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 2007  agosto 25 Sabato calendario

«E un bel giorno mi capita lì in ufficio. Arriva e mi chiede di Oreste Molina. Dice: "C´è Molina?"

«E un bel giorno mi capita lì in ufficio. Arriva e mi chiede di Oreste Molina. Dice: "C´è Molina?". Rispondo: "No dottore, è in ferie". "E il dottor Einaudi c´è?". Dico: "No, non so dove sia". E sono rimasto un po´ lì. Poi sta zitto un momento e fa: "E Bollati c´è?". Dico: "No dottore, anche Bollati è in ferie". Allora si è un po´ oscurato in volto, è stato un momento in pensiero, poi si è diretto verso una lavagna che avevamo in un angolino dell´ufficio, ha preso un gessetto e con forza ha scritto "merda". Scusi il termine, ma ha scritto così. Tanto è vero che quella scritta è rimasta per mesi e mesi, nessuno voleva cancellarla. Ha borbottato qualcosa, credo mi abbia salutato ed è uscito. Il giorno dopo, lo abbiamo saputo: " morto il dottor Pavese". E siamo rimasti tutti male». A raccontare le ultime ore vita di Cesare Pavese, quel gesto di rabbia e quella solitudine nel deserto estivo nella redazione dell´Einaudi alla fine d´agosto del 1950 (si sarebbe ucciso il 27), è Ettore Lazzarotto, che lavorava all´ufficio tecnico della casa editrice. Il suo racconto, inedito, fa parte delle testimonianze degli amici dello scrittore che Andrea Icardi ha raccolto per la Fondazione Cesare Pavese di Santo Stefano Belbo. Verranno utilizzate per un documentario nell´ambito delle celebrazioni del centenario della nascita, avvenuta nel 1908, dell´autore de La luna e i falò, che saranno presentate domani nel paese delle Langhe. Dell´aneddoto sulla scritta di Pavese, che risale verosimilmente al giorno precedente la morte, si era favoleggiato, ma nessun testimone, prima di Lazzarotto, l´aveva reso noto. Non è il solo frammento di memoria, tra quelli custoditi dalla Fondazione Pavese, a riemergere dopo tanto tempo. C´è il Pavese che si riflette nella rievocazione di un allora giovanissimo Achille Occhetto, futuro segretario del Pci: «Mio padre lavorava all´Einaudi. Avevo 14 anni e rammento una discussione nel giardino di casa nostra, a Forte dei Marmi, che mi è rimasta molto impressa perché lui imprecava contro la censura di una rivista di sinistra, mi pare fosse Società. Ero uno di questi piccoli impertinenti che mettono il naso, e gli ho chiesto: "Ma come è possibile che anche i comunisti facciano queste brutte cose?". E lui, con aria di desolazione, mi disse: "Crescendo ti accorgerai che il bene e il male non sono tutti dalla stessa parte"». Nell´estate disperata del 1950, Pavese andò a trascorrere qualche giorno dagli Occhetto. Ricorda sempre l´ex leader comunista: «La cosa più strana è stato quello che è accaduto quando se ne andò via. Una settimana dopo ci è arrivata una cartolina, che a noi tutti parve curiosa, anche se però, ovviamente, subito non ci pensammo. C´era scritto: "Vi ringrazio per l´ospitalità e auguro a tutti voi una lunga vita". Ora: uno che è stato in vacanza non è che va via e augura lunga vita. Tant´è che, quattro giorni dopo, abbiamo avuto la notizia del suo suicidio». A documentare ulteriormente il travagliato rapporto dello scrittore con la politica, è Oreste Molina: «Si era iscritto alla cellula del Pci dell´Einaudi, come d´altronde lo ero io. Avevano deciso che quelli della cellula dovevano vendere copie dell´Unità. Mi ricordo che, una domenica mattina, siamo andati assieme in fondo a corso Regina, vicino al Po, per tentare di vendere il giornale. Pioveva e noi due cercavamo qualcuno che comprasse L´Unità. A un certo punto, abbiamo detto: "Compriamoci due copie noi e torniamo a casa"». Della morte di Pavese, invece, parla la figlia del titolare dell´Albergo Roma, dove lo scrittore si uccise: «Mio padre ha subito capito che si era tolto la vita. Il facchino ci ha poi raccontato che, dato che mio papà era calvo, l´espressione che gli è venuta è stata: "Fulatun, con cula bela testa `d cavei!" ("Ma che scemo, con quella bella testa di capelli!", ndr). Era stato colpito da quella massa di capelli neri».