Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  agosto 25 Sabato calendario

Piromani, si dice. E già la parola – la usa anche il governo, anche l´ottimo ministro per le politiche agricole e il ministro dell´ambiente, per non parlare di Clemente Mastella – confonde, imbroglia le cose, le rende incomprensibili

Piromani, si dice. E già la parola – la usa anche il governo, anche l´ottimo ministro per le politiche agricole e il ministro dell´ambiente, per non parlare di Clemente Mastella – confonde, imbroglia le cose, le rende incomprensibili. Questa scia di lutti e devastazioni è stata forse provocata da piromani? Il piromane (la patologia interessa quasi lo 0,3 per cento dei degenti negli ospedali psichiatrici) è un matterello, un instabile che non controlla i suoi impulsi. Sopraffatto da un´ansia che gli appare violenta, inaccettabile, insostenibile, dà fuoco agli oggetti, auto o boschi che siano. Se di piromani si tratta, la terapia contro gli incendi è bell´e pronta. Psicoterapia e molta efficace fluvoxamina (restituisce il controllo degli impulsi aumentando la disponibilità di serotonina). Con più fluvoxamina, avremmo meno incendi? E´ improbabile. Dal 2000 al 2006 sono soltanto 28 gli arresti per incendio doloso legati a un evidente turbamento psico-patologico. Voglio dire: se, dopo quattordici morti e migliaia di ettari di territorio distrutti, non si riesce a dare nemmeno un nome al problema e ai protagonisti - o peggio, glielo si dà inesatto - come si può pretendere di comprenderne le ragioni, di affrontarle, di contenerne gli effetti negativi? E´ soltanto la prima, e forse più clamorosa, delle bizzarrie che una stagione di fuoco, morte e distruzione porta alla luce diventando quasi un codice della vita italiana, dei suoi deficit e furbizie e approssimazioni; documento migliore di un saggio politologico per raccontare l´arretratezza della politica, l´evanescenza delle istituzioni, le retoriche del discorso pubblico. Una scena che mostra un Paese «ridicolo e sinistro», dove non conoscendo niente, non volendo conoscere niente (sarebbe sufficiente leggere gli eccellenti dossier di Legambiente), si dice niente in molte parole scatenando baruffe che - con il problema - c´entrano poco (vedi la polemica giudiziaria) o avanzando proposte (mobilitazione permanente, invio dell´esercito, più tecnologia per contenere l´incendio già scoppiato, tolleranza zero o pene più severe) che non risolvono una sola criticità già affrontata e risolta con buoni effetti dalla legge in vigore. E´ la seconda stravaganza della stagione: la legge italiana che dà strategia e regole alla lotta contro gli incendi boschivi è tra le migliori d´Europa. Anche se il governo e il centrosinistra lo dimenticano, nonostante l´abbiano approvata nel novembre del 2000, è una legge che si è dimostrata efficace. Dal 2003 al 2006 il numero degli incendi boschivi in Italia è passato da quasi 9.000 a 5.643, mentre la superficie percorsa dalle fiamme da oltre 91.000 ettari a meno di 40.000. L´abbattimento del numero delle catastrofi è significativo. In alcune regioni addirittura sorprendente. In Trentino Alto Adige non si sono verificati incendi. Nelle Marche i comuni interessati dal fuoco sono stati appena il 4 per cento. Il miglioramento dimostra che dalla cosiddetta, artefatta «emergenza» si può venir fuori. Nelle regioni più colpite negli anni scorsi dagli incendi boschivi - Toscana, Liguria e Campania - il numero dei roghi e della superficie attraversata dal fuoco si sono dimezzati. In queste regioni, infatti, le amministrazioni comunali hanno rispettato l´obbligo di «censire, con un apposito catasto annualmente aggiornato, i soprassuoli già percorsi dal fuoco nell´ultimo quinquennio». «Catasto» è la parola chiave di una legge efficiente. Quasi l´uovo di Colombo, quasi la quadratura del cerchio. Il 60 per cento degli incendi è doloso. Distrugge il bosco il pastore che vuole espandere le aree di pascolo. Appicca il fuoco lo speculatore che vuole edificare. Brucia l´area boschiva chi è interessato - lavoratore o impresa - al rimboschimento. Bene, la legge in vigore cancella la possibilità stessa di un profitto nato con un incendio boschivo. Ragiona: se elimino, per legge, la possibilità stessa di una convenienza a distruggere, riduco gli incendi alle ragioni colpose (attività rurali, ripulitura e rinnovo del suolo dei pascoli, atti vandalici, conflitti personali, sciatteria turistica) che affronterò con una migliore informazione e un più rapido intervento dei pompieri e della protezione civile. Per questa ragione, i comuni sono tenuti a censire annualmente il territorio con un catasto delle aree attraversate dal fuoco. In queste aree, per almeno 15 anni, boschi e pascoli non potranno avere una destinazione diversa da quella precedente all´incendio; per dieci non vi si potranno realizzare edifici; per cinque, vi saranno vietate il rimboschimento e l´ingegneria ambientale con soldi pubblici; per dieci vi saranno vietati il pascolo e la caccia. La "strategia del catasto" ha dato i suoi frutti là dove è stata rispettata. Nel 2003 gli incendi colpivano oltre un comune su quattro, nel biennio 2004-2005 il 19 per cento e lo scorso anno il 17 per cento. E´ bizzarro che nessuno dei "dichiaratori pubblici" di questi giorni non lo abbia osservato (ammesso che lo sapesse prima di aprire bocca). Non è bizzarro che quei comuni e quelle regioni, oggi aggrediti dal fuoco, siano proprio i luoghi dove la "strategia del catasto" è stata disattesa o è stata relegata nel catalogo delle buone intenzioni. Già nel 2006, infatti, un terzo degli incendi avvenuti in tutta Italia ha avuto come scenario la Sicilia e la Calabria: 935 incendi in Sicilia con la distruzione di 13.470 ettari di territorio e il coinvolgimento di oltre il 50 per cento dei comuni e 983 in Calabria con 7.955 ettari di superficie in fumo e oltre il 60 per cento delle amministrazioni coinvolte. E´ la terza bizzarria dell´affare: proprio coloro che, amministratori o governatori, dovrebbero sentire la responsabilità dell´inefficienza o malafede che alimenta gli appetiti dei criminali del fuoco, che speculano sugli incendi, si lamenta dell´inerzia di uno Stato di cui non rispetta le leggi. Così si è potuto prendere nota di un presidente dell´associazione dei comuni siciliani che denuncia l´isolamento «in cui sono stati lasciati gli amministratori»; della pronta verve del governatore Totò Cuffaro che ha addirittura annunciato «una riunione straordinaria della sua giunta a Patti e Cefalù per studiare un piano per interventi più coordinati». Lamenti, pretese, rumore che dovrebbero far dimenticare come lavorano, nel Mezzogiorno, i sistemi di potere locali. Non affrontano i problemi. Li lasciano incancrenire anche in presenza di valide soluzioni, magari obbligate per legge. Li trasformano così in «emergenza» e sull´»emergenza» costruiscono nuove occasioni di finanziamento pubblico e distribuzione di risorse in cambio di consenso politico. Converrebbe oggi che il governo e le burocrazie dello Stato non lo dimenticassero semplicemente chiedendo il rispetto della legge. Invito che non si è avuto modo di ascoltare in questi giorni, se non dagli scoraggiati ambientalisti. Dunque, per riepilogare, la mobilitazione generale contro gli incendi c´è stata e ha ottenuto promettenti risultati in buona parte del Paese. L´esercito, il potenziamento della protezione civile, del corpo forestale e dei vigili del fuoco sono utili e forse necessari per ridurre il danno, quando c´è, non per prevenirlo, quando ancora non c´è. La soluzione non può essere offerta da una magistratura per quanto tentata dalle manette: interviene a danno fatto. La soluzione è più semplice e a portata di mano. Come propongono le associazioni ambientaliste e Guido Bertolaso, bisogna sottrarre agli amministratori pubblici le responsabilità che non riescono ad affrontare restituendole allo Stato centrale. Siano i prefetti a censire, con «il catasto», le aree attraversate dal fuoco, e che i governatori e i sindaci si preoccupino di raccogliere consenso senza rischi per la incolumità pubblica e il territorio.