per moglie un’amica della già citata Daniela Palli, giro Riccardo Agusta che di “Vituzzu” è stato pure socio, amica - a sua volta - di tante signore dai nomi altisonanti. Ma ci penserà Sara a parlare con tutti, come dimostra la sentenza di Palermo che l’11 luglio 2007 [...] ha confermato una condanna a 9 anni, per associazione mafiosa, com’era accaduto a “Vituzzu” in primo grado. Eppure non sarà questo a scoraggiare Palazzolo, forte della nuova identità e della cittadinanza sudafricana, antidoto a ogni richiesta di estradizione. Già, l’estradizione. Ci hanno provato in tanti a riportare il finanziere in Italia, pure Giovanni Falcone, ma senza successo. Ed è a questo punto che la storia va ripresa dall’inizio. Cioè da quando “Vituzzu” abbandona Terrasini a 14 anni. Il ragazzo, parente della signora Benedetta Palazzolo, compagna di Bernardo Provenzano, sceglie la via della Germania: “per andare a trovare alcuni parenti”. La Germania, ma anche la Svizzera, saranno la palestra dove prenderà confidenza con gli affari e l’arte del riciclaggio del denaro sporco. È precoce, “Vituzzu”, anche sessualmente. Si innamora di Margareta Petersen che le dà un figlio, Peter. Poi, dopo il matrimonio, avvenuto in Italia perché il ragazzo era ancora minorenne, nascerà anche Christian. Entrambi oggi hanno preso il nuovo cognome del padre, von Palace. I magistrati diranno che “Vituzzu” sarà il riciclatore ufficiale dei mafiosi della Pizza Connection. Aveva cominciato coi 50 milioni di Nino Marchese, offerti dallo “zio” Totò Riina, perché il picciotto si curasse una ferita procuratasi in una “azione militare”. I soldi facevano uno strano giro, Svizzera e Germania, e “Vituzzu” riusciva a depositarli in banca senza attirare la curiosità degli sbirri. D’altra parte, erano state proprio alcune banche tedesche a insegnargli la tecnica. “Vituzzu” aveva fatto apprendistato in una filiale della Deutsche Bank, ad Amburgo. Poi si era specializzato in Svizzera, a Singapore e a Hong Kong. Era diventato tanto bravo, dicono, da riuscire a gestire un conto corrente in Svizzera per conto del latitante Totò Riina. Era il figlioccio di Riina e Provenzano, il ragazzo. I collaboratori di giustizia dicono che “Vituzzu” venne affiliato alla presenza di entrambi e che Provenzano fu il padrino, cioè quello che lo iniziò. Con un pedigree del genere nessuno poteva dubitare che avrebbe fatto tanta strada. Violenza? Quasi mai, solo un pallido sospetto in occasione dell’uccisione di Agostino Badalamenti, avvenuta a Solingen, in Germania. Ma nessuna prova. Il fatto è che “Vituzzu”, come racconta di aver sentito dire il pentito Giovanni Brusca, veniva considerato come uno che “ha le mani d’oro”. Negli Anni Ottanta imbottiva le macchine di droga e le sbatteva per mezza Europa. La droga diventava soldi e lui sapeva benissimo che i soldi non possono restare immobili. Al boss Andrea Mangiaracina di Mazzara del Vallo - “Vituzzu” era già in Sudafrica perché la Svizzera cominciava a subire le pressioni del Fbi - proponeva di avviare un import-export di aragoste verso le coste siciliane. Nel 1985 aveva il problema di investire un miliardo di lire del capomandamento Nino Rotolo. A Provenzano propose una miniera di diamanti, affare che sembra sia andato in porto, a Giovanni Bastone mise in piedi un commercio di pescherecci in disarmo. «Vituzzu» gli affari li fiutava a distanza ed era bravo a trattare. Col turco Youssu N’Duru, fornitore di morfina base, trattava lui, come dice la sentenza di Palermo a proposito della riunione dell’Hotel San Gottardo. Per il futuro dei figli di Provenzano, anzi maggiormente per il grande, Angelo, aveva pensato al ramo assicurazioni. Sembrava fatta: la tedesca Bayerische, assicurazioni sulla vita. Angelo Provenzano era contento e alla madre diceva al telefono, il 23 settembre 1998 alle 9,40 del mattino : “Si possono guadagnare anche 500 milioni al mese”. Chissà per quale motivo, l’affare non si fece più. In Sud Africa hanno indagato sia su “Vituzzu” che su Kolbatschenho. Poliziotti buoni e agenti che, invece, ad un certo punto hanno scelto la qualità della vita. Sono le sue attività ad incuriosire soprattutto le autorità italiane. Ovviamente il sospetto è che Palazzolo si porti dietro il tesoro della Pizza Connection, cioè i soldi Dei Caruana, dei Cuntrera, dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino e dei Salamone che stavano in Brasile. Il calcolo degli investigatori italiani e americani dice che Palazzolo sia riuscito a riciclare prima 58 milioni di dollari, poi, affinata la tecnica, si sarebbe spinto al “lavaggio” di circa un miliardo e mezzo di dollari. Ecco perché le polizie hanno passato ai raggi X la Palazzolo Holding. La Terre de Luc produce acqua minerale (“La Vie”) distribuita sulle linee aeree della compagnia South African Airwais. In passato “Vituzzu” si era occupato di sicurezza attraverso la Pro Security che arruolava marocchini e russi noti per estorcere soldi ai commercianti italiani di Città del Capo. E non poteva mancare il night club esclusivo: l’Hemingway Club, affidato ad un direttore italiano. In Namibia, Palazzolo ha allevato struzzi destinati alla grande catena alimentare: un pallino che ha cercato di coltivare, senza successo, anche con Provenzano e Riina, diversificando ed estendendo l’interesse alle carni argentine. In Angola, è interessato alla Rcb Corporation L.d.a. per lo sfruttamento minerario e l’estrazione delle pietre preziose. Anche al fratello di “Vituzzu” piacciono i diamanti: a Città del Capo, infatti, Pietro Efisio Palazzolo risulta proprietario della compagnia Von Palace Diamond Cutters. Tutto ciò non impedisce a “Vituzzu” di coltivare i propri interessi politici. In Italia segue le vicende, come abbiamo visto, attraverso l’occhio vigile di Sara, la sorella rimasta in Sicilia (un’altra, Mirandina, si trova in Sud Africa). E non sempre le cose vanno come lui vorrebbe. Il 14 maggio del 1997, infatti, Sara lo chiama dalla Sicilia per comunicargli che non era passata la proposta di candidare in Forza Italia il marito, Vito Motisi, “per l’opposizione dell’onorevole Miccichè”. Ma le vere soddisfazioni politiche, “Vituzzu” le raccoglie in Sud Africa, dove gode della considerazione generale. Gli è andata bene sia coi nazionalisti di De Klerk che con l’Anc di Nelson Mandela e Thabo’Mbeki. Vanta avvocati importanti come Cyril Prisman, nominato giudice dell’Alta Corte dell’Eastern Cape, territorio dove risiede Palazzolo. Con Rocky Agusta è entrato in affari e in quall’azienda agricola vanno a lavorare i figli Peter e Christian. L’arrivo di von Palace non è stato del tutto accettato dal gestore dei beni di Agusta, la prestigiosa Kpmg. Si dimetterà uno dei partner, Hubert Achermann, che darà la colpa di tanto trambusto “al tipo buffo della porta accanto”. “Vituzzu”, appunto. Gli ultimi ad avere indagato su von Palace sono gli “Scorpioni”, la polizia speciale creata da Mandela. Un generale, Andrè Lincoln, destinato alla collaborazione con la polizia italiana, fallì un blitz per catturare alcuni boss latitanti ospiti di Palazzolo (tra cui Mariano Tullio Troia, considerato ai vertici di Cosa nostra). Il poliziotto, presente al matrimonio di Christian von Palace (con tanto di foto), sarà poi arrestato e processato. Ma “Vituzzu” rimane libero, corre in Mercedes con Tsirtsa Grunfeldt, la bellissima seconda moglie. Un po’ a Cape Town, un po’ nell’azienda di Franschhoek, un po’ in Ciskei dove conta su amici fidatissimi, quelli che gli hanno fatto avere la cittadinanza che lo ha sempre salvato. Finora» (Francesco La Licata, “La Stampa” 26/8/2007).