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 2007  agosto 25 Sabato calendario

Nuvoletti Giovanni

• Gazzuolo di Mantova (Mantova) 1912, Abano terme 4 aprile 2008. Secondo marito di Clara Agnelli • «[...] stato per decenni il nostro duca di Windsor, il nostro Maestro d’Eleganza e di Buon Vivere apparendo sugli schermi tv con uno di quei sorrisi amabili e signorili che si vedevano soltanto al cinema, sulle labbra ad esempio di un Adolphe Menjou. Aveva baffetti delicati, capelli con un’onda e la riga a sinistra. Chissà se si metteva la brillantina. Settimanali e quotidiani lo interpellavano spesso. Era insomma un amico di cui ci si poteva fidare, in quell’Italia tumultuosa del boom piena di gente che faceva i soldi e voleva fare bella figura. Il conte Nuvoletti era lì, affettuoso: dava consigli con ironia, raccontando aneddoti divertenti e facendo frequenti citazioni dall’adorato Manzoni [...] ”Faccio nobili sforzi per esprimermi in dialetto [...] Ho il diritto di tirar fuori parole dialettali: sono il mio passato, le mie radici, fa bene sapere da dove si viene. Io ho un corpaccio e un faccione da contadino, io sono terra, cibo, eloquio, sogno”[...] Se c’è una parola che Nuvoletti usa spesso è ”commedia”, con riferimento appunto al muoversi delle persone sulla scena sociale. la sua prima parola - chiave. Ma attenzione, c’è commedia e commedia. Per Nuvoletti, quella valida, gentile e poetica, è di ieri. Gli anni della sua infanzia, della sua giovinezza, degli studi di Legge a Bologna (’Di quell’Università ricordo soprattutto un bidello Mengoli”) e di Scienze politiche al ”Cesare Alfieri” di Firenze. Due lauree sì contano, ma ha imparato di più ”sugli sci e sui mari”: frequentando, osservando, conversando. E poi gli anni di Roma ma soprattutto di Mantova, ”la Mantova sottile, penetrante, non decadente ma decaduta senza essere romantica”. Giovanni Nuvoletti tende a idealizzare quei tempi nonostante ”l’offesa del fascismo”, ci costruisce sopra il sogno di un’Italia garbata, civile. l’Italia della provincia, delle cento capitali, dei mille patrimoni diversi di civiltà e cultura, l’Italia dei riti piccoli e straordinari. C’era ad esempio lo spettacolo rivelatore del passeggio: ”Ho visto vecchi signori, che non erano mai stati a Londra, recitare il saluto per strada con infinite sfumature nel modo di togliersi il cappello. E quante volte ho ammirato il signor marchese, abituato a ricevere un inchino dal prossimo, affannarsi ad incoraggiare l’ebreuccio o il negoziante e accordare per primo un sorriso cordiale. E davanti a un professionista o a un insegnante, la gente cedeva il passo, faceva largo”. Il miracolo era il riconoscimento e il rispetto reciproco, l’armonia, il sentimento di una comunità in cui ognuno aveva il suo posto e in cui ”il popolo era anche un gran signore e il signore era anche un poveretto”. [...] ha avuto il suo periodo scapigliato, quasi dadaista, quando negli anni ”46-50 disegnava giacche di broccato giallo e celeste o abbottonate fino al collo, alla Pandit Nehru, il leader dell’India, e ricavava camicie dagli avanzi dei grembiuli delle bambinaie. ”Sono stato un apostolo del diritto maschile al colore - racconta -. Dopo tante seriosità vittoriane, venivamo fuori da dittature funeralizie ,che ci avevano ingrigito e annerito. La mia era una reazione, era voglia di libertà. Ma con giudizio. Oggi siamo oltre ogni limite, si viene valutati soltanto per i soldi che comunichiamo, secondo una lezione che ci viene dai cowboy”. Guai a far colpo! Lord Brummel si vantava d’attraversare Bond Street senza essere notato. [...] ”[...] Avevamo sarti che creavano capolavori permanenti, come Domenico Caraceni e Ciro Giuliano. Le attuali giacche di Armani? Gliele lascio. Anche le nostre scarpe sono più eleganti, perché più leggere e delicate [...] Ho conosciuto ed amato D’Annunzio, a Gardone. Mia madre s’era fatta una casa a Sirmione per vederlo e lui ogni volta stava con me mezz’ora: voleva piacere, parlava che era un incanto con la sua vocina fessa, i denti malati, la disposizione aggraziata. Non credo che mi abbia influenzato: ho portato grande devozione alla sua persona, anche eroica, e grande ostilità alla sua estetica ridondante ai suoi eccessi di vuotaggine retorica. Ma forse un po’ mi ha segnato [...]”» (Claudio Altarocca, ”La Stampa” 11/8/1998).